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Cresce l'isolamento del Presidente Bush
* - 10.08.2006


Cresce l'isolamento del Presidente Bush nel conflitto iracheno


L'esercito americano è stanco della guerra



La paralisi dell'esercito statunitense in Iraq (dove ha perso 2.500 soldati) e l'assenza di prospettive politiche o militari suscitano un principio di rivolta al Pentagono e alla Central Intelligence Agency (Cia). Le difficoltà di reclutamento vanno di pari passo con il timore di un conflitto in Iran. Il grido d'allarme lanciato da ex generali comincia a creare problemi alla Casa bianca.



di Anatol Lieven*


È probabile che il presidente Bush sia oggi più impopolare di Lyndon Johnson dopo l'offensiva del Têt in Vietnam nel 1968. Le dichiarazioni ottimiste della sua amministrazione sulla guerra all'Iraq, così spesso ripetute e altrettante volte smentite, suscitano in tutta evidenza derisione e rabbia in molti americani patriottici, come nell'altro caso le dichiarazioni dello stesso tenore durante la guerra del Vietnam (1).
Sebbene l'amministrazione del Presidente Bush sia sopravvissuta all'uragano Katrina senza che nessun alto funzionario si dimettesse, l'incompetenza e il dilettantismo di fronte alla catastrofe sono ormai parte integrante della reputazione della Casa bianca. (2) Il disprezzo di cui il presidente ha dato prova nei confronti del Congresso, e i poteri extra-costituzionali di cui si è arrogato il diritto, hanno provocato vive proteste da parte di parlamentari, democratici ma anche repubblicani.
È proprio al cuore delle istituzioni dello stato che la crisi è più manifesta. Il capo di gabinetto del vicepresidente Richard Cheney, M. Lewis «Scooter» Libby, è stato accusato di aver intenzionalmente screditato l'ambasciatore Joseph Wilson, (3) che si opponeva alla guerra all'Iraq, rivelando ad alcuni giornalisti amici che la moglie, Valerie Plame, era un funzionario sotto copertura della Central intelligence agency (Cia). Una rivelazione simile costituisce un crimine federale che minaccia di provocare nuove imputazioni, tra cui quella di Karl Rove, principale consigliere politico del presidente, dimissionario dal 19 aprile. Tuttavia, queste accuse rappresentano soltanto la parte visibile della lacerazione crescente tra la Casa bianca e la Cia e al tempo stesso con una parte importante delle gerarchie militari.
Le divergenze tra gli esperti della Cia e la presidenza a proposito della guerra all'Iraq, sono da tempo note (4). Già nel 2004, commentando l'affare Wilson, il Wall Street Journal condannava nei seguenti termini le fughe di notizie dalla Cia, che inficiavano le affermazioni del presidente: «[l'amministrazione Bush] deve affrontare due rivolte: la prima in Iraq, l'altra all'interno della Cia». (5) Da qualche anno, responsabili dell'Agenzia e degli organismi di sicurezza denunciano pubblicamente manipolazioni presidenziali volte ad impegnare gli Stati uniti in guerra. Ad esempio, Paul Pillar, già responsabile dell'agenzia per il Medioriente e l'Asia meridionale, e autore di una relazione pessimista sull'Iraq, resa pubblica nel 2004 a causa di una fuga di notizie, ha recentemente ribadito che l'amministrazione aveva orchestrato «una campagna organizzata di manipolazione» per dare avvio alle ostilità. (6) È per mettere fine alla dissidenza e imporre un severo controllo politico, che nel 2004 Bush aveva nominato Porter Goss a capo della Cia. La demoralizzazione e i dissensi seguiti come un terremoto all'interno dell'agenzia del servizio segreto, sono però risultati vincenti, costringendo il neo-direttore a dimissioni forzate. Durante i suoi due anni di carica, decine di responsabili e di analisti hanno infatti rassegnato le dimissioni, soprattutto nel settore incaricato delle operazioni clandestine. Il malumore in seno all'esercito è invece scoppiato alla luce del sole. Molti autorevoli generali in pensione (7), la cui opinione è chiaramente condivisa da un gran numero di militari in servizio, hanno denunciato pubblicamente il segretario alla difesa, Donald Rumsfeld, e la sua gestione della guerra all'Iraq. Questi attacchi senza precedenti sono in parte motivati dall'opposizione dei militari ad una eventuale offensiva contro l'Iran, di cui temono le possibili conseguenze per gli Stati uniti e per l'esercito americano. Le informazioni trasmesse dall'interno a giornalisti come Seymour Hersch, del New Yorker, (8) testimoniano la volontà di numerosi ufficiali di prevenire un nuovo conflitto. I militari ritengono infatti che un attacco americano contro siti nucleari iraniani potrebbe innescare una spirale di scontri e rappresaglie a catena, suscettibili di sfociare in una conflagrazione di ampia portata. Inoltre, non temono solo le perdite in cui incorrerebbero le forze americane, ma anche la prospettiva di un'altra guerra molto impegnativa, che imporrebbe agli Stati uniti di reintrodurre la coscrizione obbligatoria, laddove l'esperienza del Vietnam mostra la maggiore probabilità che un esercito di leva sia preda di risentimento e demoralizzazione.
In tal caso, proteste di massa all'interno del paese contro le avventure internazionali di Washington, potrebbero accelerare la fine dell'«impero americano» in Medioriente. Il Presidente degli Stati uniti ha sottovalutato le potenzialità di istituzioni come l'esercito e le agenzie del servizio segreto di contrastare la politica della Casa bianca, non in aperta rivolta, ma con un flusso regolare di dimissioni e fughe di notizie - tattica che i maldestri sforzi di Goss per ristabilire la «disciplina», non hanno fatto altro che incoraggiare. Queste «armi», cui le istituzioni conservatrici hanno così spesso fatto ricorso contro governi democratici, sono oggi rivolte contro un gruppo che non ha mai smesso di enfatizzare la sicurezza come sua priorità. E, paradossalmente, è proprio per l'incoraggiamento a venerare l'esercito, dato dall'attuale amministrazione alla popolazione, che è difficile soffocare con calunnie e vessazioni voci dissidenti emerse da questa istituzione, fossero pure quelle di generali in pensione. Due partiti, una linea Per la democrazia, un intervento politico dell'esercito e dei servizi segreti non è a priori rassicurante. Ma se queste forze rappresentano l'opposizione più efficace al potere, la causa va ricercata in una duplice incapacità: quella del Congresso a esercitare le sue funzioni costituzionali di sorveglianza e di controllo, e quella del Partito democratico a opporsi alla Casa bianca sulle questioni della difesa e della politica estera. Una eventuale vittoria dei democratici alle elezioni legislative del novembre 2006, potrebbe spingerli ad addossare all'amministrazione Bush le responsabilità del fallimento iracheno, e a lanciare una serie di inchieste parlamentari volte ad imputazioni e siluramenti nelle alte sfere. Tuttavia, non è detto che la condotta degli Stati uniti nel mondo ne sarebbe necessariamente influenzata.
È certo che alcuni responsabili democratici desiderino più pragmatismo e moderazione di quanto non ne abbia dato prova il governo Bush.
Ma ciò non implica che questi dirigenti siano in grado di ripensare alla base l'approccio americano verso il resto del mondo. Allo stesso modo della direzione repubblicana, quella democratica ha interessi negli apparati di sicurezza - sviluppati in particolare da Harry Truman (1945-1953), John Fitzgerald Kennedy e Lyndon Johnson (1961-1969).
La versione dell'egemonia globale difesa dal presidente Clinton era meno offensiva di quella dei repubblicani, preferendo alleanze dirette dagli Stati uniti a diktat unilaterali. Ma serbava la medesima ambizione, poiché i due principali partiti condividono la visione di un nazionalismo «di eccezione» secondo cui la «natura benefica» del potere americano e la legittimità della loro leadership nel mondo costituiscono precetti praticamente indiscutibili. La vicinanza tra i due partiti è particolarmente pronunciata sulle questioni più delicate, ad esempio sul Medioriente. Come dimostrato da William Clinton, democratici e repubblicani vogliono garantire l'egemonia americana nella regione, attraverso la supremazia di Israele, anche se un obiettivo del genere raddoppia la probabilità di guerre a ripetizione. I due partiti rifiutano al tempo stesso qualsiasi compromesso con gli stati che hanno qualificato come «canaglia».
Spesso all'amministrazione Bush viene a giusto titolo rimproverato di aver respinto a più riprese, nel 2001 e nel 2003, la proposta iraniana di aprire dei negoziati complessivi. (9) Ma già l'amministrazione Clinton non aveva saputo approfittare dell'elezione del riformista Mohammed Khatami alla presidenza della Repubblica iraniana, nel 1997, per riprendere negoziati diretti, e non era stata neanche capace di imporre un accordo di pace tra Israele e la Siria. E oggi, il discorso sull'Iran di senatori democratici come Hillary Clinton ed Evan Bayh, non differisce nella sostanza da quello della Casa bianca (10). Influenzati allo stesso modo dalla lobby israeliana, i due partiti hanno mostrato la medesima mancanza di volontà nell'affrontare un'azione risoluta in grado di porre fine al conflitto israelo-palestinese.
Lungi dall'incoraggiare l'attuale amministrazione a compiere sforzi in direzione della pace, i responsabili democratici, tra cui la signora Clinton e Nancy Pelosi, tentano addirittura di superare Bush, mostrandosi ancor più incondizionatamente filo-israeliani(11). Clinton ha speso sette anni a dilapidare le conquiste del processo di Oslo, impegnandosi seriamente nella ricerca di una soluzione solo alla fine del suo secondo mandato, quando era troppo tardi perché potesse funzionare.
Per parte sua, Bush non sembra molto lontano dall'optare per una «soluzione» israeliana unilaterale, viceversa inaccettabile per i palestinesi, il mondo musulmano e la maggioranza degli europei. Se da una parte ci sono sempre più democratici che invocano il ritiro anticipato dall'Iraq, dall'altra la portata dei loro appelli è singolarmente indebolita dall'incapacità di proporre una strategia diversa da quella di Bush per il Medio oriente nel suo complesso. In altre aree del mondo, la politica che i democratici preconizzano non è meno ambiziosa di quella della Casa bianca, soprattutto se si tratta di tenere sotto scacco la Russia nella sfera di influenza dell'ex Unione sovietica. Qualora decidesse di attaccare l'Iran, il presidente Bush può insomma aspettarsi che molti americani e qualche dirigente democratico si schierino a favore della sua decisione, mentre altri democratici si mostreranno ambigui, reticenti, o semplicemente opportunisti.
I repubblicani potrebbero allora considerare una simile offensiva come un buon affare sul piano interno. Molti militari intendono però impedire lo scoppio di questo nuovo conflitto ma la loro resistenza non ha ancora trovato uno sbocco politico. La schiera dei «realisti» comprende numerose personalità politiche, benché si tratti soprattutto di universitari o di responsabili politici in pensione, come Brent Scowcroft (consigliere per la sicurezza dei presidenti Gerald Ford e George Herbert Walker Bush), Gary Hart (già candidato all'investitura democratica alle presidenziali del 1984 e del 1988), e Zbigniew Brezinzki (consigliere per la sicurezza del presidente Carter tra il 1977 e il 1981). Tuttavia, essi non trovano sufficiente ascolto in seno ai due principali partiti.



