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Cosa fai tu per la pace?
Unita' - 25.01.2006


«Cosa fai tu per la pace?»:
Assisi interroga i segretari dei partiti

di Beatrice Montini

Bandiere delle Pace


 «La pace come la pioggia, non si ottiene con le invocazioni. C'è bisogno di altro». Come la pioggia ha bisogno della condensazione del vapore acqueo che c'è nell'atmosfera, così «la pace deve essere costruita e per costruirla c'è bisogno della politica». La frase, piuttosto evocativa, che si legge nel piccolo pamphlet consegnato ai giornalisti in apertura dei lavori del seminario che venerdì e sabato celebra ad Assisi i dieci anni della Tavola della Pace, riassume al meglio non solo il senso di questa due giorni di Assisi ma anche della sfida che il movimento pacifista italiano si appresta ad affrontare nei prossimi mesi. Anche in vista delle elezioni politiche.



Non a caso il seminario che festeggia i dieci anni di vita della Tavola della Pace si intitola «Non c'è pace senza una politica di pace». E non a caso venerdì pomeriggio ad Assisi sono arrivati un po' tutti i leader politici dell'Unione e non solo. D'altronde già all'ultima Assemblea dell'Onu dei Popoli (organizzata insieme alla marcia Perugia-Assisi sempre dalla Tavola
della Pace) che si è svolta poco prima delle Primarie erano intervenuti anche Prodi e Bertinotti..


Così venerdì mattina, nella città di San Francesco, nella bellissima sala papale de Sacro Convento di Assisi, associazioni, ong, movimenti, rappresentanti degli enti locali e dei sindacati (insomma un po' tutte le componenti e le anime del movimento anti guerra del Belpasese) non solo hanno iniziato a fare il bilancio dei dieci anni trascorsi ma hanno anche inziato ad analizzare e ridefinire il progetto di pace dei prossimi mesi. E, nella due giorni, si confronteranno da una lato con i leader dei partiti politici, e dall'altro con loro stessi.


Basta leggere il programma per rendersene conto. Venerdì, dopo i saluti e l'apertura die lavori, il dibattito «E tu cosa intendi fare per la pace?» ossia il confronto-incontro con i leader dei partiti: dell'Unione (da Bertinotti a Rutelli, da Pecoraro Scanio a Mastella, da Fassino a Di Pietro) ma anche del centrodestra (come Gasparri di An e Mario Tassone dell'Udc). Sabato invece la riflessione sul programma del prossimo biennio della Tavola della Pace dal titolo «E ora cosa facciamo?».


Una sfida insomma a doppio senso. Perché come ha sottolineato Cindy Sheehan (la "mamma pace" del soldato Casey morto in Iraq nell'aprile del 2004) chiudendo gli interventi di Assisi di venerdì mattina «dalle guerre abbbiamo imparato che il silenzio è complicità» e quindi non solo non possiamo «rimanere in silenzio davanti al una guerra ingiusta che uccide innocenti» ma è importante che «i movimenti di base per la pace si impegnino per mandare a casa l'attuale governo di guerra Berlusconi».


Insomma, se da un lato (per usare ancora le parole della "peace mum") c'è bisogno di «resistenza civile pacifica», dall'altro, sottolinea Flavio Lotti coordinatore nazionale della Tavola della Pace, «c'è bisogno di risposte concrete a favore della pace da parte della politica», risposte che «non sono pervenute né da destra, né da sinistra, né dal centro».


«Noi abbiamo costantemente ricercato contatti con la politica in questi anni perché siamo anche convinti che non c'è pace senza una politica di pace» dice quindi Lotti «la realtà descrive bene l'assenza di questa politica: le cause principali della crescente insicurezza e del crescente disordine vanno cercati proprio nell'assenza a livello internazionale di una politica di pace e non solo nel terrorismo». Quindi, annunciando la presenza dei numerosi leader politici nazionali all'incontro-confronto del pomeriggio, sottolinea: «spetta a loro tradurre in fatti concreti la domanda che viene non solo da noi ma dal mondo».


