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I bambini in uniforme che inneggiavano al Duce
Repubblica - 03-04-2006
Ottanta anni fa, il 3 aprile del 1926, veniva ufficialmente istituita l´organizzazione giovanile del fascismo. Centinaia di migliaia di ragazzini e adolescenti, inquadrati e armati, vennero formati in base al triplice principio "educazione morale, educazione fisica, disciplina" La meta finale, a ventun anni, sarebbe stata la tessera del Fascio
"Ce n´era in ogni famiglia. Giocavano ai soldati", ha scritto il giornalista Emilio Radius: "Oserei dire che al popolo piacevano davvero"


«L´occhio del Duce brilla / vivo nei suoi Balilla», cantano in coro schiere di bimbi vestiti da guerrieri. Fin dalle origini del movimento fascista, nel 1919, sono stati loro - i bambini, i giovani - a rappresentare, per il Capo, il più alto miraggio propagandistico. Ma soltanto il 3 aprile 1926 questi militari in erba ottengono, nell´aula del Senato, un nome e un crisma ufficiali. Quel pomeriggio di ottant´anni fa viene infatti approvato uno dei disegni legislativi più attesi dal regime: l´istituzione dell´Opera Nazionale Balilla (Onb). Non manca, in partenza, una discriminante a favore dei maschietti, cui viene riconosciuto il diritto al godimento di «posti e borse di studio», mentre il regolamento pratico della legge è affidato a Benito Mussolini «di concerto col Ministro della Guerra, e udito il comandante generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale». Termine per il regolamento: due mesi.

Il dado è tratto, come spesso si ripete in stile cesareo. Ma il tutto si adagia su un letto di retorica già pronto. Per cominciare, la parola. «Balilla» fu in origine un nomignolo assegnato a un ragazzo genovese di Portoria - pare si chiamasse Giovan Battista Perasso - che nel 1747, lanciando un sasso, diede inizio all´insurrezione vittoriosa contro gli austriaci.

Molto prima che la leggenda approdasse su sponde fasciste, il fortunato soprannome e il suo titolare avevano già suscitato molti entusiasmi. Non era sfuggita a Goffredo Mameli la potenzialità celebrativa di quell´antico gesto di rivolta. «Balilla gittò un ciottolo / parve un ciottolo incantato / ché le case vomitarono / sassi e fiamme da ogni lato». Così cantò, emettendo inoltre una profezia: «I bimbi d´Italia si chiaman Balilla / il suon d´ogni squilla / i Vespri suonò». Nel ventennio di Mussolini ogni «squilla» (oggi si dice campana) rintoccherà infatti le lodi di Giovanni Battista: nel volume I canti del fascismo di Giacomo De Marzi sotto la voce «Balilla» si allineano almeno una diecina di inni, litanie e ninnenanne. Le rime erano rituali. «Fischia il sasso / il nome squilla / del ragazzo di Portoria / e l´intrepido Balilla / è un gigante nella storia». Ma com´era, fisicamente, questo prototipo dell´infanzia littoria? Eccolo descritto nel ritornello: «Fiero l´occhio / svelto il passo / forte il grido del valore / ai nemici / il fronte il sasso / agli amici tutto il cuor».
Tornando alla prosa, va ricordato che il monopolio della gioventù instaurato dal fascismo produsse un urto con l´Azione cattolica, che dominava fra i boy scout. L´episodio più aspro si ebbe il 18 agosto 1927, quando sei avanguardisti del Fascio irruppero, a Mantova, nella sede degli Esploratori cattolici - reparto San Giorgio - situata, come riferirono le cronache, «nella casa dell´arciprete monsignor Antonio Boni», devastandola. Il prelato protestò con le autorità, ma l´episodio venne attribuito a una provocazione dei boy scout. Dal Viminale arrivò un telegramma in cui si disponeva che fossero «immediatamente sciolte le sezioni degli esploratori responsabili delle violenze». Si trattava di un´ennesima manifestazione di quello che La Civiltà cattolica aveva definito il «fascismo iperbolico». Fin dal gennaio del 1927 il regolamento per l´Opera Balilla, emanato in ritardo, vietava l´attività di organismi compresi «sotto il nome di Giovani Esploratori, o Boy Scouts».

