Il terzo gradino
Giuseppe Bagni - 10-11-2006
(..."in una scuola che tiene insieme tutti")

Le riflessioni di Giuseppe Bagni non hanno nulla di consolatorio, e vanno al cuore del problema - "non c'è scuola adatta per chi di scuola non ne vuole". E non ci sono soluzioni facili, naturalmente: solo la convinzione, maturata con l'esperienza concreta, che dal mal di scuola si può guarire - con il piacere di un'altra scuola, con il gusto di imparare...
(Un'altra versione di questo articolo era stata già pubblicata nella rivista "Insegnare": i temi affrontati sono sviluppati nel bel libro "Insegnare a chi non vuol imparare" - presentato nell'articolo omonimo, nella sezione relazioni e documenti delle "Voci"
)


In un questionario di una scuola media di Firenze, un alunno ha scritto che il suo luogo preferito nella scuola era il terzo gradino delle scale. Il terzo gradino era il più alto prima del pianerottolo che è controllabile dalla portineria. Da quella posizione si vedono tutti i compagni e ancora non si è visti dagli adulti.
Un gradino analogo, invece, Davide B. nella mia scuola non l'ha trovato, nemmeno cercato per la verità. Si è iscritto qualche anno fa, certificato dalla media. Per cosa? Al mio primo incontro non l'avrei saputo dire: non era un mio alunno e io l'ho conosciuto nella mia funzione di vicepreside, come alunno che necessitava di un riorientamento. Oggi direi che era affetto da mal di scuola, una sorta d'allergia che di norma consiglia il soggiorno nei professionali.
Davide è un ragazzo dallo sguardo vispo, curioso verso la scuola, ma di quella curiosità tipica di un turista in viaggio in un paese molto diverso dal suo. Non ho mai avuto la sensazione che considerasse l'esperienza scolastica come qualcosa che appartenesse alla sua vita reale. Tutto quello che vedeva lo confrontava col suo mondo: zona Piagge, periferia di Firenze; madre che lavora tutto il giorno, padre assente, la stanza più grande a disposizione il marciapiede della strada, condiviso con gli amici del quartiere.
So bene che non è una storia originale, d'altra parte i "casi" delle scuole raramente corrispondono a ragazzi o ragazze con storie particolari, più spesso assomigliano a problemi di interfaccia tra un organismo ed un ambiente entrambi "sani" e completamente descrivibili, ma divisi da una superficie che non traspira. Problemi di membrane divenute impermeabili. Ecco, era come se Davide stesse nel suo banco, chiuso in un sacchetto di plastica.
Per farlo sentire meno solo, dalla specializzazione molto qualificata dov'era inserito è transitato in quella più umile, ma dubito che dall'interno del suo sacchetto abbia colto una qualche differenza, se non che nella nuova classe i bambini nel sacchetto erano molti di più.
Davide B. non ha nemmeno terminato la prima in quanto la madre ha chiesto un percorso integrato con la formazione dell'ente locale. Ben presto il percorso è diventato a frequenza alternata: presente nei giorni del centro e assente in quelli destinati alla scuola. Nessuno vi ha fatto molto caso, come se sapessimo che non poteva finire altrimenti.
Ho chiesto di recente sue notizie al responsabile del centro di formazione che mi ha detto di averlo incontrato in corridoio: era stato espulso dalla classe perché nel test dove si chiedeva agli allievi quale inserimento avrebbero desiderato nel mondo del lavoro aveva scritto che da grande voleva fare il ladro... Non mi ha sorpreso la sfrontatezza della sua risposta: in effetti Davide non aveva mai fatto niente per adeguarsi alle attese della scuola, neppure nel mezzo anno che era stato da noi - in fondo non era un certificato? - ma avevo sperato che il nuovo ambiente sarebbe riuscito a stabilire un contatto.
Un bel problema cercare d'insegnare qualcosa a chi non sa che farsene, le storie come quella di Davide sono la prova che non c'è scuola adatta per chi di scuola non ne vuole. Per noi che siamo nella scuola allora, il familismo della riforma scolastica del centro destra, la pedagogia dell'angelo custode che incardina in questa figura stucchevole del tutor, è solo un'ipocrisia, come armeggiare sui rubinetti per negare che il guasto è nell'acquedotto. L'acqua arriva solo se c'è pressione a monte.
