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La prospettiva ‘interazionista’
* - 29.03.2005




INSEGNARE LE LINGUE/CULTURE OGGI:
IL CONTRIBUTO DELL'INTERDISCIPLINARITÀ



17-18 GIUGNO 2005
Bologna


ABSTRACTS


DANIELA ZORZI





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Università di Bologna-Forlì


La prospettiva ‘interazionista’ nell’insegnamento linguistico: alcune implicazioni

Nel mio intervento cerco di mettere in evidenza come  una prospettiva interazionista, il vedere cioè il discorso come co-costruzione di significati linguistici e culturali e il prodotto relazionale (conoscersi, capirsi, apprezzarsi) come avvicinamento degli attori in gioco, possa essere produttiva nell’attuale contesto educativo italiano. Due fattori esterni hanno favorito (reso necessario?) il ripensare in chiave interazionista la didattica delle lingue seconde e straniere: in ambito scolastico, la presenza di allievi stranieri in classi storicamente monolingui e monoculturali - o per lo meno considerate tali - ha portato l’attenzione non solo sulle tecniche dell’insegnamento delle lingue seconde, ma anche sull’incidenza in classe delle diverse culture, culture che emergono dal discorso in atto; in ambito universitario, l’istituzione delle classi della mediazione linguistica ha introdotto l’insegnamento di ‘mediazione’, mettendo - a livello orale - particolare attenzione sull’interpretazione dialogica in contesti professionali. Per affrontare didatticamente entrambe queste situazioni – per quanto diverse fra loro – è preliminare l’osservazione non solo della produzione dell’apprendente, ma anche o soprattutto dei meccanismi interattivi che vengono messi in campo da tutti gli attori sociali: la consapevolezza degli insegnanti e degli apprendenti di come possono essere gestiti gli incontri interculturali è condizione preliminare all’ipotizzare strategie didattiche. Qualsiasi prospettiva di didattica interazionista, è - per definizione – interdisciplinare:  contribuiscono, in misura diversa a seconda dell’aspetto dell’interazione messo a fuoco, la sociologia fenomenologica di Schutz (1971) a proposito di intersoggettività,  ripresa in relazione all’acquisizione delle lingue da Rommetveit (1985);  gli studi microsociologici (etnometodologici e conversazionali) che tramite analisi estremamente dettagliate di dati registrati identificano pattern comportamentali  ricorrenti esplicativi delle relazioni che si instaurano localmente nello sviluppo del discorso. Ancora, contribuiscono specificatamente alla didattica interazionista  varie aree della linguistica: per fare qualche esempio la linguistica antropologica (e.g. Duranti 1997) gli studi di sociolinguistica interazionale (e.g Gumperz  1982), quelli sulla comunicazione interculturale (e.g Knapp K, A. Knapp-Potthoff 1987).

Come spunti di discussione scelgo, per esemplificare, due temi rilevanti per entrambi i contesti, nella piena consapevolezza delle aree di sovrapposizione che li accomunano.


a) Rapporto lingua cultura nell’insegnamento delle lingue.


L’attenzione si sta spostando dalle grandi generalizzazioni sugli stili culturali  (Hofstede 1984, 1991), troppo spesso utilizzate in maniera banale e stereotipizzata per spiegare differenti comportamenti discorsivi, verso una concezione di cultura “non come prerequisito dell’interazione ma come prodotto dell’interazione” (Caronia, 2000). E’ dunque importante l’osservazione delle pratiche discorsive come spie sia dei processi di socializzazione che si realizzano nella classe multilingue (Ciliberti 2003), sia dei processi di negoziazione funzionale in interazioni focalizzate mediate da un interprete (Zorzi 2004)


b) Competenza comunicativa vs. competenza comunicativa interculturale (Zorzi 1996).


Per l’insegnamento delle lingue straniere l’obiettivo era far sì che lo studente arivasse alla ‘mitica’ competenza comunicativa, intesa come la capacità di (inter)agire ‘native-like’. Molto poco si diceva di come il parlante nativo aggiustava il suo comportamento verbale per arrivare a un risultato soddisfacente (reciproca comprensione) o di quali azioni doveva fare l’apprendente per ottenere che il nativo ‘gli venisse incontro’. L’assunto di base era osservare la produzione del non-nativo, per migliorarla. La prospettiva interazionista sposta il fuoco sul discorso costruito congiuntamente dai partecipanti. Ciò implica un maggiore collegamento fra la dimensione teorica (ad esempio gli studi sull’interazione nativo- non nativo) e la pratica didattica.


 


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