Ripartire dall'articolo 3 della Costituzione
Anna Pizzuti - 23-12-2005
Mercoledì 21 dicembre, collegio tesissimo e partecipe, come mai era avvenuto negli ultimi anni.
L'ordine del giorno - discussione sul decreto del 17/10/2005 - è apparentemente neutro, ma tutti sanno che il reale scopo della convocazione è la proposta, da parte della dirigenza della scuola, di una decisione presentata alternativamente come ultima spiaggia per la sopravvivenza o come apertura al nuovo che - ineluttabilmente - avanza: trasformare il nostro Istituto Professionale in un liceo. Uno qualsiasi, basta che sia un liceo.
Nei giorni precedenti la riunione, avevo tentato di dimostrare come nessuno degli atti normativi - per quanto surreali - finora noti, preveda per un Istituto professionale, la possibilità di una qualche scelta, nemmeno aderendo ad una eventuale sperimentazione. Mi veniva risposto che sì, è vero, il decreto non lo prevede, ma nemmeno lo vieta. E se non è vietato, si può fare. "Spetta a lei - mi diceva il dirigente - dimostrare che non è possibile"
Intanto i colleghi, preoccupati, per la prima volta in quattro anni mi chiedevano informazioni e finalmente sembravano rendersi conto che la riforma li riguarda.
Rispondere alla sfida del dirigente non è stato difficile. Dopo aver riletto il testo dell'articolo 27 del decreto sul secondo ciclo ed in particolare i punti sui quali la Conferenza Stato - Regioni si è rifiutata di fornire il proprio parere, mi è bastato mostrare una prima bozza del progetto di sperimentazione presentato a luglio dal Ministro al CNPI - bozza successivamente aggiornata e resa anche più chiara nelle intenzioni rimaste, peraltro, tali - perché nessuna proposta venisse messa ai voti ed il collegio si sciogliesse.

Sto continuando, però, ancora a chiedermi come sia possibile che in altri Istituti Professionali, invece, la proposta di sperimentazione venga ritenuta praticabile sul piano normativo e, soprattutto, strategica rispetto al futuro. Come se, per rincorrere i ragazzi in fuga verso i licei (scientifici, soprattutto, come sta accadendo nella mia città, con punte del 70% di prescrizioni dalle scuole medie locali) e per recuperare questo vulnus gravissimo che la riforma, per quanto non ancora attuata, ha già inferto al destino scolastico di una generazione, basti la targhetta sulla porta e non la difesa forte e documentata della funzione dell'Istruzione Professionale.

Difesa che deve partire - per il presente e per l'eventuale futuro - proprio raccogliendo il disagio che la discussione sulla sperimentazione ha messo in evidenza, e che potrebbe essere sostenuta da quel tanto di chiarezza che , finalmente, comincia ad emergere.

"Premesso che, ai sensi dell'art. 27, comma 7, del decreto legislativo 226/2005, dalle tabelle di confluenza allegate al decreto ministeriale restano esclusi i percorsi dell'istruzione professionale ..... "

Inizia così la relazione tecnica allegata alle tabelle di confluenza dal vecchio al nuovo ordinamento, preparate dal Miur e l'affermazione ha valore di sentenza.
Come sempre, nei documenti del Miur, va osservato il linguaggio: se il riferimento fosse stato il decreto, la dicitura corretta doveva essere "restano esclusi i percorsi di Istruzione e formazione professionale......" L'errore, se di errore si tratta, scioglie ufficialmente e definitivamente ogni dubbio sul fatto che sarà l'Istruzione professionale a confluire nel secondo canale.

Per quattro anni ministero e legislatori hanno giocato con le parole, lasciando libero campo ad ogni tipo di interpretazione su questo punto, consapevoli che la mancanza di chiarezza avrebbe generato confusione e difficoltà a centrare il punto delle questioni, al di là delle posizioni ed opposizioni di principio.

Eppure, nonostante ciò, la scuola ha resistito.

Questo obbliga, non invita, chi si candida a governare il paese, a fornire garanzie molto più chiare e limpide di quelle che, anche ultimamente, stanno emergendo.

La prima, tra queste garanzie, è che la discussione sui Titoli costituzionali riformati e sulle attribuzioni dei vari livelli legislativi riparta - e sarebbe ora - dall'articolo 3 della Costituzione, così da aver chiaro il vero significato dell'espressione "pari dignità"
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

In questo modo, sull'abrogazione del decreto che riforma il secondo ciclo in particolare, ma anche di tutta la legge 53, della quale il decreto è sintesi compiuta, non ci sarebbe nemmeno bisogno di discutere.
Ma forse, perché questo sia possibile, Prodi e gli altri che esprimono le posizioni dell'Unione sulla scuola, dovrebbero leggerla, la riforma Moratti. Cosa che, finora, non sembrano aver fatto. O sì?

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf