Con le parole ipocrite del lutto
Giuseppe Aragno - 25-08-2006
Fa male dirlo, ma è così. I delegati del popolo sovrano, eletti senza voti come ai tempi felici dei Fasci e delle Corporazioni, fanno ormai da bestiame votante, armano e riforniscono soldataglie da spedire là dove chiede l'impero e sanno starsene zitti quando il duce di Guantanamo tiene lezione di storia. Credere, obbedire e combattere! Se lo sostiene il capitano coraggioso della guerra preventiva, tutta fosforo, uranio depotenziato e torture irachene, è vero, non ci sono dubbi: il terrorismo oggi è figlio del fascismo islamico. Da tempo, d'altro canto, per i rari, presunti e sedicenti comunisti la Resistenza è rossa se i partigiani sono europei e nera se abbiamo imitatori maomettani.
Entrati perfettamente nella parte - tanta bravura chi la sospettava! - e tornati custodi della sacralità della storia di cui bene o male sono figli ignoranti ed arroganti, sanno saltare su come tarantolati, strappandosi le vesti ed i capelli, quando lo richiedono il copione e le categoriche veline giunte dagli USA. Nessuna meraviglia perciò se, dopo il macello libanese, cantano tutti in coro senza esitare: "Ormai gli estremisti islamici hanno davvero superato il segno! Definire Israele uno Stato nazista è davvero intollerabile".
E sarà vero. Le parole sono pietre ed occorre misura. Chissà, forse avrebbe fatto bene a tacere anche "Amnesty International" che ci ha tenuto a puntualizzare: nessun nazismo, per carità, qui siamo solo di fronte a criminali di guerra.
C'è da giurarci. Ora si aprirà un dibattito serrato. Il centrodestra, che ha conoscenze vaghe e limitate della storia e della geografia, sentirà il dovere di proporre al leader della democrazia esportata di inserire "Amnesty International" nella lista degli "Stati canaglia", chiedendo magari al fido socialista Tony Blair di confezionare prove irachene della complicità di "Amnesty" con Bin Laden. Prodi, per suo conto, che non a caso è professore, farà sommessamente notare che "Amnesty" non è uno Stato, ma subito aggiungerà che questo non è certo un problema. Basterà ingaggiare professionisti del valore di Vespa e, di qui a poco, istruiti alla perfezione da "Porta a Porta", in Italia tutti conosceranno mari, fiumi, monti, confini, razza, storia, religione, cultura e, ciò che più conta, oscuri legami della nuova Repubblica Islamica con l'attentato delle torri gemelle.
Ingaggiare. Su questa parola Prodi - uno che le parole le usa sempre con cognizione di causa - sta costruendo il capolavoro della sua carriera, che batte di gran lunga i pur notevoli fasti della travagliata vicenda Bolkestein. Occorre dirlo. Quando, senza fare cenno a sanzioni nei confronti di Israele, ciò che sopravvive dell'ONU dopo il naufragio del Golfo Persico, ha prescritto per conto d'Israele il disarmo di Hezbollah, Prodi, con invidiabile scelta di tempo e fine intuito politico, si è offerto di fare del nostro paese il braccio armato del fondamentalismo occidentale. Benché il suo governo sia appeso al filo della salute di una sparuta pattuglia di ultraottenatenni senatori a vita - e all'appoggio solidale e incondizionato di tutti i rappresentanti dei Fasci e delle Corporazioni in tema di ribalderie internazionali - egli, perfettamente consapevole che il civilissimo Occidente è giunto ormai a un bivio, ha conservato una sua perfida lucidità. Il problema non è che l'Europa è vile, come ritiene Rossana Rossanda [Il Manifesto, 24-8-2006], e nemmeno che il governo israeliano ha semidistrutto il Libano usando gli F16 alla maniera in cui Hitler utilizzò gli Stukas a Guernica. Il punto è che non è servito a nulla concedere loro tutto il tempo possibile: le armate che ammazzano in nome della stella di Davide hanno fatto macerie e massacri ma si sono lasciate mettere sotto da alcune centinaia di insospettati katiuscia. Margini di mediazione ormai non ce ne sono. Dal 2001 ad oggi le ripetute stragi hanno alimentato l'odio dei popoli e dei paesi aggrediti, sicché da un lato hanno fatto il gioco di chi soffia sul fuoco, dall'altro hanno alimentato una resistenza sempre più decisa, che potrebbe anche trovar modo di saldarsi. Di qui il valore dell'intuizione immediata di Prodi, che non punta affatto alla pace. Tutt'altro: dopo i Balcani, l'Afghanistan e l'Iraq, occorre subito una nuova azione di forza con la quale stroncare ogni velleità di resistenza popolare araba e, se possibile, tirar dentro i regimi di Siria ed Iran, ai quali - sia detto per inciso - si era deciso di far guerra già prima che saltassero le torri gemelle e che, finora, se la sono cavata solo perché il nerbo delle forze dell'impero è impantanato nel Vietnam iracheno. Poiché gli anglo-americani proprio non possono, Prodi ritiene che tocchi all'Europa fare il lavoro sporco. Farlo, e trovare anche il modo di far credere alla gente che i morti serviranno alla pace. Non è cosa da nulla. Tutt'altro. Questa è la discontinuità della nostra politica estera: chiediamo senza mezzi termini una licenza di ammazzare. Una licenza che non ci serve per imporre regole condivise a due contendenti, ma per dare una mano ai carcerieri del popolo palestinese e del suo legittimo governo, ai criminali di guerra che hanno volutamente massacrato il Libano.
