Qualcosa possiamo fare, noi ebrei italiani
Stefania Sinigaglia - 02-08-2006
Diffondiamo un appello apparso sul Manifesto di martedì 1 agosto - Red

Domenica mattina, risveglio davanti alle immagini trasmesse dalla Bbc da Qana, Sud Libano.
Di fronte agli eserciti e alle superpotenze ci si sente deboli e inermi. Abbiamo dalla nostra parte soltanto la capacità di analisi e raziocinio, la nostra volontà di reagire e di farci ascoltare, e su queste risorse dobbiamo contare. Dobbiamo agire qui ed ora, dal basso, dato che i poteri del mondo dimostrano o connivenza insipiente o colpevole complicità, come organizzazioni e associazioni, ma soprattutto come ebrei singoli quali siamo, insieme alle organizzazioni palestinesi che rifiutano le derive islamiste, dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per evitare una catastrofe comune».
Ho riguardato alcuni miei testi scritti anni fa, come singola ebrea laica già legata al piccolo gruppo «Ebrei contro l'Occupazione», ora libera battitrice grazie alle cesure temporali delle mie peregrinazioni terzomondiste, perfetto clichè dell'ebrea errante del 21esimo secolo. E pour cause: la terra promessa
non è in quel lembo di territorio strappato a un altro popolo che da 60 anni ormai lotta per averne la porzione cui il diritto internazionale inascoltato decreta il suo diritto ad accedere. Testi del 2002, pubblicati dal manifesto o usati per riunioni pubbliche, che dicevano: la misura è colma, Israele sta distruggendo se stesso e la sua anima nel distruggere il sogno palestinese di una patria e di un loro ritorno, ossessionato dal miraggio di una impossibile "sicurezza", ottenibile solo al prezzo della rinuncia alla politica di aggressione che dagli anni Ottanta lo ha caratterizzato. Ma questa misura si rivela smisurata, la misura non ha fondo, la follia miope e disastrosa delle dirigenze israeliane (e la cecità di chi le elegge) sfida ogni sforzo di comprensione. Ciascuna nuova compagine governativa supera la precedente in capacità di recare morte e distruzione a popolazioni inermi, perseguendo militarmente un nemico politico che si rivela sempre più ubiquo e inafferrabile, e che come Atlante ad ogni colpo inferto si rialzerà rafforzato, sia in Palestina, a Gaza e in Cisgiordania, sia ora, di nuovo, in Libano, chissà domani in Siria o in Iran. E recando morte e distruzione a civili, e ai civili più poveri e privi di risorse, quelli che non hanno neppure i soldi e la macchina per scappare, addensa su di sé non solo l'obbrobrio di chi ha occhi per vedere ma compatta una nuova più solida resistenza. Invece di distruggere Hezbollah, Israele lo sta rafforzando oltre ogni previsione, in modo perfettamente autolesionista.
Ripensando ai versi del famoso canto pacifista di Bob Dylan di 40 anni fa, quanti morti ci vorranno ancora finché Israele capisca che non si può esigere il diritto alla propria esistenza finché non si riconosce il diritto di esistere degli altri? E questi altri sono i loro vicini, i loro, i nostri, cugini. «Degli Ebrei sono cugino», diceva la copertina di un Espresso del giugno del 1967, recante l'immagine di Nasser sconfitto. Già, cugini, e non ci sono lotte peggiori di quelle tra parenti o lontani parenti. Tutti figli in un modo o nell'altro di un Medio Oriente che non smette di sanguinare. Gli Israeliani dicono agli ebrei della diaspora, quei pochi che alzano la voce contro la loro politica distruttiva ed autodistruttiva: voi non siete qui, la pelle è la nostra, noi ci di-fendiamo. Chiamano traditori o rinnegati i loro dissidenti interni, anche loro una minoranza vocale ma numericamente esigua. Che in questi giorni sono in piazza comunque, come mi ha assicurato una rappresentante di New Profile, una delle organizzazioni che aderiscono alla Coalition of Women for a Just Peace.
La maggioranza, in Israele e anche nella Diaspora, è accecata dal mito del militarismo, che sembra l'unica garanzia di salvezza, perché si hanno negli occhi ancora le immagini degli ebrei buttati come cenci sporchi nei vagoni blindati. Mai più deboli, mai più vilipesi, mai più vittime.
Israele-Faust ha fatto allora un patto con un neo-Mefistofele: mai più vittima, vittime saranno «gli altri». Ma non esisterà nessuna catarsi un questa nuova edizione del Faust, nessun «fermati sei bello». Solo il baratro dell'ignominia di uno Stato che da faro possibile di civiltà e di redenzione si muta in canaglia internazionale.
Che possiamo fare noi ebrei italiani per esprimere il nostro orrore e il nostro rifiuto di fronte a questo nuovo salto di qualità nella discesa agli inferi della politica israeliana? Vogliamo tacere e macinare il nostro disgusto e la nostra rivolta davanti alle immagini di dolore lancinante dei civili libanesi e palestinesi? L'inettitudine della diplomazia è stata finora somma, solo la volontà di pace delle persone di buona volontà ci può forse ancora una volta aiutare ad uscire da questo nuovo carnaio.

