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L'italiano escluso dalla UE ma l'abbiamo tradito noi
Francesco Paolo Casavola - 25.02.2005



L'italiano escluso dalla UE ma l'abbiamo tradito noi


http://www.treccani.it/site/Primopiano/inprimopiano.htm


LA DECISIONE di cancellare l'italiano dalle lingue da usarsi per le conferenze stampa dei commissari europei ha una duplice causa, politica e culturale, stretta in un unico nodo. Perché unico? Perché l'italiano è in primo luogo una lingua colta e difficile. Ricchissima nel lessico e sintatticamente complessa, non si presta ad essere parlata ed intesa da stranieri se non approssimativamente e con sforzo. Nel confronto, l'inglese può essere parlato come essential english e riuscire accettabile, e per questa elementarità è la lingua veicolare per eccellenza in uso in ogni angolo della terra. Il francese ha una struttura normativa che lascia poco spazio alla creatività dei comuni parlanti, e il tedesco non è lontano da moduli obbligati. Tutto questo per le necessità quotidiane, private e pubbliche, facendo salva la produzione dei letterati. Il secondo filo del nodo sta in ciò, che dietro lo strumento linguistico si allunga l'ombra degli Stati, in cui le società dei parlanti si ordinano. La storia d'Inghilterra e di Francia è come storia di Stati la più longeva che si possa incontrare tra le nazioni europee. Un rappresentante negli Stati Generali francesi del 1789 rivendicava per quella statualità 1.400 anni, quanti ne enumerava Giustiniano per il diritto romano da Romolo a lui. Per la Germania, è vero che la frammentazione feudale ha condotto i paesi tedeschi da centinaia di staterelli ad una grande confederazione e poi ad uno Stato federale solo tra il XIX e XX secolo, ma il tedesco è stata la lingua parlata dal Reno alla Vistola, dal Baltico all'Adriatico, con la suggestione dell'idea imperiale dalla casa di Svevia alla casa d'Asburgo. La vicenda storica delle statualità si fa compiutamente forza politica quando Francia, Germania e Regno Unito dimostrano ogni giorno più chiaramente di sentirsi nell'Unione europea come Gulliver nel paese dei lillipuziani. Giganti tra i nani. Riconoscere l'uso dell'inglese, francese e tedesco come lingue ufficiali dei commissari europei, è un po' come dire che l'Unione, alla stregua de La fattoria degli animali di Orwell, ha degli Stati più uguali degli altri. Cioè niente affatto alla pari, ma con un peso quale spetta al triumvirato, sia pure a geometria variabile, anglo-franco-tedesco.
Per quel che riguarda l'Italia, si è arrivati a tanto, e ancora una volta il nodo è duplice, per la mediocre politica estera ed europea dei nostri governi e per un patologico complesso di inferiorità che ha gravato sulla nostra politica culturale. Riprendiamo il discorso della lingua. Gli uomini di Stato, ma anche gli intellettuali, inglesi e francesi, parlano sempre e soltanto la propria lingua, incuranti se gli interlocutori la intendano o meno. Gli italiani si esibiscono in performance alloglotte, per non apparire provinciali o ignoranti. Se ci fosse égalité des armes, i nostri interlocutori qualche corso serale di italiano lo frequenterebbero. L'italiano è diventato così una lingua morta, parlata si dice da 120 milioni di voci umane sulla terra, più del doppio di quelle dei cittadini italiani, ma si tratta di italianizzanti interessati alla nostra straordinaria tradizione culturale. E nel mondo di oggi, a giudicare da quel che si sente, i colti non sono tra i personaggi che contano nei luoghi del potere. Senza intensificare la diffusione della nostra lingua all'estero, anche come lingua d'uso veicolare quotidiano, rinunciando a parlarla negli incontri internazionali, abbiamo dato ragione a chi l'ha infine considerata poco utile e l'ha tolta di mezzo. Purtroppo restano ancora due risvolti da spolverare. Presentare la nostra cultura, non diciamo la nostra politica, senza il lenocinio di una lingua estera, è paventato da taluno come manifestazione di nazionalismo. Istruire infine i nostri scolari a parlare in inglese, e ad usarne il gergo nell'informatica e nell'aziendalistica, non giova alle sorti dell'italiano e della cultura italiana. Quando i parlanti in Italia avranno disimparato ad esprimersi in italiano, la vittoria del triumvirato europeo sarà trionfale. E il merito sarà stato tutto e soltanto nostro.


Francesco Paolo Casavola


tratto da Il Messaggero del 20 febbraio 2005


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