9 ottobre 1963 - 9 ottobre 2006: la diga è ancora lì. Come il dolore.
La Rete Giovani - 09-10-2006
Riceviamo segnalazione del dossier di Lucia Vastano, "L'onda lunga" e volentieri ne riproponiamo la memoria, la denuncia, la consapevolezza. Ringraziamo il blog collettivo dei Giovani nella Margherita per l'ULIVO che ripropone il lavoro pubblicato nel giugno del 2002 sul periodico "NarcoMafie" del gruppo Abele di Torino


Fu - ormai è noto - una strage provocata da avidità, irresponsabilità, imperizia.
Ma la vicenda del Vajont ha avuto un seguito altrettanto scandaloso. Tutto da raccontare.


«Dov'eri l'11 settembre 2001? Come hai saputo delle Torri di New York? ». Da mesi in tutto il mondo non è raro sentirsi rivolgere queste domande. Tutti si ricordano bene dov'erano e cosa stavano facendo mentre crollavano le 'Twin Towers'.

Ma noi ricordiamo bene anche cosa facevamo in un'altra data, molto più lontana nel tempo. Era il 10 ottobre 1963 e, il giorno prima, la tragedia del Vajont aveva causato quasi duemila morti. Quella mattina le maestre della scuola Montessori di Milano riunirono tutte le classi nella sala delle recite e ci raccontarono di quella valanga d'acqua che era piovuta su Longarone e altri paesi spazzando via tutto, anche la vita di molti bambini come noi. Non capimmo bene quello che era successo, ma forse ancora non lo avevano capito neanche gli adulti e alla domanda: «Ma ce l'abbiamo anche noi a Milano, una diga come quella del Vajont?» le "signorine" (così chiamavamo le maestre) risposero di no e tutti noi bambini tirammo un sospiro di sollievo.

Ricordate il Vajont? Il Vajont della "strage di Stato", così come lo hanno raccontato Marco Paolini - tre ore e mezza di monologo trasmesse dalla Rai - e Renzo Martinelli nel più recente film con tanto di effetti speciali?
Probabilmente molti risponderanno di sì.
Oggi si sa che quella fu una strage annunciata e che chi ne aveva il potere e il dovere non fece nulla per impedirla. Ma il Vajont che vogliamo raccontare non riguarda quello che portò alla spaventosa notte di 39 anni fa, l'avidità, l'imperizia, la criminale leggerezza con la quale vennero ignorati gli inequivocabili avvertimenti lanciati per anni dalla natura violentata dagli uomini. Il Vajont che vogliamo raccontare parte da quella notte di luna piena in cui la vita di molti finì e quella di altri rimase sfregiata per sempre e continua fino ad oggi, anno 2002. Questa è la storia, poco o per nulla nota, del "dopo Vajont".

Che ne è stato di quei bambini che furono tirati fuori dal fango o di quei poveri emigranti che tornarono dalla Germania per cercare i corpi dei familiari trascinati via dall'acqua? Hanno avuto giustizia?

Pochi si sono posti queste domande, come purtroppo spesso accade: passata la tragedia, la nostra attenzione scappa altrove e lascia le vittime sole a combattere per una giustizia che è anche un prezioso patrimonio di tutta la collettività.

40 ANNI DI SOLITUDINE

Non abbiamo mai sentito le loro voci. Molti di loro ancora non vogliono parlare di tutto ciò che è legato a quella notte e di tutto quello che li ha travolti dopo, impedendo di dimenticare. «Il dopo Vajont è stato ancora peggio della tragedia, perfino più scandaloso e doloroso per tutti noi superstiti» si sfogano in molti. La nostra storia puo' cominciare così: il dopo Vajont, per i superstiti, è stato ancora peggio della tragedia. Ce ne accorgiamo la sera del 9 ottobre 2001.
La proiezione dell'anteprima del film "Vajont" di Martinelli è appena terminata. Sullo schermo - allestito su un suggestivo quanto inquietante scenario, la frana ai piedi della diga - scorrono i titoli di coda. Spettatori, giornalisti, abitanti del luogo, autorità, si arrampicano sulla traballante rampa di scale per raggiungere il tendone nel quale si terrà la conferenza stampa.
Chicco Testa, in rappresentanza dell'Enel, saluta il regista, gli attori presenti, si complirnenta con loro per la ricostruzione fatta. Poi se ne va, chiamato da altri impegni. Fa freddo, e per riscaldare i presenti vengono offerti tè, caffè e vin brulè. Il tendone si riempie. Sul palco prende posto l'èquipe della produzione e qualche testimone della tragedia che ha trovato il coraggio di esserci.

Comincia la conferenza stampa. Qualche dato tecnico sugli effetti speciali, qualche nota sui costi di produzione. Ma - interviene il regista - la serata è dedicata a quelli che non ci sono più e ai loro cari che portano ancora nell'anima profonde cicatrici mai rimarginate. il risultato è che si parla poco del film e niente del processo. Qui tutti danno per scontato che i giornalisti presenti sappiano già bene come sono andate le cose.
Ciò che s'ignora è cos'è accaduto dopo, ai superstiti.
Chi prende il microfono non vorrebbe più lasciarlo. Alcune persone che hanno perso diversi parenti e sono state liquidate con quattro soldi dallo Stato denunciano donazioni mai arrivate a destinazione, finanziamenti miliardari piovuti (e che continuano a piovere) su aziende non coinvolte nella tragedia, storie di bimbi rimasti orfani truffati dai genitori adottivi a cui erano stati affidati con leggerezza dai giudici. I superstiti denunciano che, grazie a cavilli legali, a 600 vittime non è stata versata una lira di risarcirnento. Qualcuno chiede, quasi piangendo, che si faccia qualcosa per ritrovare i resti di un familiare o di un parente. Chiede perchè non si sia mai fatto nemmeno un tentativo per recuperarli. Altri ancora parlano del disinfettante cancerogeno buttato a sacchi sui cadaveri e si domandano se abbia qualcosa a che fare con le numerose morti per tumore avvenute dopo la tragedia.
Qualcuno ricorda le casseforti delle banche, mai ritrovate da una ditta a cui era stato dato il compito del loro recupero e le polizze assicurative e le pensioni dei morti mai pagate agli eredi perchè 'mancava la documentazione'.

Noi giornalisti rimaniamo a bocca aperta.
Il Vajont non è, dunque, la storia di un passato lontano: si trascina ancora oggi, tra carte bollate, denunce, progetti di ristrutturazione urbana, complessi industriali che nascono e muoiono con soldi che ancora riportano ai morti e alla distruzione di allora. il tutto nella totale indifferenza degli organi di informazione.

«Sui superstiti sono state scritte solo bugie» dice Carolina Teza «Nessun giornalista è mai venuto da noi a farsi raccontare come sono andate le cose in questi anni. Nessun giornalista ha vigilato affinchè i morti e i vivi avessero giustizia. Il silenzio ha fatto e fa comodo a molti, tutti quelli che con il Vajont si sono arricchiti o hanno fatto carriera. Peccato sia tutta gente che nemmeno abitava qui, tutta gente che non ha perso niente. Perchè abbiamo dovuto aspettare quarant'anni e un film perchè la stampa nazionale si rifacesse vedere da queste parti?».

(segue...) http://www.vajont.org/vajont_static/vastano/indice.html


Dallo Speciale Il tempo e la storia



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