Genova e dintorni
Giuseppe Aragno - 07-11-2006
Dallo Speciale Il tempo e la storia


Poche annotazioni, sintetiche e brevi quanto si può, per non tediare chi legge - so già che è impresa vana - e per non rinunciare al tentativo di diversificare, ampliare, se possibile, gli angoli visuali e le chiavi di lettura di ciò che inseriamo su questa bella rivista con l'intento di fare "ricostruzione storica". Per offrire soprattutto ai giovani strumenti aguzzi di una intelligenza che, per esser critica, occorre si faccia pluralista. A quei giovani che, grazie alle delizie di riforme e riformisti, a scuola apprendono poco o nulla di noi e, di ciò che li circonda, avrebbero ampio diritto di domandarci brutalmente conto. Mi scuso in apertura con i tre o quattro lettori che incontrerò e col ragazzo che, per puro caso, potrei trovare tra loro: se alla fine concluderanno che prometto più di quanto sappia fare, mi credano, ci ho messo una incondizionata buona fede.
Sono convinto - ma posso sbagliare - che la vicenda della sinistra non si possa leggere oggi come storia di angeli e demoni, di paradisi e di inferni, di scelte tutte giuste e tutte sbagliate; non si possa leggere solo e soprattutto come storia di una divisione di campo per cui da un lato trovi la verità, dall'altro la menzogna. Ne sono convinto, perché la vicenda umana, negli anni che ho vissuto, è stata più complessa e, in ultima analisi, le vicende umane sono l'oggetto della ricostruzione storica.
Genova 1892, mi si dice, sarebbe la svolta, la questione di fondo, lo spartiacque che apre la lunga e non ancora terminata sequela delle sconfitte, dovute, sembrerebbe, a tradimenti e opportunismi, più che a divergenze e diversità. Strada se n'è fatta da allora e da dove comincerò, per non perdere i miei pochi lettori? Decido. Lascio da parte le considerazioni sull'anarco-sindacalismo, i cui teorici non ebbero certo percorsi lineari: vedi per tutte la vicenda di Arturo Labriola, "Pulcinella napoletano" come ebbe a definirlo, con buone ragioni, Turati, che mutua da Sorel il mito dell'azione diretta e dello sciopero generale come motore della rivoluzione, per finire Ministro del Lavoro nell'ultimo governo Giolitti e, dopo un guizzo d'orgoglio antifascista, offre collaborazione a Mussolini, quando "sente la patria in pericolo" per la guerra d'Africa. Lascio da parte le responsabilità del massimalismo nell'avvento del fascismo e le mille anime dell'anarchia, quella lib-lab cui approda Francesco Saverio Merlino, quella dichiaratamente liberale di Rocker, quella individualista, ma sarebbe meglio dire assolutista, di Max Stirner, per la quale "tu come unico non hai più niente che ti accomuni all'altro e, quindi, neppure che ti separi da lui o ti renda suo nemico", sicché, alla resa dei conti, Amendola e Matteotti e - perché no? - Berneri e Malatesta, valgono quanto Mussolini [1]. Le lascio da parte perché ci interessano certamente i molto più nobili Bakunin, Kropotkin, Reclus e Malatesta e anche perché preferisco fermarmi su un momento concreto, e per molti versi emblematico, della vicenda anarchica. Non ce n'è nessuno credo, come quello esaltante e tragico della "guerra civile spagnola", che dia meglio l'idea dell'incapacità delle teorie politiche a leggere la complessità della storia, quando siano brandite come un prete impugna il crocefisso e utilizzate come un "sapere che ha già letto i fatti", mentre questi invece si vanno svolgendo sotto i nostri occhi e ci vedono fatalmente coinvolti. Noi diciamo di solito "guerra civile", ma sappiamo bene che essa fu anche rivoluzione; diciamo spagnola, ma sappiamo bene che, per molti aspetti, essa superò i confini dello spazio e del tempo e diede senso concreto e attuale ai più significativi problemi, alle più brucianti polemiche, ai dissensi ideologici, alle ipotesi tattiche e alle prospettive strategiche che per anni, dal tempo della Prima Internazionale, avevano travagliato e diviso il movimento operaio. Posso dirlo? Non solo per colpa e volontà dei socialisti "legalitari".
Dal 1936 al 1938 la Spagna fu il "mondo" e sul palcoscenico della storia ebbero occasione di mettersi alla prova non semplicemente uomini e fatti di Aragona, Paesi Baschi o Catalogna, ma le diverse soluzioni e scelte che avevano diviso la sinistra sui temi cruciali dell'organizzazione e del "movimentismo", del ruolo delle avanguardie rispetto alle masse, dei tempi e dei modi della lotta al capitalismo, dello spessore concreto dell'internazionalismo dopo il collasso del primo conflitto mondiale e sulla soglia del secondo, per non dire della questione essenziale: il rapporto tra politica e potere.