E la pressione per l'imparare dei nostri studenti dov'è finita? Facile dare la colpa alle nuove generazioni, ancora di più sostenere la necessità di tornare ai bei tempi passati, quando la scuola era fatta su misura per quelli che avevano voglia di studiare e i Davide erano fuori dai giochi già dentro la media.
Tante volte nella mia esperienza scolastica mi sono trovato di fronte a ragazzi e ragazze sigillati, apparentemente impermeabili a qualunque approccio, ma non mi lamento sugli esiti del mio lavoro. Nel senso che accanto a fallimenti inevitabili porto anche memoria di sacchetti fatti a brandelli e guasti all'acquedotto riparati. Non ci sarei riuscito se non avessi imparato a pensare come si pensa all'interno del sacchetto, compreso e rispettato la piacevolezza dello stare sul terzo gradino. Soprattutto se non avessi rifiutato a priori l'idea che c'è chi non è fatto per la scuola. Anche chi non studia può imparare, se gliene diamo il modo e, soprattutto, una ragione per farlo.
Poi studierà. Ma in quella fascia d'età si può imparare solo in una scuola che tiene insieme tutti. Perché la scuola insegna grazie al contatto fra diversi. Il professore, diverso per cultura e generazione, i compagni diversi per biografie e intelligenze. Con il doppio canale andiamo invece verso la pratica della segregazione scolastica che è uno stato patologico dell'educazione ovunque si sia realizzata.
I tempi sono cambiati. Mio padre ha interrotto gli studi alla quarta elementare, facendo appena in tempo ad imparare a leggere e scrivere, eppure è divenuto imprenditore e per una vita ha mandato avanti una fabbrica che ha superato i cento dipendenti. Penso si possa dire che ha goduto per anni di una cittadinanza piena, anche culturale, eppure oggi fatica a prendere i soldi allo sportello bancomat. Non capisce quel linguaggio, non sa "scrivere" sullo schermo di un computer, non ne sa rispettare i tempi. Per questo e per tanti altri motivi, oggi gode di una cittadinanza minore.
I tempi sono cambiati ma non possiamo attenderci che Davide e i ragazzi come lui capiscano il senso di questa minorità che li attende se rifiutano di imparare a scuola; non è mai stata una consapevolezza da adolescenti, figuriamoci oggi, in una società che li lusinga facendoli già felici consumatori.
In fondo il problema di Davide era proprio quello di non vedere nella scuola un "suo" problema, e come tanti ha cercato di attraversare il suo tempo in fretta e sui marciapiedi più bui.
Pensare a meno scuola per chi "non ne vuole" è pura ipocrisia. È assecondare i Davide, proponendogli appunto percorsi più brevi in scuole più buie. Nella mia esperienza di insegnante il mal di scuola l'ho visto guarito solo dalla scoperta del piacere della scuola, nel "gusto" di imparare.
Davide avrei voluto che assomigliasse al protagonista del film "Gattaca", nato per atto d'amore che entra in competizione col fratello più piccolo, concepito invece grazie a una progettazione genetica che garantiva il miglior risultato. Fin dalla nascita gli viene diagnosticata una più bassa attesa di vita e un alto rischio di malattie. Eppure intorno ai vent'anni riesce a battere il fratello più dotato a nuoto, nella gara di coraggio a chi si allontana di più dalla riva. Il fratello gli chiede come ha fatto a sfidare così il destino, quando gli davano l'ottanta per cento di probabilità di essere già malato di cuore.
Lui risponde, continuando a nuotare verso il largo, che ha vinto puntando tutto su quel venti per cento.
Sarebbe bello se anche i Davide B. decidessero di scommettere su quel loro piccolo - grande - venti per cento. Sarebbe bello saperli aiutare in questa impresa, sedendo accanto a loro sul terzo gradino.

Dalle Voci del Verbo Insegnare
6 novembre 2006

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 Emanuela Cerutti    - 10-11-2006
Un grazie, personale e redazionale, alle Voci, per la loro segnalazione, e all'autore del pezzo, per l'emozione profondissima che mi ha regalato. Mi chiedo spesso che senso abbia, oggi, nel contesto e nelle condizioni in cui vive, il mio lavoro e qualche volta mi pare che non ci siano vere prospettive, che la fatica sia inadeguata alla resa, che il seme non abbia terreno insomma. Le parole di Giuseppe Bagni spalancano, di nuovo, una finestra sul futuro: e mi pare che tornino le motivazioni necessarie e la condivisione che, oggi, le lascia germogliare. Bella storia.