I delegati del popolo sovrano - la maggiominoranza eletta senza voti come ai tempi felici dei Fasci e delle Corporazioni - si sono subito dati da fare ed hanno chiesto di conoscere le regole d'ingaggio. Il resto non conta. Non gli importa nulla della Costituzione, dei diritti umani, dei costi della guerra, delle promesse fatte nella pseudo campagna elettorale: nazisti o criminali, eccoii pronti. Stiano tranquilli i nipotini di Menachem Beghin, terrorista dell'Hetzel e poi primo ministro d'Israele, non abbiano paura i boia di Sabra e Shatila, i sequestratori dei membri di un governo liberamente eletto, i custodi dell'immenso lager in cui è chiusa una parte della Palestina, i mandanti dei killer che assassinano gli avversari politici dello Stato d'Israele, i distruttori del Libano meridionale. Stiano tranquilli. Prodi, novello Cesare, e D'Alema, notoriamente esperto di questioni militari e guerre umanitarie, non hanno dubbi. Chiedono solo regole d'ingaggio robuste e buona compagnia: Galli, Lanzichenecchi e Castigliani. Non altro. Regole d'ingaggio. A quanto pare, quelle che in Serbia consentirono i bombardamenti dall'alto e gli inevitabili "effetti collaterali" non bastano più.
Sono passati mesi dalle elezioni. La scuola riprende con la Riforma Moratti, i soldati italiani sono ancora in Irak - e sarebbero già a casa se fossero tornati a piedi - in Afghanistan abbiamo più uomini, l'economia è in mano al liberista Padoa Schioppa, si annunciano tagli allo stato sociale, corrotti e corruttori hanno ricevuto in dono tre anni di sconto sulla pena, i centri d'accoglienza per gli immigrati funzionano più di prima, la legge elettorale è rimasta quella di Berlusconi, la Costituzione è un reperto archeologico, i sindaci, già onnipotenti, chiedono ed ottengono nuovi "poteri speciali". Peggio di così non pareva possibile. Tuttavia siamo "affidabili": in guerra forse otterremo il comando. Vorrei sbagliarmi, ma temo sia così: se Prodi avrà le sue regole d'ingaggio, ragazzi ignari, che in questo momento si godono il sole e la vita, partiranno per tornare a casa in una bara avvolta nel tricolore. Chi siano, da quale albero proverrà il legno in cui li chiuderanno è impossibile dire. Ci sono però e non ho dubbi: nessuno tra loro sarà figlio dei politici che oggi li mandano a morire e domani li accoglieranno con le parole ipocrite del lutto.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 da Il Dialogo    - 25-08-2006
Missione Onu. Un appello.

Sembra essersi formato un consenso generale sull'opportunità/necessità che l'Italia partecipi alla Forza Internazionale di Interposizione in Libano. È indubbio che per arrestare la spirale di violenza che sempre più insanguina il Medio Oriente, e si estende pericolosamente al resto del mondo, sia più che mai necessario un impegno attivo della comunità internazionale, sotto la guida dell'Onu. L'esito di un tale impegno dipende tuttavia in modo determinante dalle condizioni in cui verrà attuato e condotto. Sembra più che mai necessario richiamare l'attenzione del Governo, del Parlamento e di tutti i cittadini su alcuni punti molto delicati.