Insomma la pace si costruisce dal basso ma dialogando con la politica, mettendo insieme il lavoro delle associazioni e dei movimenti con quello delle istituzioni. «Per liberare la libertà e quindi per avere la pace - ammonisce infatti Don Luigi Ciotti(presidente di Libera) nel suo intervento - abbiamo bisogno di politiche vere, serie e alternative e abbiamo bisogno che il mondo della politica, anche quello più amico, costruisca insieme a noi un percorso comune e condiviso». La sfida principale è dunque quella di rilanciare e riportare in primo piano il dibattito politico e con i politici. Ma sul tavolo della pace i temi e l'articolazione della discussione sono comunque tanti e complessi. Anche nel mondo del pacifismo italiano, negli ultimi mesi e con l'avvicinarsi delle elezioni, si sono andate articolando e differenziando posizioni che qualche anno fa erano in qualche modo più compatte. Così sono ancora in ballo alcune adesioni alla manifestazione contro la guerra in Iraq indetta dal Forum Sociale Europeo per il prossimo 18 marzo. Per non parlare del mondo cattolico che ancora attende una presa di posizione più netta sulla pace da parte del nuovo pontefice Ratzinger.







Una domanda, nove risposte
di b.m.

Il primo ad entrare nella Sala papale del Sacro Convento di Assisi (proprio accanto alla celeberrima Basilica di San Francesco) è l’aennino ex ministro delle telecomunicazioni Maurizio Gasparri. Che, forse per esorcizzare la sua presenza in campo “nemico” ci dice subito: «Sono sempre andato dove mi invitano, compresa una festa dell’Unità nel ’95 e poi il nostro è un governo pacifista». Quando arriva il segretario del Prc Fausto Bertinotti sono invece subito foto ricordo e sorrisi fra i presenti. «La nostra aspirazione è fare attraversare la politica dal tema della pace» dichiara davanti alle telecamere prima di andarsi a sedere al tavolo con gli altri invitati. «Ma per piacere non mettetemi proprio accanto a Gasparri» dice un po’ sottovoce sorridendo.



Poi arrivano Elisabetta Gardini di Forza Italia, il verde Alfonso Pecoraro Scanio, Katia Belillo del Pdci, Antonio Di Pietro dell’Italia dei Valori, Tassone per l’Udc e Luciana Sbardati per i Repubblicani europei. E man mano che la discussione va avanti il segretario dei Ds Fassino e il leader della Margherita Rutelli.


Visto il palco così eterogeneo e bipartisan dei politici invitati al Tavolo della Pace, applicando il principio della “pace preventiva”, fa da moderatore un frate, padre Coli, custode del sacro convento di San Francesco. Insomma il messaggio è chiaro: niente fischi e mormorii eccessivi per chi si rivendica “pacificatore” invece che pacifista..


Sinceramente l’invito viene accolto.Tanto che nelle tre ore successive in cui i leader di destra e sinistra in ordine alfabetico illustreranno (come chiesto dal coordinatore del Tavolo, Flavio Lotti) «tre impegni concreti per prossima legislatura» lo spirito di Assisi di tolleranza la farà per lo più da protagonista. Quindi massima attenzione e applausi un po’ per tutti. Certo soprattutto per i rappresentanti dell’Unione. Molto caloroso quello per l’arrivo di Fassino (l’intervento è stato particolarmente apprezzato) ma anche per Bertinotti, Pecoraro Scanio, Di Pietro il più spiritoso) e Rutelli. Anche perché il leit motiv degli interventi (pur declinato nelle sue differenti sfaccettature) è quello che anche alla tavola della Pace si torna a ribadire: ritiro delle truppe dall’Iraq, rafforzamento delle istituzioni internazionali e in special modo dell’Onu, impegno concreto per la cooperazione e lo sviluppo dei paesi più poveri e per la lotta alla povertà, disarmo.


Ma persino Gasparri strappa un applauso finale (certo un po’ più timido e contenuto) ai pacifisti quando rivendicazione la coerenza del suo intervento («Non proverò a blandirvi ne voglio provocarvi» chiarisce subito). Unica piccola (ma inevitabile e anche provocata) eccezione quando la portavoce di Forza Italia Elisabetta Gardini descrive il pacifismo come una sorta di emanazione dello stalinismo: «Non possiamo dimenticare come pacifismo fu spauracchio dello stalinismo contro le democrazie occidentali» sentenzia la Gardini. E l’attacco al comunismo in stile Berlusconi fa sussultare anche padre Coli: «Ci vuole pazienza» dice francescanamente alla platea.



FAUSTO BERTINOTTI, Prc
Il primo obiettivo è un meta obiettivo. Non so se le invocazioni possano contribuire alla pioggia ma so che senza una diffusa cultura della pace non si arriva alla pace. Quindi il primo obiettivo è la ricostruzione di una cultura della pace e cioè il passaggio dai movimenti, dalle grandi manifestazioni, dalle bandiere arcobaleno ad una cultura per l’intero popolo italiano. E questo si fa ripristinando l’articolo 11 della Costituzione tradito con la guerra in Iraq.


