Uccello colorato e uccello nero
Giuseppe Aragno - 02-08-2006
Non credo ai presagi: i segni premonitori sono favole che inventiamo per noi stessi a mano a mano che il nostro impenetrabile futuro si consuma sul filo del tempo che ci è dato, giunge fino in fondo al suo cammino e si riduce infine alla sola esperienza del passato.
Può darsi benissimo che un uccello oggi prenda a volare sulla mia testa e per un po' mi accompagni e mi incuriosisca.
Lo osservo, sorrido, forse me ne inquieto, forse mi interrogo, poi vado per la mia strada e non ci penso più; l'uccello e il suo volo, che m'hanno fatto sorridere o inquietare, per i quali mi sono incuriosito e interrogato, svaniranno per sempre dalla mia coscienza, ingoiati nel buio profondo in cui si perde per sempre quasi tutto ciò che mi accade nella vita.
E' questo il destino cui sono condannati tutti gli uccelli e tutti i voli che intrecciano sulla nostra testa, se qualcosa non sopraggiunge e in qualche modo ci segni: un lutto improvviso, una grande e inattesa fortuna, un dolore profondo, nuovo e inaudito, un incontro destinato a cambiarci la vita. Qualcosa, quale che essa sia, che poi ricorderemo. Allora sì, allora ci torna in mente il volo dell'uccello che ha preso a volare sulla nostra testa e ci ha accompagnati, incuriositi o inquietati, allora si fa presagio, segno premonitore, avvertimento. All'amore incontrato per caso finiremo così col confessare: lo sapevo che saresti arrivato. Non so dirti perché, ma lo sapevo. C'è stato un uccello colorato che s'è messo a volare sulla mia testa e, finché ha potuto, ha fatto la mia strada. Allora sì, se una sventura ci sarà capitata, il dolore sembrerà annunciato e parlandone a un amico diremo sconsolati: era un po' che me lo sentivo, era nell'aria. C'è stato persino un uccello scuro e maligno che s'è messo a volare sulla mia testa e finché ha potuto ha fatto la mia strada. Scuro e maligno diremo, e così lo ricorderemo, dal momento che ci avrà preannunciato disgrazie.


Non credo ai presagi ma, giudicando col senno di poi, non posso fare a meno di ricordare: un uccello nero come l'ombra della morte volò sulla mia testa e sembrò davvero accompagnarmi, mentre mi avviavo al congresso di base a passo svelto, tenendomi nella lunga striscia d'ombra che pioveva giù dall'alto, dallo svincolo della tangenziale che mi sovrastava minaccioso e scendeva in forte pendenza verso il Corso Malta. I cattivi pensieri non serve scacciarli: escono dalla nostra testa e ci volano attorno sotto forma di uccelli. Era mia madre quell'uccello, pensai, con un senso di angoscia. O forse no. Forse era solo il rimorso che si materializzava e faceva di Corso Malta una sorta di Via Crucis.
- I tuoi fantasmi, mamma, un giorno o l'altro diventeranno i miei, dicevo tra me.
L'avevo appena lasciata, prigioniera di se stessa, dietro l'alto cancello che circondava il giardino mal curato di un edificio grigio e cadente di fronte al vecchio Ospedale di San Gennaro dei Poveri; era lì che, messo alle strette, il centro di Salute Mentale del Rione Sanità concentrava la disperata sofferenza dei "ricoveri coatti". Come sempre, qualcosa di me era rimasto rinchiuso con lei in quel giardino e la stessa libertà che sentivo di riacquistare, mentre mi lasciavo alle spalle quel terribile cancello, non sapeva essere piena: mi portavo dentro la pena per quel suo sguardo domato dai farmaci e giungevo a rimpiangere gli occhi di fuoco vivo che fissavano gli eterni fantasmi che odiavo e temevo; stretta da una catena invisibile, la mia libertà era condizionata dalla sua richiesta disperata - "riportami a casa" - che ogni volta sapeva schiacciarmi sotto un senso di colpa insopportabile; ero libero di andarmene, ma non di cancellare il dolore per il guizzo rabbioso e improvviso con cui mi aveva aggredito quando, senza parlare, le avevo detto che non potevo farlo: "dio ti maledica - mi aveva urlato - ti maledica come tua madre maledice il giorno in cui sei nato. Maledetto! Che tu sia maledetto, maledetto per sempre!
Sulla mia testa l'uccello volava ancora, nero, più nero dell'ombra della morte e non c'erano dubbi: mi stava accompagnando. Passando per via De Matha, davanti alla parrocchia che fino a pochi mesi prima era stata di don Marino mi colse un brivido improvviso. S'era levato d'un tratto un vento gelido; mi tirai su istintivamente il bavero del giubbino ormai troppo estivo, risposi con un cenno scherzoso al gruppo di ragazzi che giocava a pallone - domani facciamo i conti! - e in pochi passi veloci fui al vecchio e malandato "Vinci", un Itis che da solo avrebbe meritato un congresso.
- Aula tre, in fondo a destra!
Il bidello che mi aveva anticipato all'ingresso, prima che chiedessi, fu ammiccante e non capii il perché; era basso, tarchiato, rubizzo, sciatto nel maglione "dolce vita" slabbrato, nei pantaloni a vita bassa su cui si appoggiava un ventre gonfio e ingombrante e ostentava sul bavero della giacca un quadratino rosso smaltato che non gli avevo mai visto.
- Ha un sindacato, questo bel tipo? - mi chiedevo rapidamente e intanto, a poco a poco la sua ingombrante figura si associava a penosi sotterfugi per mettere insieme una schiena eternamente piegata di fronte ai superiori e moti da ribelle impulsivo che, tuttavia, ha tanta esperienza da sapersi costringere ad agire prudentemente nel segreto dei corridoi, quando non si corrono rischi. "Taci, il nemico ti ascolta", ripeteva di continuo e a sproposito e nonostante la grande esperienza di lotta, tra i nemici in ascolto non aveva saputo includere il temibile Meledandri che perciò poteva riferire: "dice sempre che gli facciamo schifo".
Non credo ai presagi, ma d'un tratto mi parve che l'uccello avesse ripreso a volare sulla mia testa. Ed era nero.

Continua

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf