Italiche Ruine
Aldo Ettore Quagliozzi - 23-09-2005
Se...

" Se il Cardinale Ruini dicesse la sua su quanto devono e non devono fare i cattolici, nessuno avrebbe niente da ridire.
Ma il cardinale Ruini dice la sua, testualmente, su quello che serve e non serve all'Italia, cioè anche a me e quanti ( milioni di italiani ) non sono credenti, e dunque non tengono in alcun conto, pur avendone rispetto, gli insegnamenti della Chiesa.
Ne discende una ovvia, e molto irritante, conclusione: al cardinal Ruini non importa nulla della varietà di opinioni, di comportamenti e di stili di vita che la Repubblica italiana è tenuta ad amministrare.
Se gliene importasse alcunché, il cardinal Ruini si guarderebbe bene dal sovrapporre la sua morale, che è di parte, alle leggi dello Stato, che quando legifera legifera per tutti, non solamente per i cattolici.
La mancanza di rispetto per l'autonomia dello Stato da parte della Cei non è ( solo ) un problema istituzionale. E' molto peggio, mancanza di rispetto per gli italiani non confessionali, e persino per gli italiani cattolici che ritengono, comunque, le leggi e la convivenza civile appannaggio dello Stato.
Quel politico di governo, non importa se di destra o di sinistra, che dovesse, un giorno o l'altro, rispondere a Ruini ciò che gli va risposto, e cioè che sta mancando di rispetto agli italiani, avrebbe la mia imperitura riconoscenza. Resto in attesa. Ma non mi faccio troppe illusioni
"

Ma...

E così il nostro valente opinionista Michele Serra chiude sconsolatamente la sua quotidiana rubrica " L'amaca " su " la Repubblica " del 21 di settembre dell'anno del signore 2005.
In fondo potrebbe ben essere un anno del signore qualsiasi, anche il 2005 prima della storia cristiana, o il 20005 prossimo venturo; l'integralismo più cieco non procede alla conta dei secoli ed al divenire della storia in quanto evoluzione e mutamento profondo delle coscienze e dei costumi; l'integralismo, quello che si rimprovera e condanna oggigiorno al mondo islamico, anche in salsa cattolica presenta gli stessi macabri difetti, che se non inaugurano un nuovo martirologio, ne lasciano balenare però il suo ricomparire sulla scena almeno della vita politico-sociale della derelitta Italia, paese fragile che ben permette le più intollerabili delle intromissioni nella sua statualità.
E perché no, non si era tentato di parlare di " crociata anticattolica ", con le tristi rimembranze che il sanguinolento termine rimanda e forzandone oltre modo l'utilizzo improprio, ai tempi del Buttiglione scacciato a malo modo, e giustamente, dal parlamento europeo, e più di recente, per il tale Fazio Antonio governatore sui-generis di una delle più, sino a qualche tempo addietro, prestigiose istituzioni del bel paese?
L'integralismo da quell'orecchio non ci sente, e si ha un bel ragionare con esso della necessità di distinguere la sfera propria del credente, al quale lo Stato laico non s'ingegna certo di proporre modelli di vita, dalla sfera propria del non credente, sfera quest'ultima che merita lo stesso rispetto dell'altra, l'assoluta sua dignità di essere esposta alla luce piena del sole senza i tanti sotterfugi che, molto maliziosamente, anche nel campo dei sedicenti laici, si prospettano ( Rutelli docet ) per quelle sconsiderate manovre tutte tese a non inimicarsi più di tanto chi risiede dall'altra parte del Tevere.
Ma la storia religiosa più che millenaria del bel paese non lascia proprio sperare bene; essa ha ben scavato nel profondo delle coscienze, deresponsabilizzando abbastanza le stesse ed inculcando fino nelle più profonde microneurofibrille il principio primo su cui si regge la più che secolare fedeltà degli abitatori del bel paese alla chiesa di Roma; il " principio indiscutibile della delega " che, seppur in forza della fede viene acriticamente accolto dal credente, non può di certo essere imposto a chi nella confessione cattolica non ha trovato mai, oppure se ne è liberato spesso con grandi sofferenze, le risposte più piene non tanto alle problematiche escatologiche ma a quelle, come suol dirsi, più terra, terra, a quelle che ci consentono di vivere compiutamente innanzi tutto questa vita che, seppur unica, va' vissuta pienamente ed integralmente.
Conferma questa amara convinzione l'opinione di chi osserva, come da lontano, i componenti della " italica tribù "; e tra i tanti, lo scrittore inglese Tobias Jones, da anni residente in Italia e che nel suo oramai famoso lavoro " Il cuore oscuro dell'Italia " scava fino in fondo a quelle " tare antropologiche " che condizionano il divenire politico-sociale dell'Italia del ventunesimo secolo.