La Santa Sede cercò di reagire. Per incarico di papa Pio XI l´autorevole gesuita Pietro Tacchi Venturi faticò alla ricerca d´un compromesso presentabile. Il Pontefice emise un´allocuzione dominata dalla preoccupazione che «un´oscura minaccia si libri sulle organizzazioni», soprattutto giovanili, «dell´Azione cattolica, la pupilla dei nostri occhi». Poco più tardi, attraverso Eugenio Pacelli, all´epoca segretario di Stato vaticano, Mussolini apprese che per il Papa la questione giovanile era fondamentale e poteva perfino provocare la sospensione di ogni trattativa in materia di Concordato.

Ecco un ultimatum non ricevibile, dato che a sua volta il regime considerava l´Onb la luce degli propri occhi. Pupilla contro pupilla. La resa della Santa Sede era comunque nei fatti. Carmen Betti, autrice di un volume intitolato L´Opera Nazionale Balilla e l´educazione fascista, conclude che la dirigenza vaticana «non era veramente intenzionata a fare della questione giovanile un casus belli».

Violenze da una parte. Cautele dall´altra. Che quella dei Balilla fosse un´organizzazione a suo modo eversiva apparve lampante. L´aveva creata un gerarca autorevole, Renato Ricci, volontario della Grande Guerra a meno di vent´anni, tenente dei bersaglieri e degli arditi, poi legionario fiumano e squadrista tra i più facinorosi. Le gesta da lui compiute erano assurte a mito: «La Ligure-Apuana / ha la corrente forte / chi tocca Renato Ricci / pericolo di morte», intonavano i più risoluti autori di spedizioni punitive contro la «canea rossa» nella sua zona d´origine, la Lunigiana. In questi suoi seguaci, si legge in un memoriale redatto nel 1929 dal prefetto di Massa Carrara, egli «sapeva infondere ardimento con la parola, ma più con l´esempio».

Incarcerato varie volte negli anni Venti, non per questo Ricci vide compromessa la propria carriera; anzi. Oltre che presidente dell´Onb dall´origine al 1937, fu membro del Gran Consiglio, deputato, sottosegretario all´Educazione nazionale, vice ministro e poi ministro delle Corporazioni. A Salò Mussolini lo nominò comandante della Milizia. Catturato nel 1945, sarà assolto e liberato nel '50. Nel 1949 l´organismo delegato ai profitti di regime aveva accertato a carico della sua famiglia benefìci patrimoniali pari a oltre 43 milioni di lire.

Una cavalcata fra onori e prebende, quella dell´inventore dei Balilla. Con qualche inevitabile ostacolo. Non mancarono, infatti, attriti fra la Onb e la scuola: i quadri dirigenti del «balillismo» - termine orrendo allora in voga - venivano scelti fra gli insegnanti, ma la fascistizzazione di maestri e professori procedeva a rilento. Aspri diverbi divamparono fra l´organizzazione capeggiata da Ricci e gli organi propriamente di partito. I bambini militarizzati inserivano un cuneo indebito nel normale avanzamento dei sudditi fascisti.

Ecco il cursus honorum dei «fantaccini» di Ricci, centrato su tre punti principali: «educazione morale, educazione fisica, disciplina». I bambini fra i sei e i sette anni vennero detti «Figli della lupa». I Balilla ne avevano fra otto e quattordici. Gli avanguardisti fra i quattordici e diciotto. «Piccole italiane» e «Giovani Italiane» si chiamavano le corrispondenti falangi delle ragazze, alle quali nel 1929 una circolare del segretario del Pnf imponeva di evitare «le sottane eccessivamente corte» e di portare «la gonna almeno due dita sotto il ginocchio». Nel gennaio dello stesso anno Renato Ricci si riservò l´orgoglio di «offrire» al Duce 812mila balilla e 423mila avanguardisti.

Gli avanguardisti diciottenni diventavano «Giovani fascisti» ed entravano sotto la giurisdizione del Fasci giovanili. Poi, a ventun anni, gli sarebbe stata consegnata quella tessera di partito che costituiva «il titolo nobiliare dell´italiano nuovo»: promozione finale che veniva festeggiata il 21 aprile, nel giorno del Natale di Roma.
L´itinerario era macchinoso. Tra Onb e Fasci giovanili sorgevano incidenti di confine. Achille Starace, il segretario del Pnf, cominciò a insorgere contro Ricci. Finché nel 1937 il Duce sciolse sia l´Onb sia i Fasci giovanili unificandoli nella Gil, Gioventù Italiana del Littorio, che fu posta alle dipendenze del Partito. Cioè di Starace.

