il progetto   |   la lista / iscrizione  |   DIDAweb   

In ogni lingua un mondo altro
DONATELLA DI CESARE - 05.10.2004



In ogni lingua un mondo altro


di DONATELLA DI CESARE



Così Humboldt COM’È POSSIBILE IL NUOVO? Alla domanda rimasta aperta dopo Kant, il fondatore dell’università di Berlino risponde che «il primo germe» di tutto quanto è vitale sta nella sensibilità. Il compito della filosofia sarà, d’ora in poi, interpretare la infinita diversità individuale. Nei «classici della filosofia» Utet escono gli Scritti filosofici


Il grande merito di Humboldt è stato quello di scoprire all’interno dell’unità dello «spirito universale», celebrato dall’idealismo tedesco, la diversità in cui la natura umana si manifesta. Non si sbaglia dicendo che la sua filosofia è una grande esplorazione antropologica e politica nello spazio sconfinato, e allora pressoché incognito, della poliedrica diversità, della multiforme varietà individuale che parla soprattutto attraverso le lingue. È lo spazio in cui la filosofia speculativa non ha mai voluto inoltrarsi, preoccupata di doversi trasformare, di divenire non solo trascendentale, ma anche empirica, di aprirsi alla storia, di immergersi al di là, e oltre il possibile, nel reale. Il nome di Humboldt ha cominciato a circolare in Italia soprattutto negli ultimi vent’anni a partire dalla cosiddetta «svolta linguistica», da quando cioè il linguaggio ha assunto un ruolo centrale nella filosofia. La ricerca di pionieri della svolta linguistica ha condotto molti sulle sue tracce, e tra loro anzitutto Noam Chomsky che nella Linguistica cartesiana del 1966, pur nel tentativo discutibile di indicare in Humboldt un precursore della «grammatica generativa», ha dato un impulso decisivo al confronto teorico sia con la sua filosofia del linguaggio sia con la sua linguistica. Prima di questa riscoperta chomskyana il nome di Humboldt era legato al breve saggio Il compito dello storico del 1821 e soprattutto allo scritto di filosofia politica Idee per un saggio sui limiti dell’attività dello Stato del 1792, dove per la prima volta viene posta la questione non dell’origine, ma della funzione dello stato. Perciò non si può dire che l’opera filosofica di Humboldt, in Italia, ma non solo, sia stata coronata da successo. Alcuni ambiti, come quello della sua estetica, restano addirittura una terra incognita.

Come spiegare questo insuccesso? Basterà parlare di «inattualità» di Humboldt, come alcuni hanno fatto, riferendosi alla lungimiranza dei suoi progetti che ancora oggi anticipano i tempi? Forse uno dei motivi di questo fallimento, e certo non l’ultimo, va scorto nella varietà e frammentarietà della sua opera a cui corrisponde una varietà e frammentarietà della vita. Né nell’una né nell’altra si riesce a cogliere un centro, a definirne l’identità. Anzi la figura di Humboldt, del tutto inconsueta nella Germania tra la fine del settecento e l’inizio dell’ottocento, sembra una figura sdoppiata, quasi schizofrenica: da un canto l’uomo politico, dall’altro lo studioso. Ma è proprio il nesso tra teoria e prassi uno dei fili conduttori della sua opera. Humboldt stesso non si è mai considerato un filosofo di professione: non solo perché non ha prodotto un sistema filosofico, ma perché è impensabile per lui una riflessione filosofica che non sia legata ad una ricerca empirica. Anche questo legame lo ha portato verso il linguaggio. Così resta un outsider nella filosofia dei suoi tempi. Non è né un illuminista, né un romantico, né un idealista. Apprezza Kant, ma lo critica. Il rapporto con Hegel è di fredda indifferenza, se non di ostilità.

Insieme al fratello Alexander, il grande geografo, esploratore e scienziato, Humboldt riceve una istruzione classica ma già di stampo illuministico o, meglio, cosmopolitico. Nella Berlino di fine settecento i due fratelli vengono introdotti nei circoli intellettuali dove conoscono le personalità più in vista del tempo. È in uno di questi circoli che Humboldt incontra la moglie Caroline von Dachroeden. In linea con l’emancipazione femminile di quei decenni, il loro è un rapporto non privo di tensioni, crisi, separazioni anche molto lunghe, ma proprio per questo è anche una relazione affettiva e intellettuale di rara intensità, che riesce a sopravvivere per quaran’anni, fino alla morte di Caroline nel 1829. Non è un caso, dunque, se l’opera più ampia di Humboldt sono i sette volumi di lettere scambiate con la moglie.

Sebbene sia predestinato alla carriera politica, Humboldt non riesce ad abbandonare gli studi classici. Legge Omero ed Erodoto; traduce Eschilo. Ma ben presto avverte l’angustia del nucleo greco-tedesco della sua formazione. Il desiderio di conoscere altre culture europee lo allontana dalla Germania, e dalla filosofia tedesca, e lo porta prima a Parigi e poi a Roma. E proprio a Roma - dove vive con la famiglia per quasi sette anni dal 1802 al 1808 - trascorre gli anni più felici della sua vita. La mattina sbriga velocemente le incombenze che gli spettano come ambasciatore della Prussia; il resto della giornata lo dedica ai suoi studi di antropologia, filosofia della storia, linguistica. Anche grazie all’influsso di Goethe progetta una filosofia antropologica che consideri la diversità così come si manifesta nel mondo umano: la diversità dei popoli, che giunge fino ai singoli individui.

Così, il nuovo compito della filosofia è per Humboldt quello di interpretare la infinita diversità individuale del mondo umano. La filosofia pura comincia a non avere più senso perché perde quello che è il suo oggetto per eccellenza: lo spirito puro e universale. La sensibilità - scrive Humboldt - è «il primo germe» di tutto quello che è vitale. E inverte i termini di un rapporto secolare: ciò che è universale e spirituale esiste solo in ciò che è individuale e sensibile. Il primato di ciò che è individuale e sensibile provoca una trasformazione della filosofia, perché essa non potrà essere solo una riflessione speculativa, ma dovrà essere anche un’indagine empirica che si apra allo spazio sconfinato della diversità individuale. L’attenzione rivolta alla sensibilità guida Humboldt nei suoi studi di estetica ed è la chiave per rispondere alla domanda rimasta aperta dopo Kant, la domanda sulla immaginazione creativa. Com’è possibile la creazione del nuovo? Humboldt risponde con un esempio politico, quello della rivoluzione francese, che non ha saputo essere creativa perché ha represso la sensibilità con la ragione. La ragione può dare forma a ciò che esiste, ma non può creare nulla di nuovo.

L’immaginazione è allora per Humboldt la facoltà capace di creare il nuovo, è quella «radice comune», già indicata da Kant, che per operare ogni volta si scinde in senso e intelletto, ricettività e spontaneità, femminile e maschile e si riunifica senza mai superare questa differenza. E alla differenza dei sessi e alla specificità del femminile Humboldt ha dedicato due importati saggi La differenza sessuale e La forma maschile e la forma femminile ora tradotti negli Scritti filosofici. Ma l’immaginazione è all’opera soprattutto nel linguaggio: Humboldt vi si imbatte mentre ricerca la infinita diversità in cui il mondo umano si manifesta. Il linguaggio, tuttavia, non è una manifestazione come un’altra. È piuttosto la manifestazione in cui, quasi come in un’opera d’arte collettiva che si produce nel corso della storia, si rivela la creatività dell’intero genere umano. Così si può dire che lo studio del linguaggio è l’orizzonte ultimo della filosofia di Humboldt.

Già in una lettera indirizzata al grande filologo Wolf nel 1799 scrive: «Sento che in futuro mi dedicherò esclusivamente allo studio del linguaggio e che una comparazione profonda di lingue diverse, condotta filosoficamente, è un lavoro per il quale sarò forse pronto dopo alcuni anni di assidua ricerca». Questo lavorò troverà testimonianza nella grande opera La diversità delle lingue, pubblicata postuma nel 1835, qualche mese dopo la morte di Humboldt.

