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In gelateria
* - 26.08.2005



Un episodio di razzismo 'linguistico'


La ragione è sempre dei clienti anche quando hanno torto? Mi sono promesso che avrei scritto perché sentivo che quel che sto per raccontare non poteva rimanere un episodio sgradevole, ma doveva diventare lo spunto per fare alcune riflessioni utili riguardante lo stato attuale degli stranieri in Italia.


Il protagonista è u n ragazzo che lavora in una nota gelateria di Milano. È una sera di un sabato dei primi d'agosto, la città è mezzo vuota e dunque anche il locale. A un certo punto arriva una comitiva di amici, probabilmente dopo un'allegra cena passata insieme; persone che lasciano immaginare un basso grado di cultura. Sono numerosi e dunque la scelta del gelato è lenta, si scambiano battute, ridono, scherzano su chi dovrà pagare. Finalmente la scelta cade su uno del gruppo, che indossa vistosi pantaloni di colore arancione. Tentenna un po'.Vuole assaggiare questo gusto, quell'altro. Di nuovo questo, finché, avvalendosi della prerogativa del diritto di cliente, li assaggia quasi tutti. Il ragazzo che lo serve, comincia a perdere la pazienza soprattutto perché vede nell'atteggiamento una certa scortesia. Infatti, l'uomo per far ridere gli amici prende in giro l'accento straniero del ragazzo, che nonostante la sua origine ( viene dall’Argentina ) si fa capire benissimo dai clienti. Il ragazzo non risponde, ma come credo possa capitare a ognuno di noi in una occasione del genere, si sente visibilmente ferito.

L'uomo continua a divertirsi con il giovane gelataio come fanno i bambini con le povere bestiole che torturano con incomprensibile crudeltà. Il punto è che né l'uomo in questione è un bambino né la persona dall'altra parte del banco è una ranocchia. Il ragazzo disperato e offeso gli chiede di decidersi perché ha altre cose da fare, l'altro risponde con tracotanza che deve fare lo sforzo di parlare più chiaro perché quando parla non "ti si capisce", il ragazzo ripete la frase in perfetto italiano e il cliente continua a torturarlo.

Di tutta questa scena sono testimoni non solo gli altri amici ma anche tutti gli altri clienti, la proprietaria del locale, gli altri ragazzi che ci lavorano, il che rende l'umiliazione ancora più intollerabile. Nessuno però interrviene, Arriva dunque il momento nel quale il ragazzo non sopporta più la situazione e risponde sgarbatamente. In realtà usa un'espressione piuttosto volgare nonché meritata. Il cliente, certo, non se l'aspettava.

Naturalmente uno straniero che viene a lavorare qui da noi non dovrebbe permettersi di rispondere male a un cliente in quella maniera!. Qualcuno sottolinea che è sempre il cliente ad avere ragione, e quelli che sono dall'altra parte devono solo servire ed accontentare. Il ragazzo non proferisce più parola, ma non per paura, per educazione. Il cliente offeso minaccia, esce infuriato dal locale, ritorna, minaccia nuovamente, chiede al ragazzo di uscire per sistemare la faccenda, dice che lui gli insegnerà come "ci si comporta". Beh, certamente suscita un certo amaro sorriso, finché conclude con la frase raccapricciante: "Ma tu che ci fai qui? Tornatene nel tuo paese".

Allora bisogna sapere che il ragazzo in questione, il servo che ha offeso il padrone, possiede il passaporto italiano , è cittadino italiano a tutti gli effetti. Possiede, a onore del vero, una laurea in veterinaria ottenuta in Argentina, ed è dunque un professionista come probabilmente non è il selvaggio bizzoso dai pantaloni arancioni. Fra l’altro, è venuto in Italia non perchè spinto dal bisogno, ma per voglia di viaggiare, di conoscere. Questo naturalmente non costituisce la garanzia che chi ha maggiore benessere abbia diritto a una maggiore dignità. Le racconto perché nel caso quell'uomo leggesse questa lettera possa scoprire il profondo errore nel quale è caduto.

Episodi simili accadono di frequente in ogni angolo della città, ma ci sono alcune cose sulle quali bisogna riflettere. Innanzi tutto chiedersi perché quell'uomo abbia reagito con quella violenza sfogando tutto quel razzismo “linguistico” sul ragazzo. Perché quell'uomo crede di avere il diritto di cacciare una persona da questo paese solo perché non ha obbedito come lui pretendeva? È utile anche chiedersi se l'atteggiamento di quell’ uomo non sia il riflesso di una politica aggressiva e razzista verso gli stranieri, non dico su quelli che arrivano, che sarebbe già un discorso molto complesso , ma anche su quelli che sono già qui.

L'episodio della gelateria lascia un sapore amaro in bocca, certo non sconvolge la vita di nessuno ma dovrebbe portarci a interrogarci su certi atteggiamenti che sono ormai diventati socialmente accettati.

Vi prego di pubblicare questa lettera che vuole essere non solo uno sfogo ma una riflessione, vuole essere la voce che ricorda alle persone che noi stranieri abbiamo una voce e che se ci sarà bisogno di urlare, perché ci pestano i piedi, urleremo. Sappiamo di non essere soli e ringraziamo le persone che fanno di tutto per i diritti degli immigrati.

Lettera firmata

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Questo episodio dimostra, se ce ne fosse bisogno, che c’è una forma di razzismo che nasce dalla presunzione e dall’ignoranza. Probabilmente chi se ne rende protagonista , rifiuterebbe l’etichetta di razzista. E’ un atteggiamento di superiorità che non riguarda soltanto gli stranieri ma che è molto diffuso anche fra italiani di regioni differenti . Qualche anno fa, su un grande giornale del Nord apparve una divertente lettera di una signora che è di Siena, ha due lauree , insegna lettere in un liceo classico , e con tutto ciò in un bar del Bergamasco è stata invitata “ a parlare più chiaramente. “ Parli italiano “ gli ha intimato il barista, evidentemente convinto di essere lui, con il suo dialetto valligiano, il depositario della nostra lingua. Ci sono tanti che, convinti di essere depositari di qualcosa, parlano mostrando sicurezze assolute. Basta pensare al ministro Calderoli. Ma va anche detto che queste sono forme deprecabili di ignoranza e presunzione, che possono costituire l’ ambiente nel quale il razzismo può crescere e prosperare. Però il razzismo vero è un’altra cosa. Il razzismo vero è quello che hanno conosciuto gli europei sotto la dominazione nazista e fascista durante la seconda guerra mondiale, cioè una forma organizzata di stato che applica per legge la discriminazione e l’odio contro i diversi. Nel caso del signore coi pantaloni arancione, si possono prendere le distanze rivolgendogli l’invito a leggere , a studiare, a cercare di saperne di più, sul mondo e sugli altri paesi. Nel caso del razzismo vero, non ci sono discussioni possibili . L’unica risposta possibile, a metà del secolo scorso, fu quella delle armi.


http://www.ilpassaporto.kataweb.it/dettaglio.jsp?id=37676&s=0


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