Quando brucia una scuola
Anna Pizzuti - 25-10-2005
Ero tornata a casa, ieri sera tardi, dopo cinque ore di scuola, nel corso serale. Contenta per il lavoro fatto, contenta per lo stare insieme allegro e partecipe, per le discussioni, per quello che avevamo progettato di fare oggi. Mi aveva accompagnato a casa uno degli alunni del quinto. Un ex operaio della Fiat, in pensione. Quello che, discutendo durante le lezioni sulla seconda rivoluzione industriale mi raccontava della "sua" fabbrica. "Noi non sapevamo nemmeno cosa fosse, una fabbrica" mi diceva, scoprendo che la durezza del suo lavoro aveva quel nome così esotico: taylorismo. Ci eravamo dati appuntamento per stasera - per preparare insieme una lezione da inserire sulla piattaforma Fad: la scoperta di quest'anno, che li sta entusiasmando e che ci sta risolvendo tanti problemi.

Erano da poco passate le 21. Non potevamo sapere che forse già in quel momento, qualcuno stava tirando su una grossa tavola, che avrebbe fatto da ponte tra la scala antincendio e una finestra. Qualcuno che aveva con sé anche un attrezzo pesante con il quale rompere il vetro ed una grossa tanica piena di benzina.
Alle 22 e qualche minuto, quando è suonato l'allarme, la presidenza era già bruciata e solo un caso ha evitato che l'incendio si estendesse a tutti gli altri ambienti della scuola.
Che ora sono invasi da una polvere nera che si attacca alla gola e non ti fa respirare. Un sapore acre, amaro, desolante.

E' tanto tempo che non la sento più, la scuola, come negli anni passati, quando credevo che potesse corrispondermi in tutto quello che mi ero immaginata di crescita, di condivisione, di amicizia, di vita, ma: "La mia scuola", mi ripetevo, mentre mi guardavo intorno, sentendomi, allo stesso tempo, violata ed in colpa, come se quella polvere scura ricoprisse anche me.

"Guarda", si dicevano allegramente dei ragazzi di una scuola vicina che osservavano i segni dell'incendio.
"Non vi dispiace?" ho chiesto, "Sì perché non è la nostra!".

So bene quale macigno la scuola possa diventare, e quanti grumi di sofferenza possano depositarsi nell'anima di chi ci trascorre ore ed ore sentendosi costretto, prigioniero, nell'indifferenza di chi va avanti dimenticandosi delle persone.
Come conosco bene la disperazione di fronte allo sfacelo, alla disgregazione, alla perdita di senso che tutti stiamo vivendo.
Eppure bisogna vederla bruciata, una scuola, per sentire come, quando "pietà l'è morta", cominciamo a morire un po' tutti.

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 ilaria ricciotti    - 26-10-2005
Non bisogna mai arrendersi, neanche nel vedere scenari oscuri ed inquietanti simili a questo.
Chiedersi perchè è un dovere, pretendere che non accadano più è un diritto, di tutti, anche di coloro che usano taniche di benzina per dimostrare di quanto disagio sia avvolta la loro anima.