" ( ... ) Alcuni hanno suggerito che il cattolicesimo ha a che fare, nel bene e nel male, con l'obbedienza; il protestantesimo, nel bene e nel male, con la responsabilità.
Nell'uno, il risultato maggiore è la sottomissione a un capo cristiano; nell'altro, la sottomissione a una coscienza cristiana individuale.
Per l'Italia questo implica una continua delega: facciamo parte di una gerarchia e guardiamo all'insù verso i nostri superiori.
E' una catena alimentare verticale. L'Italia è un Paese che fa assegnamento sull'intervento di intermediari.
Ci liberiamo dalla necessità di prendere decisioni perché qualcuno, più in alto di noi, le ha prese al nostro posto. ( ... )
"
interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Pierangelo    - 23-09-2005
Da l'Unità del 22.09.2005

Ai vescovi dico: non abbiate paura

Il cardinale Ruini ha parlato alla riunione della Cei di famiglia e di convivenze: alcune sue posizioni non sono condivisibili. Su questo verrò dopo. Prima però vorrei sgombrare il campo da pregiudiziali per me inconsistenti. Quando i Vescovi parlano di scelte che riguardano la società, la famiglia, la vita, sorge un coro - non solo a sinistra ma anche in settori della destra - che tuona contro l'ingerenza. Forse sbaglio io, ma credo che ogni volta che si reagisce così, si commetta un errore.

Se ci comportiamo come fossimo negli anni settanta del XIX secolo, anziché nell'anno cinque del XXI, finiremo per rafforzare le tendenze alla chiusura, alle contrapposizioni anziché quelle al dialogo. Ha i piedi d'argilla una laicità che voglia confinare dentro le singole coscienze o le sole sacrestie, un messaggio di fede o un punto di vista religioso sui problemi del mondo. È indispensabile salvaguardare l'autonomia della sfera politica e dello Stato, così come quella delle diverse confessioni religiose: la commistione è negativa, un ritorno al passato. Le subalternità - dello Stato o delle religioni nelle sfere di diretta competenza - inconciliabile con la democrazia.
Quando i Vescovi parlano, quelli che, anziché misurarsi nel merito, protestano sempre e solo per l'ingerenza, manifestano una debolezza, culturale e politica.

Di fatto sognano un passato nel quale, non solo in Italia, la Chiesa cattolica poteva anche non esprimere pubblicamente i propri punti di vista, utilizzando per affermarli un suo partito di riferimento. Non ho nostalgia di quel passato di collateralismi e di appelli all'unità politica dei cattolici. Preferisco la libertà e il pluralismo dei credenti nelle scelte storico-temporali.
Quel ripetuto timore di ingerenze esprime piuttosto una fragilità della politica e dei partiti: a questa si tratta di reagire, irrobustendo la nostra cultura, aprendoci senza paura ad un confronto che ridefinisca e rafforzi i caratteri della laicità, costruendo a suo fondamento valori comuni a credenti e non credenti. La laicità non può o almeno non può più apparire come un luogo neutro, dal quale sono banditi valori e principi. Non è il trionfo astratto del metodo, che concilia in modo pragmatico tutto, senza avere alla base criteri di selezione e scelta. Anche perché alla laicità dovremo educare le generazioni del presente e del futuro.

E veniamo all'intervento del cardinale Ruini. Quello che non mi convince è che non enuncia principi, espressione dell'insegnamento della Chiesa, ai quali i credenti siano invitati a riferirsi nella loro vita e nel loro stesso impegno politico, bensì - come già avvenne per il Referendum sulla Fecondazione - detti le soluzioni ai vari problemi. Questa impostazione non è coerente con il riconoscimento dell'autonomia dei credenti, fortemente affermata nel Concilio Vaticano II.

Per me non ci sono problemi riguardo al richiamo forte fatto alla necessità di politiche per la famiglia né riguardo alla valorizzazione del matrimonio che è in Costituzione.

La famiglia ha bisogno di attenzione, di sostegno fiscale, di misure per i figli, gli anziani che la compongono, per sottrarre la donna al dilemma tra il lavoro e gli affetti. Vi è la necessità insomma di nuove politiche sociali, per l'istruzione, la sanità, non del loro abbattimento. È per me sconcertante che la Chiesa non denunci il fatto che le scelte neo-liberiste della destra uccidono la famiglia. Se non lo fa è solo per la ragion politica, ma è una cattiva motivazione.