Il secondo obiettivo è una sorta di “leva”. Le politiche si fanno quando si costruiscono le forze. E poiché non esistono più delle guerre giuste è necessario fare delle guerre un tabù e fare della pace un grande obiettivo programmatico. In pratica: ritiro immediato e senza condizioni delle truppe italiane dall’Iraq. Perché la pace prepara la pace la guerra prepara la catastrofe dell’umanità.


Per il terzo obiettivo userei un termine “antico”: disarmo, una politica di disarmo. Perché il corrispettivo della non violenza negli stati è il disarmo. E perché questa globalizzazione porta la guerra come le nubi portano il temporale.


KATIA BELILLO, Pdci


Innanzitutto coerenza. Perché alcuni tra quelli seduti a questo tavolo che pensano che la pace si faccia con guerre al di fuori del diritto internazionale, con guerre assolutamente immorali.


Per avere pace c’è necessità di giustizia sociale e non è più possibile tollerare che una minoranza dell’umanità viva con le risorse sottratte alla maggioranza. Per questo è importante fare politiche di giustizia sociale e ridistribuire le ricchezze.


Le guerre sono fatte con la teoria dell’esportabilità della democrazia con l’uso delle armi. Invece se vogliamo fare la pace bisogna prima di tutto smettere di fare la guerra. Quindi ritirare subito le truppe dall’Iraq, dall’Afghanistan e da tutte le altre cosiddette missioni di pace.


Poi rafforzare cooperazione internazionale. Il neoliberismo è la madre di ogni sciagura e di ogni ingiustizia perché quando si lascia l’egemonia all’economia a un mercato libero senza regole e freni quello che accade è davanti a tutti noi. L’Onu deve riappropriarsi della politica per ridistribuire immense ricchezze che anche le nuove tecnologie forniscono.


Bisogna iniziare anche in Italia facendo politiche per difendere ruolo pubblico.
Pensiamo alle comunicazioni, all’acqua, ai trasporti. E poi ancora difesa della Costituzione e dei valori di uguaglianza e giustizia sociale.


ANTONIO DI PIETRO, IdV


La proposta uscita dalla fabbrica del programma è buona base di partenza: ritiro delle truppe con tempi tecnici. Ossia smobilitare ma senza trascinare le cose. Dall’Iraq si deve venire via con i tempi tecnici della smobilitazione.


Poi sgombrare il campo da due luoghi comuni usati per evitare di affrontarte il merito della questione pace. Il primo è la lotta al terrorismo. Ma buttare bombe “‘ndo cojo cojo” non risolve la lotta al terrorismo che si risolve a monte eliminando le ragioni che lo alimentano e semmai con operazioni di polizia mirate
E non bombardando a caso. Così son capaci tutti.


Noi quindi ci impegniamo ad appoggiare l’Unione perché fin da subito ci sia un segnale chiaro a livello economico. Quei soldi che servono per armare la guerra dobbiamo trasformarli per armare la pace. Per questo si può fare un provvedimento nei primi cento giorni di governo. Perché da quel momento invece di acquisto di munizioni ecc finanziamo la cooperazione.


Poi mi si dice che sono antiamericano. Ma no io sono anti Bush. Dove sta scritto che tutto quello che decide quello li e la sua famiglia va bene. Non è vero per niente non c’è niente di piu’ pericoloso di chi vuol fare il poliziotto del mondo. Il luogo comune che ci deve essere la soluzione preventiva mi ricorda tanto quella definitiva.


Insomma gli Usa non possono decidere tutto da soli e quindi serve una politica di rilancio dell’Onu. La politica estera non si fa soltanto a Porto Rotondo. E le Nazioni Unite sono vere non quando agiscono manu militare ma quando evitano l’uso della forza.


Poi non c’è pace senza diritti civili e quindi una politica estera economica che dialoghi con quei paesi che rispettano i diritti e che eviti quei paesi che questi diritti offendono. Ad esempio i paesi lavano i soldi sporchi.


