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hiroshima
* - 21.09.2006


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L'uomo che sganciò la Bomba


È morto a 81 anni il colonnello che distrusse Hiroshima. Disse: "Ho fatto solo il mio dovere"

 VITTORIO ZUCCONI




WASHINGTON. Gli occhi che videro la fine del mondo si sono chiusi per sempre, su chissà quali ricordi, quali pensieri. Avevano 81 anni, quegli occhi di ragazzo che nella mattina del 6 agosto 1945 si erano concentrati dentro il mirino dell'Enola Gay, cercando di non sbattere le palpebre sotto il sudore che colava dalla fronte, avevano inquadrato una città giapponese chiamata Hiroshima e avevano trasmesso alla mano l'ordine di lanciare "Little Boy" nella sua corsa finale verso 200 mila morti. Aveva 81 anni, quando è morto ieri, Thomas Wilson Ferebee, l'uomo che cavalcò l'Apocalisse.
E' stato un tipo molto fortunato, il colonnello Thomas Wilson Ferebee, molto più di coloro che inquadrò nel suo mirino Norden, la mattina del sei agosto, e anche molto più fortunato di tanti suoi colleghi nell'uniforme dell'Air Corps, come si chiamava allora l'aviazione americana, precipitati e disseminati nei cieli delle guerre.


