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PARLARE FACILE
° - 30.01.2006


CONVEGNO SCIENZA E MASS MEDIA


PRIMO COMPITO DEL DIVULGATORE:


PARLARE FACILE


Intervento di Carlo Bernardini


Direttore di “Sapere”



Il compito del giornalista scientifico? Tradurre dall’italiano all’italiano. Quando uno scienziato racconta il senso del suo lavoro, quasi sempre lo fa in modo incomprensibile ai più. Dal punto di vista formale, niente da dire: usa i termini giusti, peccato che risultino essere parole italiane poco chiare alla maggior parte degli ascoltatori. Se si vuol fare divulgazione scientifica (ovvero portare al volgo i progressi della scienza) il primo compito del giornalista è quello di tradurre dall’italiano tecnico, specialistico, astruso dei ricercatori, dei docenti universitari, degli accademici all’italiano “normale” parlato per strada dal lattaio e dall’impiegato. Certo, il rischio di essere superficiali o imprecisi è in agguato, ma qui sta la seconda abilità del giornalista scientifico: coniugare la rigorosità dei contenuti con la chiarezza del linguaggio usato.


Compito non facile per i giornalisti italiani perché la lingua di Dante poco si presta alla descrizione dei fatti di scienza. Mentre l’inglese è sicuramente più flessibile, più immediato, a volte anche onomatopeico nel descrivere un esperimento di fisica o di chimica, l’italiano non è sicuramente adeguato, e solo quando si parla di medicina, scienze naturali o scienze sociali riesce ad essere all’altezza del suo compito. Nel 1969, durante lo sbarco del primo uomo sulla Luna, feci un esperimento e provai a tradurre in leccese (il mio dialetto) ciò che man mano veniva descritto dal telecronista e dalle immagini. Mi risultò impossibile: in leccese l’uomo non può sbarcare sulla Luna perché mancano i vocaboli per descrivere buona parte di quello che accade durante un allunaggio. Anche se in misura minore, l’italiano soffre del medesimo problema.


L’altra grande responsabilità della divulgazione scientifica riguarda l’onere della ri-affermazione del pensiero razionale. Il pensiero scientifico, basato sulla razionalità delle considerazioni da fare di fronte al fenomeno che si sta osservando, non solo è precario, bensì rischia di scomparire, di essere sopraffatto dal pensiero irrazionale. Non a caso, il pensiero razionale è nato nell’antica Grecia, in un contesto tutto particolare: quelle comunità non erano “afflitte” da re o dinastie (e potevano essere guidate via via dagli uomini migliori), non avevano una religione unica o predominante, intrattenevano commerci e buone relazioni con le popolazioni vicine, credevano profondamente nella scuola e nel dialogo per risolvere i conflitti. Tant’è che il pensiero scientifico da loro sviluppato (pensate alla matematica e alla fisica) è rimasto “validi” per quasi 20 secoli: solo con il Rinascimento c’è stato un nuovo – ma momentaneo!- contesto favorevole alla ripresa e al necessario sviluppo di quelle teorie.


Che la società prediliga il pensiero irrazionale lo si può constatare tutti i giorni: basta vedere quante persone si affidano agli oroscopi, quanti credono nella superstizione o nelle presunte capacità dei maghi-cialtroni che affollano le televisioni. O anche solo osservare come la società civile (ovvero tutti noi) affronta e prende posizione su alcuni argomenti tipicamente scientifici: quanto pensiero razionale si può trovare nel dibattito intorno all’inquinamento elettromagnetico o agli Ogm? Dunque la funzione del giornalista scientifico o dello scrittore di scienza (figura ancora rara in Italia, ma diffusa nei Paesi anglosassoni) è quella di educare, ex-ducere, tirar fuori le persone dalle secche della irrazionalità dei loro pensieri.


Un terzo tema che vorrei affrontare in questo mio intervento è la mancanza, non solo in Italia, ma in tutto l’Occidente, di una Storia delle idee. Spesso gli storici della scienza si limitano a scartabellare negli archivi per ricostruire le fasi salienti di una scoperta o di una invenzione; poi ci mettono accanto qualche aneddoto curioso o pepato e tutto finisce lì. Così nascano gli stereotipi: Galilei è “l’eretico che ha abiurato le sue scoperte”, Fermi è il “padre della bomba atomica”, Pierre Curie è “il marito di Marie”, Majorana è “scomparso perché suicidato o ritiratosi in convento”. E le loro idee? Cosa si sa delle loro idee? Enrico Fermi ha meritato il premio Nobel per dei lavori scientifici che solo marginalmente c’entrano con il progetto Manhattan. Il progresso del pensiero scientifico è una concatenazione di idee brillanti che innescano altre idee brillanti, ma nessuno è stato ancora capace di realizzare una “storia” di queste idee.


Infine una raccomandazione: usate le figure. Data la difficoltà di esprimere in italiano certi concetti scientifici e vista l’abitudine a comunicare per immagini, per simboli (e la facilità con cui oggigiorno si può ricorrere alla grafica, vedi Internet), perché molti articoli che parlano di scienza e nuove tecnologie sono ancora poco illustrati o, addirittura, male illustrati? Eppure molti fenomeni della fisica sono così comprensibili se spiegati dal disegno appropriato


http://www.osservatoriotuttimedia.org/bernardini.htm


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