PIERO FASSINO, Ds


Primo non c’è pace senza giustizia
Ancora oggi ci sono milioni di uomini la cui vità è segnata da malattie endemiche, fame, sottosviluppo. Sono le contraddizioni di un mondo capace di produrre ogni bene necessario per ogni uomo e donna del pianeta ma che in realtà è fatto di grandi disuguaglianze e sperequazioni.
Quindi l’impegno di un mondo piu giusto nella redistribuzione della ricchezza nell’uso delle risorse nella riduzione del debito ai paesi piu’ poveri. E quindi le politiche di cooperazione e aiuto allo sviluppo e di democratizzazione siano per il centrosinistra una questione fondamentale. Affffrontare le grandi contraddizione del pianeta per invertirne la tendenza.
Quindi incrementare significativamente le risorse per la cooperazione e lo sviluppo e lavorare per la riduzione del debito dei paesi che non sono in grado di pagare.


Secondo no a fanatismo e integralismo nel riconoscimento delle differenze e delle identità e religioni per un mondo capace di guardare ai conflitti e risolverli con gli trumenti della politica. E quindi la centralità del dialogo interreligioso perché pluralità non sia fonte di conflitto ma di soluzione ai conflitti e dialogo.


E poi il grande tema del riconoscimento dei diritti umani e civili strettamente connesso alla lotta al fanatismo e all’intolleranza a cui la dimensione religiosa può dare contributo fondamentale ed essenziale.


Terzo laddove si è fatta prevale guerra preventiva passare a politica preventiva strategia che valorizzi al massimo dialogo


Necessità per questo di istituzioni forti e qui il tema dell’onu perché non conosciamo globalizzazione della sovranità ma globalizzazione merci. Non è globale nella sovranità e quindi vive contraddizione che rende piu difficile prevenire i conflitti


Multilaterale e non unilaterale anche fosse la nazione piu importante del paese a governare. Ogni paese ogni governante chiamato a partecipare a governo comune


ELISABETTA GARDINI, Forza Italia


Io ci credo molto a questo incontro perché siamo qui per parlare di qualcosa che ci sta a cuore. Ma mi sento male quando sento che nel dialogo si infilano posizioni ideologiche preconcette e precotte. Se Bush non ci fosse non è che avremmo risolti tutti i problemi del mondo e quindi invito a una riflessione su questo.


Le cose fatte dal nostro governo sono tante: per la Palestina, con l’intensissimo lavoro di diplomazia e poi con le missioni di pace con oltre 10mila soldati italiani dal Darfur al Kosovo. E per quanto riguarda iraq da settembre è iniziato il rientro.


Quindi io credo molto alla verità e nella verità, per citare il papa, c’è la pace. In Iraq l’Italia non ha partecipato alla guerra ma è subentrata in un momento successivo. Anche la Santa Sede si è dichiarata a favore della presenza militare finchè non si realizza auto governo.


La pace non è una conquista per sempre che si può calare dall’alto con semplici regole. E allora perché fa notizia che noi siamo qui a questo tavolo pace? Perché la pace è stata strumentalizzata e vista attraverso lenti dell’ideologismo. Non possiamo dimenticare come pacifismo fu spauracchio dello stalinismo contro le democrazie occidentali. Ci sono i libri di storia.


La pace è conquista lenta e non dobbiamo aver paura della verità e non dobbiamo aver paura di dire che i nostri militarti in Iraq sono veri costruttori di pace perché quotidianamente aiutano la popolazione.


MAURIZIO GASPARRI, An


L’articolo 11 della Costituzione è stato violato con l’intervento in Serbia anche se io condividevo la decisione di fermare quel massacro etnico. In Iraq nessuna violazione dell’articolo 11.


Fassino ha detto che in Iraq i veri resistenti sono stati quelli che hanno votato ma se hanno votato è perché ci sono state pressioni politiche e soprattutto perché si è abbattuta una dittatura. L’Italia ha contribuito anche con persone che hanno dato la vita a tutto questo.
Poi c’è il problema del terrorismo che non sempre si riesce a respingere solo con parole di pace. Io non faccio parte del movimento pacifista ma non sono contro la pace. Solo che per averla non bastano solo manifestazioni e appelli. Sarebbe bello ma la storia insegna che non basta.


Riguardo agli stanziamenti per la cooperazione certo è vero non bastano ma stiamo portando avanti la politica di riduzione del debito. E credo che l’Unione Europea dovrebbe autorizzare gli sforamenti dei bilanci entro un certo limite per fondi destinati a cooperazione e sviluppo.


Secondo: continuare con missioni militari di pace perché se in Iraq e Afghanistan la gente ha fatto la coda per andare a votare lo ha fatto anche grazie alla nostra presenza.