Enola Gay


DA UFFICIALE bombardiere, aveva fatto 64 missioni di attacco, su tutti i fronti in Europa senza mai essere abbattuto, un numero di assalti aerei prodigioso, quando il numero medio di operazoni prima di essere colpiti era di 10 e comunque dopo 25 bombardamenti gli equipaggi erano mandati a casa, a pezzi.
Dopo Hiroshima aveva continuato tranquillo nella sua carriera militare, combattendo in Corea, poi addirittura in Vietnam, senza una sbucciatura, un graffio, come se gli dèi della guerra nella loro sfacciata ironia avessero deciso di proteggere dalla morte proprio lui, che aveva distrutto una città e aveva ucciso, da solo, più di quanti uomini nessuno avesse mai ucciso nella storia dell'umanità.
E forse proprio questa fortuna, oltre che la sua precisione di bombardiere, aveva indotto il comandante dell'aereo Tibbet a scegliere lui, per essere l'uomo che avrebbe cambiato la storia.
"Era il miglior puntatore che avessi mai visto", dirà poi Tibbet, "era l'equivalente aereo di quei cow boys infallibili che vedevamo al cinema da ragazzi". Era anche un tipo tranquillo, il cow boy dell'Apocalisse atomica, tanto che dormì per tutte le sei ore di volo dall'isoletta di Tinian, nella Marianne, da dove l'aereo battezzato con il nome della mamma di Tibbet, la signora "Enola Gay" era decollato fino al Giappone.
"Sapevamo che non ci sarebbe stata contrarea, che la caccia giapponese non esisteva più e il volo sarebbe stato noioso", racconterà poi Ferebee, "e io avevo passato la notte in bianco a controllare il mio equipaggiamento". Lo svegliò l'addetto alla bomba, il tenente incaricato di innescare "Little Boy" con la spoletta di uranio. "Il ragazzo è pronto" gli disse, scuotendolo dal sonno. Gli occhi si spalancarono.
Neppure sapeva bene che città fosse, quella che cominciava a scorregli dentro le lenti del visore Norden nel suo B-29, la Superfortezza volante, per lui era una città come le altre 64 che aveva sorvolato e colpito. I comandi non avevano rivelato l'obbiettivo fino al decollo, e comunque Hiroshima era soltanto uno dei bersagli che il bombardiere avrebbe potuto colpire in Giappone. Non era stata scelta che pochi minuti prima, quando l'aereo civetta mandato in avanscoperta aveva trasmesso le condizioni del tempo e il comandante aveva emesso la sentenza: "Tempo buono. Andiamo a Hiroshima". Il mirino elettrico Norden era comunque troppo piccolo, e il B-29 troppo alto, perché attraverso di esso gli occhi di Ferebee potessero distinguere le bambine che andavano a scuola, i vecchi che ciabattavano nel giardino pubblico, gli uomini che correvano a prendere i tram verso il lavoro di tutte le mattine, in quella città di mare che si considerava benedetta, perché nessuno l'aveva mai colpita, mentre, lontana, Tokyo bruciava. "È Hiroshima, Tom" gli disse nella cuffia dell'intercom il pilota e lui, chiuso nella calotta di plexiglas sul naso dell'aereo, cercò nel libro degli ordini le foto e le coordinate di quella città, le trovò: il ponte di Aioi, dicevano le istruzioni, segui il fiume dal porto, risali il corso e cerca il ponte a "T", accanto alla sede a cupola della Camera di Commercio. "Ok - rispose in cuffia - l'ho visto". "È tutto tuo, buon lavoro" gli rispose Tibbet.
Erano le 7 e 59 del 6 agosto 1945. Al comando del B-29 che, negli ultimi minuti delle missioni, segue le istruzioni del bombardiere, Ferebee inquadrò il ponte a "T" e fece mettere l'aereo in asse sul bersaglio. Ricordava, con freddezza clinica: "Era un giornata ottima, nuvole alte e sparse, la luce del mattino forte e trasversale, che stagliava gli edifici". Tibbet, alla cloche sopra di lui, spostava gentilmente la bestia, senza fretta, con precisione, senza paura. Nessuno insidiava il volo del B-29 che la gente là sotto credeva fosse venuto in ricognizione o a lanciare volantini. "I've got it", mormorò tranquillo Ferebee quando finalmente le linee del ponte a "T" coincisero con la crocetta nel centro del suo mirino, "ce l'ho. Tienilo stabile, adesso". "Roger", gli rispose Tibbet. Ferebee premette il bottone. I 4 mila chili del "ragazzino" Little Boy volarono via dalla pancia.
"Traiettoria corretta", informò. "Pronti a virare al tuo ordine", lo avvertì il pilota.
Erano le 8 e 05 minuti. Fedele agli ordini dei suoi padri e progettisti, di Oppenheimer, Fuchs, Fermi, alla quota esatta di 1.850 piedi, a 500 metri di altezza sopra la verticale del ponte a "T", la carica esplosiva dentro l'acciaio bluastro di "Little Boy" fece partire un proiettile di uranio che andò a colpire la massa radiottiva. "Vidi la bomba esplodere dalla mia cupola di plexiglas, dietro gli occhiali neri e pesanti che ci eravamo messi per non restare accecati. Prima vidi formarsi un globo di polvere, la citta intera tremare come se scossa da un sisma, poi vidi alzarsi il gambo del fungo verso di noi... era una colonna che saliva velocissima portando su con sé edifici, case, tetti, alberi che volavano come rami presi in una tromba d'aria.... per un lungo attimo ebbi paura che quel fungo di avrebbe raggiunto e inghiottito. Ma sentii la nostra Superfortezza sparare i motori al massimo e virare sotto i comandi di Tibbet che puntava con tutto quello che aveva verso quei 18mila metri di altitudine che ci avrebbero messo al sicuro".
Ancora una volta, il cow boy dell'Apocalisse sfuggì intatto alla morte che aveva portato così generosamente. Alle sue spalle, dietro il bestione di alluminio che volava via dalla città a tutto motore, 71mila esseri umani erano già morti vaporizzati all'istante, 20mila sarebbero morti nella notte, 50 mila sarebbero morti entro un anno consumati dalle radiazioni, 200mila in tutto - cifra tonda stabilita un po' per comodo, all'ingrosso - entro il 1950 e altri ancora, lentamente, dolorsamente, negli anni dopo. Tom Ferebee non disse nulla, non dormì al ritorno. Fu il secondo pilota, Davis, a mormorare, voltandosi a guardare dalla cabina di pilotaggio quello che il suo puntatore aveva fatto e che si stavano lasciando alle spalle, soffocato dalla stessa angoscia che aveva assalito Oppenheimer davanti alla prima esplosione sperimentale di Alamogordo: "Mio Dio, che abbiamo fatto". "Il nostro dovere, abbiamo fatto", gli risponderà molti anni dopo l'uomo che a 26 anni aveva sganciato la fine del mondo, "niente di più".
"So anche io che cosa facemmo, quale terrore scatenammo - spiegherà da vecchio, girando l'America con Tibbet per vendere T-shirt ricordo e autografi e arrotondare la pensione militare - so benissimo che avevamo fatto qualcosa che non si sarebbe mai più dovuto fare, se non avessimo voluto distruggere l'umanità intera. Ma c'era una guerra da finire, decine di migliaia di vite americane e giapponesi che sarebbero cadute nell'ultimo assalto alla fortezza Giappone e io sono ancora oggi, 50 anni dopo, convinto che Truman prese la decisione giusta. E no, non mi sono mai svegliato la notte in un bagmo di sudore pensando a quello che avevo visto nel mirino".
La solita, vecchia storia, che tutti i 4 superstiti dell'equipaggio di Enola Gay ripetono. Ora, gli occhi che videro Armageddon si sono chiusi, dopo una breve malattia, senza sofferenza, nella primavera tiepida della Florida, accanto alla moglie, senza rimorsi né incubi. Appunto: un uomo, il colonnello Ferebee, molto fortunato


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