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Parole
* - 14.04.2005


ilPassaporto.it, il giornale dell’Italia multietnica

"Quelle parole che fanno del male"
Un forum per discuterne

La parole sono neutrali, sono le intenzioni a non esserlo


di Mario Lenzi


ROMA - Usare le parole è pericoloso quasi quanto impugnare una rivoltella o guidare un’auto di grossa cilindrata, ma è anche il mezzo più innocuo che abbiamo a disposizione per dare e ricevere idee a volte preziose: è quanto emerge dal dibattito in corso sul “Passaporto” che ha avuto l’idea di aprire un dibattito sulle “parole che ci offendono” scatenando una valanga di risposte. Leggere gli interventi è affascinante e istruttivo. Chi è troppo pigro per farlo, può trovarne qui la sintesi.


Una delle constatazioni alle quali sono approdati molti dei nostri lettori, italiani e stranieri, è che le parole sono quasi sempre innocenti. Talvolta possono essere un po’ crude, ma difficilmente sono denigratorie di per sé. Lo diventano per l’intenzione che ci mette chi le pronuncia.

Per esempio, “non ne possiamo più di “extracomunitario” - scrive Carmen. Non dovremmo più usare - dice Tommy - le parole “sbarchi” (“Ma quali sbarchi? questi sono poveracci che muoiono nel mare in tempesta, abbandonati da tutti” ) . E altri aggiungono, nell’elenco dei vocaboli da evitare, “migranti” ( “perché - osserva Gigi - migranti sono solo alcune specie di uccelli”), “etnico” ( “Perchè chiamiamo etnica la cucina pakistana - si domanda Andres - e quella francese no ?”), “clandestini” (“Nessuno – osserva Laura - ha comprato ancora questo pianeta per poter dire che qualcuno è clandestino sulla terra”. E Gimena : “Se domani non mi rinnovano il permesso di soggiorno, divento una clandestina ? Ossia, una minaccia per la società? Il mio valore non lo deve stabilire un pezzo di carta!” ), “nomade” ( Dicono i giornali - puntualizza Astrex - che la piccola Denise, prima di sparire, fu vista in compagnia di due nomadi –come se l’equazione ‘nomade = rapitore di minori’ fosse un postulato matematico”), marocchino ( Ormai “ il Marocco – precisa Kamy - è diventato un paese sconfinato che va dall’Africa subsahariana all’Asia” , perché molti italiani chiamano “marocchini”, tutti quelli che sono un po’ scuri di pelle, la nazionalità “ è diventata una categoria” ).

E’ la stessa sorte subìta dagli albanesi. Nell’immaginario degli italiani, sembra che il loro piccolo paese si sia esteso a tutti i Balcani. Sono stati fra i primi a venire in Italia e la loro nazionalità è stata data a tutte le ondate successive dall’Oriente. Oggi sui giornali si legge solo di ville “svaligiate dagli albanesi” , quando invece nelle bande dei rapinatori ci sono puntualmente malviventi di tutti i paesi, italiani compresi. E i romeni? Sono così numerosi e attivi che ormai qualsiasi slavo che si distingue per la sua intraprendenza viene subito definito dagli italiani un romeno. Come già diceva Metternich, grande statista e razzista, “essere romeni non è una nazionalità , è una professione”. Da notare che i romeni non sono slavi (e nemmeno gli albanesi).

Come si vede, tutte le parole citate (extracomunitario, migrante, etnico , clandestino, nomade, marocchino) e molte altre che i nostri lettori aggiungono (come zingaro, slavo, perfino integrazione o donne dell’Est) - nascono neutrali e finiscono con l’essere usate e percepite come offensive. C’è addirittura chi propone (come Dante, un altro dei nostri lettori) di segnalare i casi più inquietanti all’Ordine dei Giornalisti, forse con la segreta speranza che si prendano misure a danno dei contravventori. Ci mancherebbe solo questo.