Su quel palcoscenico sanguinoso accade di tutto e Simone Weil scriverà inorridita: "Se mi prendono mi ammazzano. Me lo sono meritato. I nostri hanno versato fin troppo sangue. Sono moralmente complice" [2]. Certo, più di ogni crimine, vili furono anzitutto le uccisioni bolsceviche di anarchici e militanti del Poum, la sinistra comunista dissidente. Ma quale ruolo "anarchico" svolsero veramente gli anarchici? Giampietro Berti, lucido studioso dell'anarchismo e libertario egli stesso, sostiene che in Spagna - ma sarebbe stato ovunque così - è possibile misurare sino in fondo l'efficacia e la reale "dimensione creativa e pluralistica dell'autogestione" [3]. Per la prima volta nella storia - e forse non a caso anche per l'ultima - dal 19 luglio del 1936 al 7 maggio del 1937, di fronte ad un evento che ha le caratteristiche innegabili d'una rivoluzione, in Catalogna, la componente anarchica è nettamente maggioritaria. Sorvolo sul fatto, anch'esso significativo, che pochi anni prima era stato probabilmente proprio l'astensionismo anarchico a consegnare il Paese in mano alle destre, e sorvolo anche sulle riflessioni di Camillo Berneri sulla possibilità e necessità che il movimento anarchico si collocasse nel contesto immediato del momento storico e non rischiasse, per rimanere fedele alla sua ideologia, di lasciarsi tagliar fuori dal gioco dei fatti, che, alla fine, è il gioco della storia. Sorvolo su tutto questo, come sulla necessità che gli anarchici provassero e sciogliere il nodo del rapporto con la politica, e ne avessero anzi una propria, per non ridursi ai margini della storia. Non mi ci soffermo. Potrebbero essere solo opinioni mie e riflessioni di Berneri.
Mi fermo su un dato: la Catalogna nell'estate del 1936 è in mano anarchica. I libertari dominano nel governo della Generalidad e prevalgono nel governo centrale. Lo Stato è in disfacimento, i rapporti di forza sono dalla loro parte e le altre parti politiche non sono in grado di opporre alcunché. Scartata l'ipotesi di far politica, essi hanno davanti una sola via coerentemente libertaria: eliminare ogni residuo apparato statale, impedire la rinascita di qualsivoglia Istituzione e lottare contro ogni autoritarismo, contro il totalitarismo di destra nazifascista, come contro la dittatura di sinistra retta da Stalin. Per questa via passa a quel punto - nel pensiero anarchico, come nella sua concezione della storia - la "rivoluzione sociale". Ora, sarà che, come sostiene Berti, essi non hanno in concreto una "scienza della politica", sarà invece, come a me pare, che sperano nell'ingresso in campo della mitica "azione decisiva" che parta dal basso, dal popolo o dal proletariato, sarà infine che sono vere ad un tempo entrambe le ipotesi, è un fatto: i libertari si fermano proprio là dove ti aspetti che inizino. Certo, si affidano all'azione sociale, fanno autogestione, promuovono le collettivizzazioni, il passo decisivo però non lo fanno: non distruggono ciò che resta in piedi dei centri del potere politico. La "Generalidad", non è abbattuta, ma riconosciuta e, nell'illusione di neutralizzarne l'azione politica, essi danno vita ad un "Comitato Centrale della milizia antifascista" che è, di fatto, una "Istituzione". Qui, mi pare, smarriscono la via maestra - ma praticabile? - dell'azione diretta, della spallata rivoluzionaria che nasce dal basso, e abboccano all'amo della "democrazia antifascista". Criteri democratici presiedono all'assegnazione stessa dei rappresentanti delle rispettive forze in campo. Nasce così una sorta di "Comitato di Liberazione Nazionale" ante litteram in cui peraltro, come sempre accade quando si fa o si subisce una politica, la mediazione è aleatoria e affidata all'abilità dei mediatori. Risultano così alterati anche i reali rapporti di forza e su 15 posti disponibili, gli anarchici, che rappresentano i due terzi dello schieramento, non ottengono i dieci rappresentati che toccherebbero loro - la maggioranza, cioè - ma solo cinque. Tre vanno poi ai socialisti, uno rispettivamente ai trotzkisti, ai radicali e ai comunisti, quattro addirittura ai borghesi. [4]. Sarebbe andata di certo ugualmente male - ne sono convinto - ma da questo momento la "rivoluzione dal basso" non è più possibile e la Spagna è costretta a contare non solo sulle risposte del capitalismo francese ed inglese a quello italiano e tedesco, ma addirittura sull'aiuto indispensabile della dittatura stalinista, che sarà peraltro la sola ad intervenire. La creazione del "Comitato Centrale della milizia antifascista", paradossalmente voluto dagli anarchici, non solo non è un organismo rivoluzionario, ma apre la via ad una sorta di legittimazione anarchica dello Stato e ad una gestione autoritaria della guerra rivoluzionaria. E' questo, a mio avviso, il principio della fine. Ed è alla luce di queste scelte che va letta in maniera retrospettiva anche la storia dei rapporti concreti tra anarchici e socialisti prima, durante e dopo il Congresso di Genova del 1892.