In merito poi ai Pacs trovo incomprensibile, dal mio punto di vista, la posizione ufficiale che va emergendo nella Chiesa: lo dico con rispetto e senza presumere di possedere verità assolute.

Non serve a nessuno confondere posizioni diverse, come sembra fare il cardinale Ruini, addirittura tirando in ballo la Corte Costituzionale. Noi non vogliamo equiparare né sul piano giuridico né su quello del valore altre forme di matrimonio a quello previsto nell'articolo 29 della nostra Costituzione. La nostra scelta è quella di avere una legge che possa tutelare i reciproci rapporti di solidarietà tra persone che convivono, non abbandonandole ai loro bisogni di fronte agli imprevisti della vita.

La Chiesa cattolica in Italia non nega l'esistenza di questo problema, serio e concreto: in qualche modo non lo fa neppure il cardinale Ruini, più ancora vi aveva mostrato sensibilità il Patriarca di Venezia Scola, in una intervista al Corriere della Sera.

La riserva della Chiesa sembra incentrarsi soprattutto sullo strumento prescelto: a suo avviso una legge farebbe diventare i contratti di solidarietà dei "piccoli matrimoni", operando così un avvicinamento di fatto al matrimonio riconosciuto in Costituzione.

La proposta indicata è allora quella di un contratto privato, una sorta di atto notarile.

Questa soluzione non può essere accolta. Nessuno Stato degno di questo nome può affidare a scelte privatistiche la tutela di rapporti tra persone, verso le quali la società avverta un dovere di solidarietà.

Per avere valenza un provvedimento deve incardinarsi sulla forza della legge.

Questo per me è irrinunciabile. Sul resto - le preoccupazioni cioè di una equiparazione di fatto tra matrimoni - ragioniamo nel merito. A me non pare che vi sia questo rischio. Tuttavia non essendo questa la nostra volontà, è possibile e giusto non sottrarsi ad un confronto.

Non mi sento di escludere in via di principio la ricerca di possibili miglioramenti, in grado di far nascere in Italia soluzioni legislative originali, giuste, avanzate.

Chi ha proposte, le metta in campo, purché si voglia costruire leggi capaci di non discriminare i cittadini, bensì di risolvere i loro reali problemi di vita in comune. La solidarietà è la via maestra. Siamo noi questa volta a dover dire ai Vescovi: non abbiate paura?

Vannino Chiti

 Giuseppe Aragno    - 23-09-2005
Vannino Chiti è un uomo assennato e si studia di mostrarlo: ha ruoli importanti in un partito moderno e gli elettori devono saperlo: è un partito che ha cultura di governo. Certo, fatalmente così scivola a centro e lo dice: quando i vescovi ficcano pesantemente il naso nella vita politica del Paese, che vorrebbero governata dal Vangelo secondo Ruini, la sinistra e la destra fanno male a tuonare contro l'ingerenza. Ora, togli la sinistra e togli la destra, quello che rimane mi pare sia il centro.
In quanto ai comportamenti da anni settanta del XIX secolo, Vannino Chiti ha davvero ragione. Sono i laci che hanno la testa volta indietro e fanno i mangiapreti a tempo perso . Ruini no. Ruini è il vescovo modello del terzo millennio. E non importa se sulla fecondazione, le coppie di fatto, i gay, l'aborto, il divorzio, la guerra ed altre simili sciocchezza sia fermo al Santo Uffizio. Non importa. A Chiti interessano i voti dei cattolici.

 Repubblica    - 25-09-2005
RICORDO molto bene quella sera del 25 luglio del '43. Avevo diciannove anni e passeggiavo con alcuni amici per il corso di Sanremo quando dagli altoparlanti installati in strada la voce dell'annunciatore scandì con tono ancora mussoliniano la notizia delle dimissioni del Duce e la nomina al suo posto del maresciallo Pietro Badoglio. Fummo tutti presi da un'ondata d'entusiasmo. A un soldatino di leva che passava di lì per rientrare in caserma offrimmo quasi di forza un frappè alla banana.