Secondo noi, è meglio puntare il dito contro le intenzioni, piuttosto che contro le parole. Però non v’è dubbio che, nel frattempo, e in attesa di tempi migliori, una maggiore cautela si imponga a tutti. Forse la via da seguire è quella di moderare il linguaggio, ma soprattutto di usare meno ipocrisia, di rispettare la vera natura di ogni parola e di prendere le cose con un pizzico di ironia, esercizio per altro possibile solo a una condizione: quella di acquisire la consapevolezza che tutti noi, italiani e stranieri, siamo persone, con pari diritti e pari doveri.

“ I miei amici del Marocco - scrive Luciano - li chiamo marocchini, a volte anche sporco marocchino, o brutto muso, il mio amico del Togo lo chiamo nero extracomunitario, anche se è cittadino italiano, loro però sanno che sono amici miei, amici sul serio, in casa mia entrano e escono quando vogliono, si fermano a mangiare e a dormire, ho conosciuto le loro famiglie in Marocco. Sono convinto che le parole siano importanti, ma i rapporti umani lo sono molto di più. Con le parole si può anche giocare se corrono sul filo dell’affetto... Liberiamoci pure dalle “brutte parole” ma non liberiamoci dalle persone e dal desiderio di istaurare rapporti umani e personali”. Se non la smettiamo di ferirci l’un l’altro, rischiamo di imboccare una strada che porta a esiti imprevedibili. Prima di tutto, rischiamo di esaurire il vocabolario. Prendiamo la parola negro. Aveva la sua dignità, con tanto di ascendenza latina (niger, opposto a candidus) ma poi gli spagnoli che facevano la tratta degli schiavi (i negrieri appunto) chiamarono così le loro vittime e anche i francesi definirono négrier il vascello utilizzato per il trasporto. Così negro è diventato un vocabolo denigratorio ( altra parola venuta da “negro”) quando per la verità dovevano essere caricati di infamia i carnefici, non le vittime.

Allora abbiamo addolcito negro in nero , ma anche questo non basta e ci rifugiamo nella dizione “di colore”. Ma quale colore? Un po’ più abbronzato? si chiede Astrex. Nessuno di noi è bianco, solo i morti. E Chiara aggiunge: “Se le parole ci fanno paura, è segno della paura che ci fanno le cose. Il dolore è dolore, la morte è morte, non c’è vergogna né offesa a dire la verità”. E così via: chiamiamo sbrigativamente americano chi è nato negli Stati Uniti, ma questo non piace - denuncia Romeo - a quelli che sono nati nell’America centrale o meridionale e non vogliono essere scambiati per quei vicini. Come usare il vocabolo “comunista” in tono denigratorio, è molto offensivo – dice Emiliano - per chi comunista si sente davvero.

C’è anche chi (come Luca) vorrebbe abolire la parola “padano”. Tutti sanno che un nativo della pianura del Po è innocente quanto un toscano, ma dare a uno del “Padano” è ora ritenuto in mezza Italia, grazie a Bossi, un epiteto ingiurioso, o, al contrario, per un seguace della Lega, un titolo d’onore. Così, che cosa c’è di male a essere nato in Guinea? Eppure buona parte degli americani, e forse anche Bush senza che il suo amico Berlusconi lo sappia, chiamano con disprezzo “Guinea” ( pronuncia: ghini) proprio noi italiani, quando è del tutto evidente che noi non siamo nati in quella repubblica africana. Come si vede, l’uso improprio delle parole non ha confini. E non è passato molto tempo da quando sui giornali italiani si leggevano titoli come “Accoltellato da un calabrese”. Oppure:”Arrestati tre minorenni e un palermitano” ( lo segnala Fabio).

