Dopo la finanziaria e Caserta
Fabrizio Dacrema - 20-01-2007
Il clima di cambiamento concreto e positivo della scuola che ha caratterizzato i primi mesi del nuovo governo sta rapidamente deteriorandosi.
Le scelte di riforma contenute nella legge finanziaria sono state oscurate dal rumore di fondo che ne ha accompagnato tutto il percorso di approvazione, la circolare delle iscrizioni sembra prorogare per un altro anno la scuola della Moratti, è partita una consultazione fantasma inutile e dannosa, dal vertice di Caserta esce una sintesi ripetitiva del programma dell'Unione (albero del programma) e una proposta per lo meno improvvisata su fondazioni, organi di governo della scuola, potenziamento dei percorsi tecnici professionali.
Intanto nelle scuole regna la confusione, lo sconcerto e il "fai da te".
Le uniche spiegazioni che si trovano al disastro incipiente appartengono al politichese stretto: la concorrenza tra riformisti, i prossimi congressi della Margherita e dei DS, la volontà di protagonismo politico del Ministro che lo spinge ad agire in completo isolamento, ecc.
Comincia a profilarsi il rischio di perdere altri cinque anni e con essi la possibilità di realizzare gli obiettivi indicati dal programma dell'Unione.
Eppure basterebbe dare attuazione a quanto previsto dalla legge finanziaria su innalzamento dell'obbligo, infanzia, educazione degli adulti per mettere in moto processi innovativi di grande rilevanza.
Sarebbe sufficiente dare priorità alla costruzione del nuovo biennio unitario come leva per un progetto di innalzamento complessivo dei livelli di istruzione a cui concorrono le misure di l'ampliamento dei servizi educativi per l'infanzia e di potenziamento dell'educazione degli adulti.
Su questi tre punti il governo deve al più presto elaborare una ipotesi di fattibilità, sottoporla al confronto con le parti sociali e alla consultazione della scuola. Ciò è ancora più urgente dopo una circolare sulle iscrizioni che ha praticamente ignorato le novità della finanziaria.
I nodi da sciogliere non sono né pochi, né semplici. Solo alcuni esempi:
- il biennio obbligatorio e unitario deve valorizzare le diversità e praticare l'integrazione evitando ogni forma di separazione precoce dei percorsi, deve puntare al successo scolastico di tutti e migliorare gli esiti di apprendimento, deve trovare il punto di equilibrio tra curricolo comune e opzionale, promuovere nuovi modi di fare scuola;
- per la fascia di età zero-sei, oltre alla generalizzazione della scuola dell'infanzia, si deve dare rapida attuazione a quanto previsto dalla legge finanziaria, piano nazionale per i nidi e sezioni primavera, per le quali devono essere definiti dal governo gli standard di qualità e le modalità per le necessarie intese territoriali;
- per l'educazione degli adulti il rilancio previsto dalla finanziaria attraverso il riconoscimento dell'autonomia e della specificità dei centri territoriali permanenti deve trovare pieno sviluppo nell'approvazione di una legge per il diritto all'apprendimento permanente.
Se questi nodi saranno sciolti positivamente sarà probabilmente possibile comunicare l'idea che il paese sta iniziando a uscire dall'arretratezza formativa in cui versa attraverso una strategia centrata su tre punti-forza: tutti i giovani al diploma, decondizionamento precoce, rientro in formazione degli adulti.
Per rendere credibile tutto ciò occorre dare certezza (tempi e modalità) alle scuole sulla definitiva archiviazione dell'era Moratti: abolizione dell'anticipo e delle riduzioni dell'orario obbligatorio nel primo ciclo, conferma del tempo pieno, valorizzazione della continuità educativa e degli istituti comprensivi, attivazione di una commissione pluralista e qualificata per la definizione dei nuovi curricoli nazionali al posto delle Indicazioni.
Le dichiarazioni del Ministro Fioroni a Caserta, invece, rischiano di confondere ulteriormente il quadro.
Le agevolazioni fiscali per le donazioni alle scuole vanno ovviamente bene, ma ben altra cosa è riformare gli organi di governo delle scuole, per la qual cosa occorre una proposta organica e non improvvisata, anche per evitare che l'on. Aprea possa pensare che finalmente c'è la possibilità di realizzare la scuola - azienda con manager e consiglio di amministrazione.
Anche la proposta di potenziamento dei percorsi tecnico-professionali, connessa allo sviluppo dell'istruzione tecnica superiore (IFTS) presente in finanziaria, rappresenta un aspetto centrale della riforma della secondaria superiore, di fatto già avviata con l'innalzamento dell'obbligo a 16 anni.
Giustamente si abbandonano la licealizzazione degli istituti tecnici e la regionalizzazione degli istituti professionali, due aspetti negativi della riforma Moratti, un passaggio necessario per costruire percorsi professionalizzanti caratterizzati da pari dignità culturale e possibilità di accesso all'università.
Inoltre la definizione di in repertorio nazionale delle figure professionali e di un modello di certificazione delle competenze (questioni entrambe all'esame della Conferenza Stato Regioni), l'istituzione di poli formativi costituiscono elementi decisivi per qualificare la formazione professionale e l'istruzione. Occorre, infatti, dare validità nazionale alle qualifiche oggi valide solo nell'ambito delle singole regioni, prospettare percorsi professionali di alto livello (qualifica quadriennale/IFTS), rendere più credibili i rientri nell'istruzione dalla formazione professionale, offrire opportunità all'istruzione di integrazione, arricchimento, specializzazione.
Tuttavia se non si chiarisce che i percorsi sperimentali triennali saranno superati e che la titolarità dei percorsi dell'obbligo di istruzione è delle scuole, se non si rilancia la formazione professionale nella formazione al lavoro post-obbligo di istruzione, si corre ancora una volta il rischio di far pensare all'on. Aprea che Fioroni stia riabilitando la Moratti.
Quando si pensa alla conoscenza come capitale umano ed al suo ruolo essenziale per la crescita economica, non bisogna, infatti, dimenticare che esso è prioritariamente connesso all'innalzamento complessivo dei livelli di istruzione della popolazione, come continuamente ci ricorda il Governatore Draghi.
Superare la formazione professionale come alternativa all'istruzione, allora, significa anche poter rispondere meglio alle esigenze delle realtà produttive impegnate nell'innovazione e nella crescita qualitativa.
In una economia dove il territorio gioca un ruolo rilevante (diffusione delle piccole e medie imprese, distretti industriali) per rispondere a queste esigenze si deve puntare alla diffusione di accordi territoriali per lo sviluppo tra autonomie locali, parti sociali e istituzioni formative e della ricerca. In questo quadro l'idea dei poli formativi può trovare interesse e sviluppo.
Un' occasione da non perdere, a questo proposito, è rappresentata dal prossimo tavolo tra Governo e Parti Sociali sui temi della crescita, del lavoro e del welfare. Tutte questioni nelle quali formazione e ricerca sono cruciali, se è vero che per rendere più competitiva la nostra economia si devono eliminare le posizioni di rendita, favorire gli investimenti produttivi nelle nuove tecnologie e nel capitale umano, sostenere la riorganizzazione dei luoghi di lavoro con la formazione dei lavoratori.
Senza questo doppio riposizionamento, del capitale e del lavoro, anche l'effetto della riduzione del cuneo fiscale è destinato ad esaurirsi presto, senza produrre effetti stabili di crescita.

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