breve di cronaca
Com'è lontana la mia scuola
Peacereporter - 22-12-2006
Ovvero: Un reportage dalla Bosnia racconta del diritto negato allo studio

scritto per noi da Francesca Righetti

Era l'aprile del 2005, pochi giorni dopo il nostro arrivo a Tuzla.
Salimmo sulla jeep con Sakiba, Kata ed Enam, l'autista, per "conoscere il territorio", come ci aveva detto Irfanka [1], e cercare di capire di cosa si occupasse realmente l'Associazione[2].
Ci inerpicammo sulle colline nei dintorni di Tuzla, tra case di mattoni rossi [3] e infinite distese di verde, ci stupì sentirli parlare di villaggi dal momento che tra un'abitazione e quella successiva potevamo percorrere anche un chilometro.

La lunga strada verso la scuola. Aveva appena piovuto, la strada somigliava a una palude, con le ruote del fuoristrada che affondavano nel fango e gli schizzi che si sollevavano fino ai finestrini.
Ci colse la sensazione di essere tornati indietro nel tempo, in un momento imprecisato di una storia passata non ancora raggiunta dalla tecnologia o da quello che siamo soliti definire progresso.
Mentre procedevamo così, con lentezza ed estrema fatica di Enam, ci imbattemmo in una fila di bambini che percorreva la nostra stessa strada, 5 o 6, tutti tra gli 8 e i 12 anni a lanciare loro un'occhiata veloce. Camminavano ai bordi della strada in maniera abbastanza ordinata ed erano sporchi di fango fino al viso. Ci urlarono qualcosa e agitarono le mani per salutarci, riconoscendo la jeep di Amica. Un paio di loro ci ricorsero per qualche decina di metri.
Nel suo inglese stentato, Kata ci spiegò che stavano tornando da scuola: per raggiungerla dovevano percorrere a piedi 3, 4 o anche 5 chilometri poiché la scuola più vicina si trovava nel paese a valle, quello che ci eravamo lasciati alle spalle circa un'ora prima.
Questo è il mio primo ricordo della Bosnia in cui affiora la violazione del diritto allo studio e all'istruzione.

Un caffè, di fronte alla paura. Ne ho un secondo, costruito solo qualche giorno più tardi. C'era un bel sole, e una luce chiara entrava dalle finestre aperte. Fuori si vedevano solo colline e colline, la piccola strada che la jeep aveva percorso con tanta fatica, sobbalzando tra i poggi e le buche, si confondeva tra l'erba troppo alta, gli arbusti e il fango dei precedenti giorni di pioggia. Avevamo impiegato circa tre ore per raggiungere la casa ancora in costruzione, sistemata provvisoriamente grazie agli aiuti di una Ong.
Eravamo seduti attorno ad un tavolo di legno, e stavamo bevendo infinite tazze di kafa [4]. La padrona di casa ce ne versò ancora, appoggiandoci davanti anche qualche fetta di un dolce fatto in casa.
Parlava un bosniaco lento, di cui riuscivo a cogliere solo poche parole, Kata cercava di tradurmi il resto come poteva. A un certo punto la donna si fermò, sospirò, poi raccontò sorridendo di aver portato in orfanotrofio il figlio maggiore, per permettergli di seguire la scuola. Dove vivevano non passavano autobus, e per raggiungerla occorrevano più di 4 ore a piedi. Aggiunse che era un bravo studente e che cercava di sentirlo spesso, ogni volta che poteva lo andava a trovare e trascorreva con lui qualche ora, ma dal momento che non avevano mezzi di trasporto la cosa era difficile e costosa. Poi piegò il capo stanco sotto al peso della tristezza.

Un mondo non a misura di bambino. Il 20 novembre il mondo dedica una giornata a ricordare i diritti dell'infanzia. Tra di essi va annoverato il diritto allo studio e all'istruzione, che troppo spesso viene dimenticato e calpestato. In Bosnia, come in troppe altre parti del mondo, molti bambini ne sono privati perché le loro abitazioni sono eccessivamente lontane dagli istituti scolastici, molti sono costretti a camminare per chilometri lungo strade faticosissime. Là dove arrivano i mezzi pubblici, spesso mancano i soldi per l'acquisto dei biglietti, ma vi sono ancora moltissimi luoghi isolati, privati anche dei servizi più elementari.

Talvolta l'unica soluzione per garantire ai figli un'istruzione, e dunque offrire a loro e alla Bosnia la possibilità di un futuro migliore, è quella di affidarli ad altri parenti e, nei casi peggiori, a un istituto.
Allora l'obbligo scolastico, che in Bosnia riguarda il ciclo elementare e dunque l'età 7-15 anni, diventa quasi una presa in giro, nient'altro che l'estrema, ridicola dichiarazione di impotenza di un paese schiacciato dalla fame, da un dopoguerra troppo lungo e da accordi politici che lo paralizzano.



[1] Irfanka è una neuropsichiatra, ed è fondatrice e presidente di Tuzlanska Amica.
[2] Tuzlanska Amica (Amica di Tuzla), Associazione locale che lavora soprattutto con donne e bambini cercando di favorire il processo di ricostruzione di vite umane nella Bosnia del dopoguerra.
[3] Si rimane sconcertati dalla quantità di case di questo tipo. Il motivo è semplice: gli aiuti internazionali prevedono la ricostruzione della casa e l'intonacatura interna, non quella esterna ritenuta inutile.
[4] Il caffè bosniaco, preparato facendo bollire i fondi dentro al pentolino dell'acqua. Le donne sono abituate ad offrirlo agli ospiti, e non permettono mai che le tazze rimangano vuote. Generalmente lo accompagnano con del succo di frutta ed in base alle condizioni economiche anche con una fetta di dolce.

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