Un’ altra caratteristica costante degli interventi nel “forum” è il livello della protesta, il disagio dilagante contro le cosiddette “ verità a senso unico” che i massmedia (non tutti) propinano – sono molti i lettori a denunciarlo. E’ un problema che è spesso sottovalutato e che reclama da parte di ciascuno di noi un maggiore scrupolo di imparzialità e una attenzione particolare alla logica degli eventi. Spesso questa logica porta a conclusioni diverse da quelle di coloro che quei fatti hanno voluto e promosso, perché segue una sua strada, autonoma e imprevedibile. Per esempio, anche i cittadini degli Stati Uniti sono extracomunitari, anche lo “sbarco” dei soldati in Iraq è stato illegale. E allora perché, sottolinea Francesco Messineo, su nessun giornale è apparsa la notizia che “ Nicola Calipari è stato ucciso da alcuni extracomunitari, sbarcati clandestinamente in Iraq”? . Questo è un ragionamento inappuntabile sul piano della logica, ma sul piano politico può irritare molte persone.

Così la parola “tolleranza” fa venire l’orticaria a Rosemarie Arena. (“Tollerare significa sopportare e io non tollero che questo verbo venga usato per i diversi, gli extracomunitari, le altre religioni”) . Ci sembra che Rosemarie abbia perfettamente ragione. Chi “tollera” è evidentemente molto presuntuoso; perché si è autonominato giudice, si ritiene superiore agli altri e graziosamente elargisce comprensione e irradia bontà, anzi, buonismo, altra parola che solleva riprovazione.

Il nocciolo del problema viene afferrato da molti lettori che accomunano nello stesso criterio gli altri, tutti i diversi da noi, insomma tutti quelli che non fanno parte di una presunta comunità di uomini e donne convinti beati loro, d’ essere perfetti. L’altro non è soltanto lo straniero che arriva, ma anche il disabile, l’omosessuale, quello che è in minoranza. Una onesta attenzione nei confronti di tutti i diversi non va elargita: gli spetta di diritto , perché sono “persone”. E persona è ogni essere umano in quanto tale, senza distinzioni di alcun genere.

Uno straniero in Italia non deve essere guardato con compassione , va semplicemente rispettato. Lo sostengono molti dei nostri lettori, italiani e stranieri. Uno di loro cita, e giustamente, un esempio di superficialità nella quale è caduta “perfino una alta autorità della Repubblica, con uno slogan sulla guida sicura: Chi corre non è in ritardo. E’ ritardato” Come se chi soffre per un ritardo mentale se lo fosse andato a cercare. Giustamente Oliviero Toscani, in quella occasione, intervenne: “Chi corre non è un ritardato, è un imbecille”.

Il rispetto per i fatti esige anche che si abolisca ogni forma di ipocrisia adottata per abbellirli - questa è un’altra osservazione che molti lettori avanzano. Il bidello diventa un “collaboratore scolastico” , il facchino un “portabagagli”, il netturbino un “operatore ecologico” il fattorino un “supporto d’ufficio”, il postino un “agente postale” , ma tutti continuano a fare lo stesso mestiere di prima e a durare la stessa fatica. La persona malata di mente diventa un “utente di servizi psichiatrici”, la persona affetta da una menomazione invalidante “un “disabile” o un “diversamente abile”, il cieco un “non vedente” e chi sta per morire un “malato terminale “, ma non si può cancellare la somma di dolore e di miserie che la condizione umana comporta.

Le parole possono essere proibite, o nascoste, o mutilate o mistificate o addolcite: questo è accaduto nella storia ogni volta che, di fronte a un groviglio di problemi, si è preferito fuggire dall’ esame dei fatti per quello che erano, mentre i momenti più alti delle vicende umane hanno segnato anche la corrispondenza tra fatti e parole. E’ accaduto e accadrà. Già la circostanza che la maggior parte dei nostri lettori, italiani e stranieri dimostrino questa consapevolezza, è uno dei tanti segnali che fanno sperare. Anche in Italia presto sarà dunque possibile, come reclama il nostro lettore Roland, “chiamare gatto un gatto” e, come già ipotizzava un grande film del passato augurare un “ buon giorno “ che sia veramente un buon giorno.


(05 aprile 2005 - ore 19.25)


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