In quanto alla Spagna, credo che Berti abbia ragione a vedervi la chiusura di un ciclo, quello del protagonismo operaio e socialista e la fine in Europa dell'età delle rivoluzioni popolari. Rimane oggi - e su questo occorrerebbe riflettere - un pressante bisogno di trasformare dalle fondamenta un mondo che produce una crescente disperazione.
Quale lezione ricavare da tutto ciò? Non di certo la superiorità di un modello su un altro, del socialismo legalitario su quello anarchico. Temo che la lezione sia più amara: il socialismo, così come l'abbiamo conosciuto, quello per il quale su diverse barricate abbiamo lottato, è oggi allo sbando. L'ideale anarchico di una rivoluzione sociale che ha in sé la soluzione dei problemi politici non ha retto alla prova del fuoco. Il "movimento" può accendere una rivoluzione ma, perché si giunga alla "emancipazione", occorre una direzione complessiva del moto rivoluzionario. Una direzione che può anche non essere "potere", ma che ha bisogno di riconoscere la dignità della dimensione politica. L'antico problema del come si concilino le categorie morali della propria identità ideologica con la contingenza storica o, se si vuole, con la politica e il potere, rimane aperto ed occorre prendere atto - la storia ce lo insegna - che non è stato risolto da Bakunin, non è stato debitamente affrontato da Marx, che pure, da qualunque parte si scelga di stare, rimangono, a mio avviso, ancora maestri. Non è un problema che mi invento io qui, per difendere una parte politica: non credo di averne più una nel senso meramente dottrinario, anche se ho fermo il sistema di valori che fu del socialismo. E' un problema che si pose lucidamente Berneri, il quale certo rifiutò il marxismo, ma si dichiarò anche insoddisfatto della "semplice ideologia antistatale dell'anarchismo perché critica basata più su una concezione negativa che non su un piano di indagini e di esperienze positive" [5].
Tanti - ed alcuni gravissimi - furono gli errori e le responsabilità del "socialismo reale", ma innegabili rimangono le grandi motivazioni ideali, sociali, politiche ed etiche del primo socialismo. E se esso si divise ancor prima del 1892, ed ancora si divide - ma quale socialismo è oggi nella sedicente sinistra? - è perché insuperata rimane la questione decisiva del rapporto tra ideali e realtà, tra idealismo e realismo. Una questione che travagliò un rivoluzionario autentico come Malatesta e che angosciò fino al momento della morte, dovuta ad una scellerata e criminale mano bolscevica, Camillo Berneri, non a caso allievo di Salvemini e in certa misura fatto della tempra rarissima di Giacomo Matteotti, un socialista che non fu solo martire, ma anche politico capace di un pensiero autonomo e forte. Berneri, un grande - e, potrei sbagliare, l'ultimo - pensatore anarchico.
Il dramma vero è che - libertari o legalitari - risposte a talune essenziali domande non ne abbiamo trovate. Di qui la fatale decadenza delle due grandi anime del socialismo, quella libertaria e quella cosiddetta "autoritaria". Vide lontano Berneri, involontario eroe e inascoltato profeta: "questi nostri tempi, se non hanno interamente ucciso l'eroismo, stanno uccidendo la santità" [6]. E vengo alla conclusione. Ai giovani non possiamo lasciare questo deserto. Abbiamo una storia ricca di valori e la sinistra non è quella attuale: ricostruiamola per ciò che fu e passiamo a chi prende il nostro posto, dopo una dolorosissima sconfitta, un testimone da cui possa ricavare stimoli e voglia di battersi. Abbiamo commesso mille errori, ma possiamo ancora trasmettere un enorme patrimonio di valori dei quali essere orgogliosi. Il nostro tempo è passato, ma ci resta ancora questo compito sacro da svolgere. Occorre farlo. Ovunque sia possibile. L'età deve insegnarci ad essere maestri. Fuori da ogni retorica.

Note

1) Max Stirner, L'Unico e la sua proprietà, Calasso, Milano, 1979, p. 219. Il libro uscì
per la prima volta nel 1844.

2) riportato da Domenico Canciani, Gli intellettuali francesi e la guerra di Spagna, in AA. VV., La guerra civile spagnola tra politica e letteratura, Shakespeare and Company, Firenze, 1995, p. 33.

3) Giampietro Berti, La rivoluzione spagnola e il paradigma del potere, in AA. VV., La guerra civile spagnola...,, cit, p. 73.

4) Ivi, p. 73-81.

5) Giampietro Berti, Il pensiero anarchico dal Settecento al Novecento, Lacaita, Manduria, 1998, pp. 872-73.

6) Camillo Berneri, Pensieri e Battaglie, a cura del Comitato per Berneri, Stampa, 1938, p. 121, riportato Da Giampietro. Berti, Il pensiero anarchico..., cit, p. 902.





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