Solo alcuni anni dopo capii che i gerarchi che avevano votato in Gran Consiglio la sfiducia al Capo e l'appello al Re si aspettavano d'esser loro i protagonisti della transizione dalla dittatura alla democrazia. Dino Grandi pensava che Sua Maestà avrebbe chiamato lui a Villa Savoia per dargli l'incarico. Invece Sua Maestà, detto Sciaboletta, chiamò l'esercito per governare e i carabinieri per arrestare Mussolini. Lungi da me l'idea di confrontare situazioni non paragonabili e personaggi di tutt'altro conio. Ma una ragione c'è per associare alla situazione attuale quella di 62 anni fa: anche Casini e Follini (e in minor misura Fini) hanno operato in questi giorni per mettere fuori gioco Berlusconi pensando di prenderne il posto e portare la Casa delle libertà alla vittoria o almeno ad una decente sconfitta che salvi comunque il centrodestra dalla dissoluzione.

Questo tentativo finora ha partorito, dopo fortissime doglie, soltanto il topolino delle primarie che Berlusconi ha accettato mettendo però subito in chiaro che bisognerà intendersi sulla procedura. Ha anche anticipato che a suo parere si dovrebbero riunire in assemblea tutti gli "eletti" del centrodestra (parlamentari, sindaci, presidenti di Regioni e Province, eccetera) e votare il leader.

Sia questa o un'altra la procedura, poco importa. Lo scontro interno alla Casa delle libertà è stato già derubricato: non più sul nome del leader ma sulle regole con le quali sceglierlo. Gli interessati (Casini e Follini) hanno magnificato questo "topolino" come una vittoria campale della loro tesi.

"Si è passati", hanno detto, "dalla monarchia assoluta alla Repubblica o almeno alla monarchia costituzionale". E gran parte dei "media" hanno fatta propria quest'interpretazione aggiungendo che, quand'anche Berlusconi uscisse vincitore da queste fantomatiche primarie, non sarà più lui ma, appunto, un monarca costituzionale.

Mi permetto di dissentire totalmente.

Quanto al risultato, indipendentemente dalla procedura che sarà scelta, darei la riconferma di Berlusconi al 90 per cento.

Quanto al suo mutamento di immagine lo reputo impossibile al cento per cento. Un Berlusconi riconfermato dopo una competizione con i suoi alleati-avversari sarebbe più forte che mai per regolare i conti all'interno della coalizione.

Penso anche che il centrodestra sia, specie dopo la farsa finale Siniscalco-Tremonti-Fazio, in condizioni disperate, quale che sia l'uomo che ne guiderà le sorti da qui alle elezioni. Il progetto casinian-folliniano di esser loro a guidare la transizione non esiste. Hanno governato insieme, si sono insieme spartiti il potere, hanno votato allineati e coperti le stesse vergognose leggi e quindi - spero - affonderanno insieme. Potrebbe salvarli solo l'uscita immediata dall'alleanza e la presentazione solitaria alle elezioni. Ma questo non lo faranno mai.

* * *

Come non bastasse è tornato in campo Tremonti. Si è fatto perfino pregare.

Figurarsi. Ha posto condizioni. Ha obbligato Fini ad essere il suo principale sostenitore dopo che era stato lo stesso Fini a farlo defenestrare pochi mesi fa. Se la vendetta è un piatto che si mangia freddo, Tremonti l'ha gustato chambré. Forse più gustoso ancora.
Né è mancata l'ambita approvazione del Capo dello Stato, costretto anche lui dall'imminenza della legge finanziaria a fare buon viso a cattivissimo gioco. Perché Tremonti sarà pure un genio, come recita ad ogni cantone Cossiga l'emerito, ma se c'è un responsabile della catastrofe in cui è finita l'economia italiana, questo è lui e non sarà certo la finanziaria 2006 da rattoppare ad alleviare in limine litis le sue responsabilità.

Vorrei brevemente enumerarle affinché i nostri concittadini non dimentichino.
1. Ispirò e avallò la politica del taglio delle aliquote Irpef (puntando soprattutto sullo sgravio dei redditi medio-alti) in una fase recessiva dell'economia mondiale, europea, italiana. Finì come sappiamo: quasi 20 miliardi di euro buttati al vento senza alcun effetto sull'economia.
2. Ingannò fin dall'inizio gli italiani accreditando cifre false sulla pubblica finanza e sul trend della spesa, dell'entrata e soprattutto del Pil, scommettendo su una ripresa data per certa fin dal 2002 e ancora mai avvenuta e non prevedibile neppure nel 2006. Così mentì al Paese e al Parlamento consapevolmente e ripetutamente.
3. Per colmare i disavanzi e il deficit si prodigò nella finanza creativa e nei provvedimenti-tampone una tantum: prestiti bancari concessi da enti e banche pubbliche camuffate da società per azioni e quindi sottratte alla contabilità dello Stato (Ferrovie, Poste, Cassa Depositi e Prestiti).
4. Tentò (ma senza riuscirci) di mettere le mani sulle fondazioni bancarie e quindi sulle banche da poco privatizzate, per ricondurle al potere del governo. Per fortuna Fazio in quell'occasione impedì che il progetto andasse in porto, una delle poche buone cause sostenute dal governatore.
5. Indebolì fortemente l'autorità della Commissione europea sui deficit degli Stati membri con l'obiettivo di riconquistare la sovranità nazionale in materia, causa non ultima dell'impasse in cui si trova l'Unione europea.
6. Fu l'artefice massimo dei condoni d'ogni genere e tipo e quindi degli effetti perversi che essi hanno esercitato sui comportamenti dei contribuenti e sull'andamento delle entrate.