Propongo che come singoli e in silenzio, senza alcuna etichetta ci si ritrovi davanti alla Sinagoga di Roma, il venerdì sera prossimo, con un semplice cartello di cartone che ognuno di noi può scriversi a casa, che dica: "Nessuna soluzione militare ai problemi politici in Medio Oriente. Applicazione di tutte le risoluzioni dell'Onu. Solo il negoziato conduce a una pace sostenibile".


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 dal Manifesto    - 02-08-2006
Libano, qualcuno si muova

Fino a qualche mese fa nessuno avrebbe pensato alla possibilità di rimpiangere Ariel Sharon. Oggi il governo israeliano di Olmert insiste pervicacemente ad offrire alle coscienze del mondo questa possibilità.
Nel quadro di una guerra non dichiarata, di una rappresaglia che vede il Libano nella parte dell'agnello sacrificale, e che l'esagerata pazienza dell'Onu e dell'Ue, hanno garbatamente definito «sproporzionate», il governo di Israele ha fatto con la strage di Cana un altro «errore», concretizzatosi nel massacro indiscriminato di decine di civili libanesi tra cui 37 bambini. Non è un errore: è semplicemente un orrore, forse il più atroce dopo molti altri.
Che il governo e il popolo italiani si muovano. Che le Nazioni unite si muovano. Che l'Unione europea si muova. Che almeno la parte migliore del popolo americano non accecata dalla follia bellicista di Bush & C.O, si muova.
Ciò che benevolmente viene definita «crisi» del Medio oriente, può essere il preludio rischiosissimo di una terza guerra mondiale, come dire della fine dell'umanità.
Ma non è solo a motivo di questa minaccia che leviamo alta la nostra voce di cittadini e di intellettuali, perchè si metta un alt definitivo e risolutore al disastro politico-economico dell'intera regione.
E' per avere ancora il povero diritto a poterci chiamare esseri umani, non più aninìali da guerra e da rapina.

*** Giorgio Arlorio (sceneggiatore), Bruno Aller (pittore), Marco Bellocchio (regista), Aldo Bertolini (pittore), Stefania Brai (scrittrice), Luigi Bolle (pittore), Gisella Burinato (attrice), Nicola Carrino (scultore), Lucilla Caporilli (scultrice), Ascanio Celestini (attore), Anna Cochetti (storica dell'arte), Ettore Consolazione (pittore), Bruno Conte (pittore), Claudio Del Bello (filosofo), Adriano Di Giacomo (pittore), Giuseppe D'Agata (scrittore), Roberto Di Marco (scrittore), Lella Di Marco (ass. donne per le due rive del Mediterraneo), Roberto Gramiccia (critico d'arte), Nedda Guidi (scultrice), Marina Gramiccia (parassitologa), Vilma Labate (regista), Mario Lunetta (scrittore), Citto Maslli (regista), Franco Montini (giornalista), Francesco Muzioli (scrittore), Franco Mulas (pittore), Achille Pace (pittore), Giorgio Patrizi (critico letterario), Paola Pascalini (sceneggiatrice), Silvia Pegoraro (storica dell'arte), Marco Palladini (scrittore), Alessandro Kokocischi (pittore), Paliero Rosati (scrittore), Piero Sanavio (scrittore), Mario Sasso (pittore), Lina Sastri (attrice), Laura Toscano (sceneggiatrlce), Marco Turco (regista), Fabio Turco (pittore), Gianni Toti (scrittore), Alessandro Tricona Occhipinhi (drammaturgo).