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C’eravamo anche noi
* - 20.04.2006



C’eravamo anche noi

Venerdì 9 dicembre, al Palazzo della Gran Guardia di Verona, un convegno ha messo in rilievo come la Resistenza sia stata un fenomeno di massa che, a causa del maschilismo, ha trascurato il rilevante ruolo delle donne.



  


La Resistenza ha sempre rivestito un ruolo di importanza fondamentale nella storia del nostro paese. Ha segnato la fine di un'epoca di privazione della libertà e l'inizio della conquista di molti diritti. Nonostante questo è solo pochi anni che ci si è accorti di quanto la Resistenza sia stata fatta anche dalle donne che, abbandonando i grembiuli e le pentole, si sono affiancate ai loro uomini in armi contro un nemico oppressore.

Solo recentemente si è arrivati a una proposta di legge che vede le firme delle maggiori deputate del centrosinistra per l'istituzione di una giornata delle donne della Resistenza. Infatti, uno dei problemi più seri che riguarda questo fenomeno, è proprio il fatto che quella delle donne italiane fu essenzialmente una Resistenza taciuta, silenziosa, che operava nel retroscena del conflitto in corso. Ma questo non per scelta delle donne di non impugnare un’arma e combattere al fronte al pari degli uomini, anzi! Abbiamo numerosi esempi e testimonianze che confermano che le donne non solo assistettero o aiutarono, ma anche combatterono! Il motivo per cui sostanzialmente si è negato fino ad oggi un vero ed ufficiale riconoscimento a queste eroine è proprio perché furono loro stesse a non pretendere nulla. Forse per il loro ruolo ancora (troppo) marginale all’interno della società che le relegava solo ai fornelli; o forse per un’effettiva paura di esporsi, conseguentemente alle possibili critiche che avrebbero potuto ricevere dalla stessa società, la maggior parte delle donne partigiane chiuse il proprio capitolo della Resistenza non con una pubblica affermazione, ma con il ritorno alle proprie case, alle proprie famiglie, ai propri lavori…

Nel suo intervento, Maria Luisa Albrigi, Assessore al Comune di Verona, ha sottolineato come mettere in evidenza il ruolo delle donne nella Resistenza significhi "rendere giustizia alle donne che vi hanno partecipato". Rendere loro giustizia, però, implica un lungo lavoro, una raccolta di testimonianze, che serviranno, ha dichiarato l'assessore ad "una presa di coscienza delle figlie e delle nipoti di queste paladine della giustizia". Uno dei punti su cui è stata centrata l’intera conferenza è stato proprio quello della necessità di ridare importanza a questi episodi per riflettere sul bisogno di rievocare i valori che motivarono le nostre antenate, al fine di non disperdere una memoria che, piano piano, se non avrà nessun tipo di riconoscimento e riscontro nelle future generazioni, andrà del tutto perduta.

Il convegno era centrato sulle azioni di resistenza, armata e non, che ebbero luogo nelle città e province di Verona e Mantova; per quanto riguarda la nostra provincia in particolare nelle zone di San Giovanni Ilarione e Vestenanova.
Particolarmente rilevante è risultato l'intervento di Rita Scapinelli, presidente del Consiglio provinciale di Mantova, che ha parlato del comitato promotore, costituitosi nel 2003, su sollecitazione dell' Anpi, l'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, e costituito da una quarantina di comuni, dall'Istituto Storico di Mantova e da molte altre associazioni. Il comitato ha fra i suoi scopi quello di rivitalizzare le celebrazioni della Liberazione e risvegliare la memoria, attraverso l'approfondimento della conoscenza storica. "L'Italia di oggi" sostiene la Scapinelli, "è fondata sui valori della Resistenza".
Numerosi i libri già pubblicati e in fase di pubblicazione che trattano il tema delle donne e la Resistenza: fra questi, segnaliamo il lavoro di Maria Vacchi, che racconta le vicende di una famosa partigiana, Valentina Giovartoni, morta in seguito alle torture subite; e "La donna mantovana nella Resistenza", di Bianca Fiori Verona.

Fiorenza Brioni, sindaco di Mantova, ha sostenuto che il contributo delle donne è stato essenziale, come quello degli uomini, ma poche furono le donne che chiesero il riconoscimento e il premio delle loro azioni dopo la guerra: la maggior parte di esse tornò al proprio lavoro, senza chiedere riconoscimenti a livello sindacale. Il silenzio delle donne ha però significato una mancata socializzazione della loro esperienza e quindi ha favorito il ritorno ai ruoli tradizionali.
Secondo Giuliana Bertacchi, dell'Istituto di Storia della Resistenza di Bergamo, "le qualifiche partigiane non qualificano la Resistenza": alle donne vennero assegnati ruoli marginali, ma loro non apportarono un aiuto marginale. I documenti rivelano solo in parte l'importanza del loro intervento.

È fondamentale sottolineare che non furono solo la povertà e la lontananza dei loro cari a spingere le donne a impugnare le armi. Quello della Resistenza fu il primo vero atto di presa di coscienza da parte delle donne.
Illuminante l'intervento di Emilio Franzina, professore ordinario di storia contemporanea presso la nostra Università, il quale, nominando due grandi donne della resistenza come Rossana Rossanda e Tina Merlin, indica quanto sia centrale capire come la condizione femminile di discriminazione degli anni '43-'45 sia stata deturpante per le donne che parteciparono alla Resistenza. E quanto quest’ultima abbia rappresentato un oscuramento per la donna, a vantaggio di una visione tradizionalista che voleva solo l’uomo al centro della storia.

È intervenuta poi Tiziana Valpiana, deputata del centrosinistra, che ha puntato i riflettori sull'importanza della voce della donna e su quanto il fascismo avesse dovuto essere sconfitto nella modalità di pensiero.
Si è passati poi alle varie fonti reperite negli archivi veronesi e mantovani: da questi documenti emerge la presenza di donne partigiane, spesso segnalate con il loro nome di battaglia o in forma anonima. Numerosi gli episodi di opposizione all'autorità tedesca e fascista, come quello di Monteforte d'Alpone, dove i contadini, tra cui molte donne, si opposero alla chiusura di un mulino, fino ad arrivare agli episodi di maternage, ovvero una forma di resistenza attraverso la quale le donne rifiutarono l'arruolamento dei figli e nascosero i disertori. Da qui il dubbio che forse le donne si mossero per lo più a causa dell'amore per i parenti, più che per una decisione politica.

Tra spiegazioni sul significato di Resistenza attiva e passiva, armata ed inerme, ormai concetti ben noti, ci si è soffermati a parlare dell'UDI, Unione Donne Italiane, associazione nata da gruppi di assistenza delle donne ai partigiani formatisi nel 1943, il quale da anni si impegna nei riconoscimenti dei diritti fondamentali delle donne.
Per concludere, possiamo affermare che l’aggettivo più adeguato per descrivere quest’esperienza è: ”illuminante”, perché in una società come quella di oggi, che nonostante apparentemente riconosca molto alla donna, in realtà è sempre pronta a scrutarla e giudicarla, mai come in questo momento ci siamo sentite così fiere di essere donne!



 
Alice Gaiardoni e Pamela Faccioni


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