Una prima considerazione doverosa è che la guerra in Libano ha occultato il problema palestinese. Non sembra accettabile, in particolare, che la comunità internazionale ignori completamente il fatto che Ministri e Parlamentari di un paese che dovrebbe essere sovrano siano stati sequestrati (ancora sabato 19 agosto il vice-premier, Nasser-as-Shaer), imprigionati, ed almeno in un caso anche torturati. In nessun altro Paese un simile intervento straniero potrebbe venire tollerato: perché nessuno reagisce nel caso di Israele? È inaccettabile il silenzio del Governo italiano.
Venendo alla costituzione di una Forza Internazionale di interposizione, essa deve ubbidire ad alcune condizioni fondamentali ed elementari: è evidente che non possono farne parte militari di un
paese che non sia rigorosamente equidistante tra i due belligeranti.
L'Italia ha stipulato lo scorso anno un impegnativo Accordo di Cooperazione Militare con Israele, che inficia in modo sostanziale e irrimediabile la nostra equidistanza. Il Diritto Internazionale impone, come minimo, la preventiva sospensione di tale Accordo, i cui termini dettagliati devono assolutamente essere resi noti all'opinione pubblica.
È il caso di ricordare ancora che Israele ha partecipato a manovre militari della Nato svoltesi in Sardegna, nelle quali si saranno indubbiamente addestrati piloti ad altri militari israeliani,
impegnati poi nella guerra in Libano. Da queste circostanze discende una ulteriore condizione: è necessaria una garanzia assoluta che il comando di questa Forza di Interposizione rimanga strettamente sotto il comando dell'Onu, e non possa essere trasferita in nessun momento alla Nato.
È assolutamente necessario, inoltre, che le spese della missione non gravino ulteriormente sul bilancio dello stato italiano, e in particolare non comportino riduzioni delle spese sociali, ma rientrino nel bilancio del Ministero della Difesa per le missioni militari italiane all'estero.
Queste sembrano condizioni fondamentali e irrinunciabili per la partecipazione del nostro paese.
Rimangono però altre riserve. Appare singolare e tutt'altro che neutrale il fatto che una Forza Internazionale di Interposizione venga schierata sul territorio di uno dei due Paesi belligeranti, quello attaccato, e non sul loro confine. Deve essere chiaro pertanto che, finché tale forza opererà in territorio libanese, essa deve essere soggetta alla sovranità libanese, e che non potrà in alcun modo essere incaricata del disarmo né dello scioglimento di Hezbollah. Queste condizioni operative esporranno comunque i militari che compongono questa forza ad agire nel caso in cui avvengano (reali o pretese) provocazioni: come potranno opporsi con la forza all'esercito israeliano, tutt'ora presente in territorio libanese? Non ci si facciano illusioni sulle regole d'ingaggio, che verranno decise dall'organismo che guiderà la missione, e non dal nostro Governo.
Riteniamo giusto richiedere anche che il contingente militare sia affiancato da un congruo numero di volontari disarmati.
Deve infine risultare estremamente chiaro che questa Forza di Interposizione non potrà mai, e in alcun modo, essere coinvolta in una ripresa o in una estensione del conflitto. Così come deve essere
escluso un suo impiego per proteggere le ditte italiane che si lanceranno nel lucroso business della ricostruzione del Libano.
É necessario fugare con molta chiarezza qualsiasi illusione che l'interposizione militare, anche nelle migliori condizioni, sia risolutiva per il conflitto in Medio Oriente, soprattutto per risolvere la fondamentale questione palestinese. Chi arresterà la distruzione delle case, delle coltivazioni e delle infrastrutture dei palestinesi, gli omicidi mirati (in palese violazione di qualsiasi norma giuridica)? Chiediamo pertanto che, prima di inviare un contingente italiano, il nostro Governo ponga con forza a livello internazionale l'esigenza irrinunciabile del dispiegamento di una forza internazionale di pace anche a Gaza e in Cisgiordania, a garanzia della sicurezza di Israele e come condizione per la creazione di uno Stato Palestinese.
Chiediamo che su queste questioni fondamentali vengano prese ufficialmente decisioni chiare, esplicite e trasparenti, e si esigano le dovute garanzie a livello internazionale.

Promotori:
Padre Alex Zanotelli, Ennio Abate, Cristina Alziati, Angelo Baracca, Ernesto Burgio, Chiara Cavallaro, Paola Ciardella, Patrizia Creati, Mauro Cristaldi, Manlio Dinucci, Antonino Drago, Giuseppe Gozzini, Alberto L'Abate, Paola Manduca, Alfonso Navarra, Giorgio Parisi, Claudio Pozzi, Giovanni Sarubbi, Alberto Tarozzi, Andrea Trentini, Riccardo Troisi, Monica Zoppè

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