Ma in che modo la filosofia si trasforma nel momento in cui diventa filosofia del linguaggio? E che cosa intende Humboldt quando parla di «studio del linguaggio»? Dire che il nostro pensiero si articola attraverso il linguaggio non è più all’epoca di Humboldt una novità. Piuttosto, la novità sta nell’aggiungere che il nostro pensiero si articola in una lingua storica, e che il linguaggio è una facoltà universale che si realizza nel parlare individuale di ciascuno. Noi non abbiamo esperienza del linguaggio, in generale, perché quel che sperimentiamo è invece il linguaggio così come si manifesta in un idioma specifico e nel discorso di qualcuno. Quando sentiamo parlare, sentiamo parlare in una lingua determinata e sentiamo parlare un singolo individuo. Ma dire che il pensiero si articola in una lingua storica non ha conseguenze di poco conto, perché per questa via la diversità delle lingue irrompe nella ferma e astratta universalità di un pensiero che la filosofia ha presunto puro. Uno dei pregiudizi più diffusi tra i parlanti è quello di credere che la diversità delle lingue sia solo una diversità di suoni e nient’altro. Al contrario, dice Humboldt, e lo dice per la prima volta, la diversità delle lingue è molto più profonda, perché è una «diversità di visioni del mondo». Ben più che una diversità dei suoni, la diversità delle lingue è una diversità di significati. Ogni lingua articola dunque il mondo diversamente. Passare da una lingua all’altra vuol dire passare da un mondo all’altro. Il che è possibile per l’unità del linguaggio che non viene mai meno, di modo che «ciascuno ha la chiave per comprendere ogni lingua». Ma a partire da Humboldt, la comprensione non è più assicurata, neppure all’interno della stessa lingua. Proprio perché il linguaggio si realizza in un circolo infinito, tra universalità e individualità, e giunge fino al parlare individuale di ciascuno, ogni comprendere sarà sempre anche un non-comprendere.

Se ogni lingua articola il mondo diversamente non ci sarà più un mondo, ma ci sarà una varietà di mondi. La questione del mondo in sé diventa priva di senso. Non c’è un punto di osservazione al di fuori del linguaggio da cui si possa cogliere il mondo. Perciò il diversificarsi delle visioni del mondo non comporta il frantumarsi di quel punto di osservazione, che ora appare chimerico. La conoscenza del mondo risulta dal complesso delle visioni e delle prospettive che le lingue dischiudono. Ogni nuova prospettiva aperta da una lingua arricchisce la conoscenza del mondo. Ecco perché, per Humboldt, il fenomeno della diversità delle lingue, percepito a partire dal mito di Babele come una punizione, ha in realtà un valore positivo. La diversità è una ricchezza, e quando muore una lingua si spegne anche una visione del mondo che contribuiva in modo insostituibile alla sua conoscenza. Nella nostra epoca in cui si va affermando il monolinguismo di una lingua egemone, troppo poco si parla della estinzione delle lingue e della perdita che questo comporta.

Si capisce bene, dunque, come mai per Humboldt lo studio delle lingue non sia un passatempo da eruditi: anche il particolare della lingua apparentemente meno significativa arricchisce la conoscenza del mondo. Perciò Humboldt si spinge oltre i confini dell’Europa, verso l’America, la Cina, la Polinesia. E proprio Roma, che è per lui la culla del mondo classico, gli offre questa possibilità. A Roma vengono infatti raccolte tutte le testimonianze delle lingue americane che i missionari, soprattutto ex-gesuiti, sono riusciti a salvare.

Se oggi possediamo ancora la descrizione di lingue parlate in Amazzonia, e annientate con la colonizzazione, è grazie a Humboldt che le ha descritte. Ma non si tratta solo di salvare una testimonianza - e tra i suoi inediti ci sono oltre trenta grammatiche e vocabolari di lingue americane. Per la prima volta Humboldt studia gli alfabeti più diversi e anche le lingue non indoeuropee, quelle che venivano ancora considerate «rozze e primitive». E con il suo lavoro arriva a mostrare, primo tra tutti, la pari dignità di tutte le lingue.

Se lo studio delle lingue ha una rilevanza filosofica, d’altra parte la filosofia deve a sua volta essere trasformata radicalmente. Anzitutto perché sarà anche una ricerca empirica: solo da una comparazione delle diverse lingue fin nei loro particolari può risultare, infatti, una «storia della filosofia dell’umanità». A questo aspira il progetto di una «enciclopedia delle lingue conosciute», che è una storia del divenire del linguaggio, un quadro delle diverse lingue e delle diverse visioni del mondo. La nuova storia della filosofia, come Humboldt l’ha intesa e in parte realizzata, non sarà allora la summa di ciò che ha concepito il genio dei filosofi, ma la summa del pensiero prodotto nel corso dei secoli dall’intero genere umano.



 


(Il manifesto, 25.09.2004)


[ commenta


Copyright © 2001-2005 DIDAweb, liste di discussione - Tutti i diritti riservati - È una iniziativa DIDAweb