Il Meeting di Rimini e l'educazione
Gianni Mereghetti - 18-08-2006
Il tema del Meeting per l'amicizia fra i popoli di Rimini è la ragione, non solo come esigenza di infinito, ma anche come sospiro e presentimento che questo infinito si manifesti. Si tratta di un tema che esercita una grande aspettativa per un insegnante come io tento di esserlo, perché la questione decisiva della mia professione non è che gli studenti apprendano delle nozioni e delle tecniche né che si uniformino sempre più alle regole morali dominanti, ma che riconoscano le esigenze costitutive della ragione e ne seguano l'impeto. Solo così si fa il bene di ogni studente, quando lo si aiuta a farsi largo nell'intrico del relativismo e lo si porta a ritrovare il suo vero io. Educare non è aggiungere qualcosa alla vita che la renda più buona o più religiosa, è invece provocare lo sviluppo di ciò che l'uomo porta già dentro di sé, quell'esigenza di vero, di bello, di giusto, che lo costituisce. Dal Meeting di Rimini viene quindi una nuova sfida al mondo dell'educazione, la sfida a difendere la ragione come tensione all'infinito contro il razionalismo che la riduce a misura della realtà. E per difendere la natura della ragione non c'è da salire in cattedra facendone l'analisi, ma bisogna proporre un'esperienza umana in cui sia presente la risposta al desiderio ultimo dell'umano. Insegnare senza arrivare a questo, senza aprire una speranza di felicità, sarebbe il più orrendo dei tradimenti, perché l'insegnamento muove da un'unica passione, quella per il destino proprio e di tutti coloro cui ci si rivolge - uno ad uno. Per questo grande valore ha quanto disse don Giussani sull'insegnante: Se chi insegna fosse veramente cristiano, insegnerebbe con una precisione circa la verità di quel che dice, con un amore alla verità di quel che dice e, perciò, con più poesia ( poesia nel senso generale del termine); con più amore a chi ha davanti, perciò con più pazienza, con più adattabilità, pronto a valorizzare osservazioni che venissero dagli scolari, pronto a rispondere a domande insistenti, anche troppo analitiche, che gli scolari facessero: insomma, una disponibilità alle esigenze della scolaresca che si chiama carità.

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