note:
* Ricercatore presso la New American Foundation di Washington, D.C.
La sua ultima opera è stata pubblicata in francese con il titolo, Le nouveau nationalisme américain, Jean-Claude Lattès, Parigi, 2005; Gallimard, coll. «Folio», Parigi, 2006).
1) Per un paragone tra la guerra del Vietnam e quella all'Iraq, si legga Gabriel Kolko, «Quando la Casa bianca ignora gli avvertimenti della Cia», Le Monde diplomatique/il manifesto, aprile 2006.

(2) Cfr. Mike Davis, «Capitalismo da catastrofe», Le Monde diplomatique/il manifesto, ottobre 2005.

(3) Incaricato delle indagini nel Niger per stabilire se l'Iraq avesse acquistato uranio da questo paese, Wilson ha inoltre accusato l'amministrazione Bush di aver manipolato le informazioni sui programmi di riarmo di Saddam Hussein.
(4) Cfr. Philip S. Golub, «Negli Stati uniti, dal consenso al dubbio», Le Monde diplomatique/il manifesto, giugno 2004.

(5) The Wall Street Iournal, 29 settembre 2004.

(6) Intervista pubblicata su El País, Madrid, 4 maggio 2006.

(7) Tra cui i generali Anthony Zinni, Wesley Clark e Paul D. Eaton.

(8) Seymour Hersch,« The Iran Plans», The New Yorker, 17 aprile 2006.

(9) Cfr. Flynt Everett, già direttore degli Affari medio-orientali del National security council: The Gulf between us, The New York Times, 24 gennaio 2006
(10) Cfr. Hilary Clinton, Challenges for US Foreign Policy in the Middle East, discorso tenuto all'Università di Princeton, 19 gennaio 2006 (http://www.senate.gov/~clinton) e Evan Bayh, A New Approach to the National Security Debate, www.csis.org, 2 febbraio 2006
(11) Cfr. Serge Halimi, «Negli Stati uniti Sharon ha soltanto amici», e Joël Beinin, «Un think tank al servizio del Likud», Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 2003.
(Traduzione di A. Z.)

 


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