Terzo: ridiefinizione degli organismi internazionali. Dobbiamo rivedere l’Onu ma non solo l’Onu


ALFONSO PECORARO SCANIO, Verdi


Primo: la politica estera come lotta alla guerra e al terrorismo. E quindi immediato ritiro delle truppe dall’Iraq come ha fatto Zapatero in un mese. Perché
se non è missione di guerra è partecipazione ad un occupazione militare che permane tutt’oggi e noi non vogliamo partecipare.


Poi per la riduzione altri conflitti e ridistribuzione delle risorse la riforma radicale dell’Onu. L’agenzia mondiale si occupi del disarmo nucleare perché la battaglia contro l’Iran la facciamno solo se torniamo a dire che dobbiamo distruggere gli arsenali nucleari in tutto il pianeta.


Quindi impegno di ridurre le spese militari che sono state aumentate dal governo di centro destra e portare almeno allo 0,7 la cooperazione internazionale. E foi nun impegno a favore della Tobin tax per tagliare fondi alla grande speculazione finanziaria e devolverli alla lotta povertà.


Infine ripristinare una forte legge contro il commercio delle armi e per la riconversione delle industrie che producono armi. A livello di Italia una scelta netta sulle basi nucleari. Ossia liberare l’Italia dalle testate nucleari che ancora ci sono.


LUCIANA SBARBATI, Repubblicani europei


Dobbiamo restituire alle parole il loro senso. La pace non esiste senza politiche di pace e fare politiche di pace significa fare qualcosa di diverso da slogan elettorali ma testimoniare la pace. Pace significa non solo non violenza ma lotta alla povertà e alla discriminazione da quella sessuale a quella razziale.
La politica deve mettere le mani del piatto dello strapotere dell’economia delle multinazionali che affamano il mondo. Come la Monsanto che affama l’India o le
politiche protezionistiche di Francia e Germania che affamano milioni di persone. Perché non si può dire? Perché sono amici?


Bisgona lottare contro povertà che è la madre di tutte le violenze. Gli esclusi e gli emarginati considerati superflui nelle nostre società opulente prima bussano ma poi finiscono per spaccare. Fare politica per la pace significa andare contro questo e sconfiggere le politiche discriminatorie che fanno parte della cultura della superiorità e quindi solidarietà vera e non carità pelosa per le pari opportunità di diritti e di doveri.


FRACESCO RUTELLI, Margherita


Primo attuare l’articolo 11. Quindi non si partecipa a conflitti dichiarati apertamente e noi nona vremmo partecipato né a guerra né alla seconda parte della missione e se il centrosinistra vincerà rientreremo dalla missione.


La seconda parte dell’articolo 11 dice che la sicurezza internazionale si fa attraverso le istituzioni internazionali riconosciute. Noi non abbandoneremo il popolo iracheno. Talabani è un uomo coraggioso che ha combattuto per tanti anni contro Saddam e noi abbiamo il dovere di contribuire con mezzi nuovi a far uscire dalla tragedia questo popolo


Secondo: penso sia uno scadalo che noi non applichiamo neppure una parte minima delle risorse tecniche e scientifiche che rendono possibile il nostro stile di vita per risolvere problemi che valgono per una quota enorme del genere umano. Oltre un miliardo di persone che vivono con meno di un euro a l giorno e negli ultimi 30 anni il divario tra paesi ricchi poveri è aumentato. Ci sono 800 milioni di persone che vivono in fame cronica. Per raggiungere obiettivi del millennio servono 44 miliardi di dollari all’anno lo 0,4 % del pil dei paesi piu ‘ricchi e noi abbiamo stabilito con l’obiettivo del millennio di devolvere lo 0,7%. Questi obiettivi potrebbero essere centrati nel giro di pochissimi anni invece l’Italia è andata indietro in maniera scandalosa. Il centrosinistra deve agire per inesorabilmte verso questo traguardo con una politica civile morale ed economica.


Terzo: un grande pezzo del pianeta, il Sudan è grande come l’Europa continentale, è stato posto all’attenzione dell’opinione pubblica solo perché se ne è occupato Bonolis a San Remo poi il Darfur è rimasto nel dimenticatoio. E li ci sono piu’ morti che in Iraq e piu’ stupri etnici che durante la guerra nella ex Yugoslavia. Insomma non ci occupiamo di chi soffre e quindi nell’agenda politica ci dovrà essere un altissimo impegno contro violenze e umiliazioni.


http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=46759


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