La Seconda Repubblica
Giuseppe Aragno - 23-09-2005

Fine legislatura.
Tra destra e sinistra il cambio della guardia è già nei fatti. Ognuno, certo, spara come può le sue cartucce e c'è ancora battaglia, ma "il Manifesto" di oggi ha ragione a titolare: "C'era una casa".
Berlusconi ha voglia di insistere con la riforma elettorale e le chiacchiere sulle metastasi: il suo governo frana sulla legge finanziaria, Fini cerca la resa dei conti coi centristi e la Lega spasima appresso alla devolution. Avrebbe di che essere contento chi sta a sinistra, se il centrodestra, che lascia un paese in rovina, cedesse il campo ad un'opposizione costruita per essere maggioranza su idee, programmi e scelte alternative. Ma le cose non stanno così.

Con Berlusconi che affonda, se ne cola a picco - e non dico sia un male - un progetto condiviso nelle sue linee di fondo da tutta intera una classe dirigente, quali che ne siano stati il passato e la cultura politica. Muore dopo vita anemica e stentata la Seconda Repubblica, un mostricciattolo che passerà alla storia per il solo, significante atto politico che ne ha segnato la vita: l'assassinio della Repubblica nata dalla Resistenza.
Muore e non abbiamo bussola con la quale orientarci nel mare magnum dello sfascio cui hanno messo mano, ciascuno per la parte che gli competeva, quando e come ha potuto, gli sconfitti di oggi e i vincitori di domani.

E' vero, Berlusconi vuole una nuova legge elettorale che gli serva da salvagente. Noi non potremo dargliela, ma occorrerebbe il coraggio di dire: il maggioritario è stato un inganno consapevole, un furto con destrezza, il vecchio fatto passare per nuovo. Lo è stato. E su questo terreno, chi non ha peccato scagli la prima pietra.
Non lo nego: la riforma Moratti si avvia alla sua meritata Waterloo. Ma quale scuola uscirà dal compromesso tra le diverse idee di scuola che circolano tra le diverse anime e i molti fantasmi politici che abbiamo in casa? Quale scuola dopo l'inevitabile mediazione con Montezemolo e Ruini?

E' vero anche questo: Berlusconi torna e mettere mano alle pensioni e taglia il pubblico impiego. Bisognerà dare battaglia perché non ci riesca. E però occorrerà pure dirlo che pensioni e pubblico impiego sono stati la prateria su cui hanno galoppato per anni, a caccia di bisonti, i Buffalo Bill della nuova frontiera, formatisi - o riformatisi - alle logiche e ai principi del neoliberismo.
Quei principi che Amato e Fini insieme - basterebbe questo spurio connubio a gelare entusiasmi - hanno affermato in comunione d'intenti nella Carta d'Europa. La Costituzione su cui qui da noi non si discute: non lo fa il centrodestra, non ci prova il centrosinistra. Tutti schierati a quadrato intorno a Bolkestain.

E taccio, per carità di patria, sulle primarie, sulla spettacolarizzazione della politica e sulla sua personalizzazione. Taccio, ma Prodi corre l'Italia in camion. Taccio sul mito del centro, inseguito pervicacemente da destra e da sinistra. Di qui l'indecente ammucchiata.
E poi quale centro? Quello che si è inopinatamente diviso in due: un centro a destra ed un centro a sinistra. Ciò che, in termini grafici, vuol dire che ho un cerchio solo e due raggi, due diametri e due circonferenze.
Una follia geometrica e un non senso politico che accomuna drammaticamente vincitori e vinti.
Quali che siano i vincitori e quali i vinti.
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