Non per questo il mito dei Balilla si offuscò (l´Onb sarebbe, fra l´altro risorta durante la Repubblica sociale battendo la Gil sull´ultimo traguardo). Nel cuore del Ventennio si faceva a gara a battezzare con quel nome le cose più svariate. Si chiamò Balilla la prima utilitaria della Fiat. Radio Balilla fu un´emittente delegata a diffondere il Verbo fascista fra i campi. Balilla venne soprannominato il celebre calciatore Giuseppe Meazza. Balilla s´intitolò un settimanale per l´infanzia che tentò di fare concorrenza al Corriere dei Piccoli.

Si immaginava che i balilla mandassero continui messaggi al Duce. «Il bambino, prima di dare il primo vagito», scriveva negli anni Trenta un fresco ed orgoglioso papà, «alzando fascisticamente l´esile braccino ha mandato il suo saluto a Voi, Duce». Si trattava d´un balilla neonato. Si supponeva che il capo del governo ricambiasse: «I bimbi d´Italia son tutti Balilla, oggi», scriveva nel '35 Stanis Ruinas, reduce da un raduno di fanciulli in divisa. «Se il Duce potesse esser presente», aggiungeva, «di questi visucci attenti a ber la sua voce certo godrebbe più che del plauso frenetico degli uomini coscienti».

Ma quale era l´indice di gradimento dei Balilla fra la gente comune? Un giornalista di notevole acume, Emilio Radius, che nel 1964 dedicò agli Usi e costumi dell´uomo fascista un saggio venato di scetticismo, scriveva: «I balilla, oserei dire che piacevano davvero al popolo. Ce n´era in ogni famiglia. Avevano una divisa completa. Alcuni reparti avevano perfino il moschetto: il moschetto Balilla. Giocavano ai soldati». Un gioco destinato a finire in tragedia. Ma perché - finché durava - rompere l´incantesimo?

Nello Ajello
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L'approfondimento

Da Balilla a partigiani o "ragazzi di Salò"

Moschetti giocattolo per uccidere davvero

Coloro che erano nati nel 1926 avevano quattordici anni quando l´Italia entrò in guerra e diciassette quando precipitò nella guerra civile. Di ragazzi tra i quattordici e i diciassette anni con un´arma in mano, per gioco o per dare sul serio la morte, sono piene le cronache di quel tempo feroce. Si prenda questa annotazione di Roberto Battaglia, studioso di storia dell´arte divenuto partigiano combattente, a Roma nell´estate del 1944: «Il 4 giugno, quando ancora gli ultimi reparti tedeschi sostavano in città a difesa dei ponti, ero uscito incontro alla libertà con una squadra di generosi ragazzi di 15-17 anni che durante il periodo clandestino avevano accumulato per proprio conto, e in grande segretezza, in attesa di quel gran giorno, le più disparate armi (insieme a un moschetto, bombe fumogene, sufficienti a coprire la ritirata di un battaglione, bombe da mortaio, buone, come essi mi spiegarono, per venire lanciate dall´alto degli edifici), e insieme a loro avevo occupato una Casa del fascio».

Il fascismo aveva attuato sistematicamente l´arruolamento precoce dei ragazzi, facendo vestire la divisa e consegnando a tutti un fucile in miniatura. «Il moschettino! - ricorda un testimone - Il moschettino fascista era bello, funzionale, con la baionetta pieghevole, assomigliava un po´ a quello dei carabinieri. Era gradevole portarlo in spalla. E dava un segno di mascolinità, di maturità. Era un´arma, anche se simbolica». La guerra e la guerra civile crearono gli scenari entro i quali le armi divennero, da oggetti simbolici e mimetici buoni per celebrare i riti del giovanilismo e della grandezza nazionale, strumenti di uno scontro mortale.

Furono soprattutto le vicende dell´autunno 1943 a far precipitare la situazione. Coloro che avevano superato la ventina e che avevano fatto una sia pur breve esperienza in Africa, nei Balcani o peggio ancora sul terribile fronte russo, non tardarono a rendersi conto della via senza uscita nella quale il regime aveva gettato il Paese, a misurare fino in fondo tutto il tragico vuoto che stava dietro l´apparato scenico e retorico imperante. Ai loro occhi il grande spettacolo del fascismo era finito. Anche in assenza di un´educazione antifascista (che pochissimi conobbero), sciolsero i vincoli di una lealtà senza più significato, scegliendo la via del partigianato.

Chi invece non aveva varcato quella soglia arrivò al culmine dell´adolescenza ancora frastornato dalle seduzioni di una pedagogia dell´eroismo e dell´onore che spinse non pochi all´ultima avventura. Sono questi i cosiddetti «ragazzi di Salò», estremo frutto avvelenato della politica nazionalistica e militarista durata un ventennio. Dapprima disorientati dall´inspiegabile eclissi del Duce padre e condottiero, che aveva riempito - si può dire fin dalla nascita - la loro vita e la loro fantasia, poi galvanizzati dalla sua repentina ricomparsa, spesso disillusi e umiliati dalle scelte dei padri, molti dei quali dopo il 25 luglio si erano affrettati a entrare nell´ombra per far dimenticare il passato, confusi da una situazione di sfascio in cui tutti comandavano e nessuno comandava, si gettarono nella mischia. Fu l´occasione attesa da tempo per sentirsi uomini, per diventare grandi, per fare la guerra come i fratelli maggiori.

Di questa generazione perduta, che va incontro al disastro morale e spesso alla morte fisica per non aver fatto in tempo a capire quando fosse vuota e criminale la favola del fascismo, sono rimaste tracce nella memorialistica, nella letteratura, nella documentazione archivistica. Un ragazzo di nome Oreste, nato a Roma nel 1928, nel 1943 fugge da casa e si arruola: «Sono stato educato sotto il clima fascista e amo la mia patria», scrive ai genitori. E ancora, echeggiando gli slogan: «L´acciaio non si piega, si spezza». Catturato dai partigiani, verrà fucilato (le sue lettere sono conservate all´Archivio di Stato). La stessa scelta fa, tredicenne, Roberto Vivarelli, oggi storico contemporaneista, dopo che il padre è stato ucciso dai partigiani jugoslavi: la divisa gli sta larga, le maniche del cappotto militare gli penzolano quasi nascondendo le mani, le armi lo affascinano e coi commilitoni ci gioca, come fossero le vecchie armi giocattolo. Si salverà, raccontando in una memoria la sua avventura. Velia M., ragazzina intraprendente, insofferente delle tutele, all´insaputa dei genitori entra nel servizio delle ausiliarie della Rsi: anche lei maneggia le armi, orgogliosa di fare qualcosa che né il padre, troppo anziano, né il fratello troppo piccolo possono fare per salvare «l´onore della patria».

Spesso giovani e giovanissimi finiscono nel corto circuito di una violenza che il senso di isolamento e il presagio della sconfitta rendono più bestiale. Davanti a un liceo genovese, uno studente diciottenne che si pavoneggia armato pretende di perquisire altri studenti: ottenuto un rifiuto, uccide il malcapitato che gli sta di fronte, trasformando in delitto politico di strada una rissa scolastica. Capita anche che sia un padre brigata nera a spingere il figlio sedicenne a sparare su un partigiano ferito per finirlo. «La mascotte della mia compagnia - scrive Giose Rimanelli in Tiro al piccione - ne ha tredici, di anni, e conosce meglio il mitra che la faccia di sua madre... Va ai rastrellamenti e spara contro gli uomini come fossero cani, e peggio. E così tutti gli altri. Ammazzano la gente da cani e sono ammazzati da cani». Così si conclude il bel gioco virile della guerra che il fascismo aveva cercato di insegnare, con la geniale trovata di regalare un fucilino a ogni ragazzo. Così, in questo sangue sprecato, finisce il sogno di gloria di una generazione.

Antonio GIbelli
L´autore, storico, ha scritto tra l´altro "Il popolo bambino. Infanzia e nazione dalla Grande Guerra a Salò", Einaudi 2005
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