Ci vorrebbe un volume per raccontare i guasti di questo malgoverno dell'economia e della finanza. Se Tremonti è un genio, alla larga da questi geni.

* * *

Dopo di lui, immolato sull'altare della pacificazione con Fini, Berlusconi chiamò Siniscalco. Un tecnico ben preparato, non inviso all'opposizione e tantomeno al mondo accademico e desideroso di tenersi lontano dalle beghe politiche. Sembrò di respirare, ma durò molto poco. Ci si dimenticava che Siniscalco era stato per quattro anni il direttore generale del Tesoro e che tutte le gabole di Tremonti erano nate nella sua mente e transitate dalla sua scrivania.

Non starò a ricordare gli errori compiuti da Siniscalco: le pagine di questo giornale che li hanno di volta in volta analizzati sono ancora fresche d'inchiostro. Ma ne indicherò uno solo, il più macroscopico e il più "doroteo" nel senso che fu adottato nella Finanziaria 2005 perché era il solo modo per far quadrare i conti sulla carta senza dispiacere a nessuno: il tetto del 2 per cento imposto a tutta la spesa pubblica rispetto a
quella dell'anno precedente.

Questa una tantum macroscopica, prevista ora anche per la Finanziaria 2006, non poteva funzionare in mancanza di un monitoraggio capillare e immediato di cui il Tesoro non dispone e la Ragioneria generale neppure.

Infatti non ha funzionato. La Corte dei Conti pochi giorni fa ha reso pubblico lo stato dei fatti. La spesa di quasi tutti i ministeri e i settori ha ampiamente bucato il tetto, sia per la competenza sia per la cassa, con la conseguenza che il debito pubblico è arrivato già al 110 per cento rispetto al Pil e supererà il 111 nel 2006, mentre l'avanzo primario, già falcidiato da Tremonti, è ormai di segno negativo.
Siniscalco merita elogio per le dimissioni di pochi giorni fa. Meglio sarebbe stato se fosse caduto difendendo la sua finanziaria in Parlamento.
Date in anticipo quelle dimissioni hanno piuttosto il sapore d'una fuga.

Comunque, onore al suo (unico) merito.

* * *

Quanto a Fazio, lui sta lì, patella attaccata allo scoglio come ha scritto il Financial Times. Ora ha invocato il Trattato di Maastricht che vieta ai governi e soprattutto al Consiglio dei ministri europeo, d'intervenire sulle decisioni della Banca Centrale Europea.

Questo è semplicemente il gioco delle tre carte. Quel divieto esiste per fortuna ma riguarda appunto il Consiglio dei ministri europeo e i governi nazionali da un lato e la Bce dall'altro. Nessun governo infatti potrebbe censurare Fazio (o qualunque altro membro del direttorio della Bce) per decisioni prese nella Banca ed emesse dalla Banca. Ma non riguarda affatto l'operato di Fazio nella sfera d'autonomia riservata alle banche centrali nazionali. Cioè nella vigilanza sul sistema bancario nazionale che la Bce ha delegato alle banche centrali nazionali.

Fazio comunque se ne andrà dopo aver dato vita ad una sceneggiata di stampo eversivo, incoraggiata dalla complicità del presidente del Consiglio, dalla corrività del Direttorio della Banca e dall'impianto a dir poco barocco delle procedure con le quali è regolata la nomina e la revoca dei governatori.

Se ne andrà con il vanto d'aver difeso l'indipendenza dell'Istituto, ottenuta trascinando l'Istituto stesso in una contestazione irresponsabile che avrà conseguenze proprio su quell'indipendenza che sta a cuore di tutti e che ha rappresentato uno dei pochi punti di forza italiani nell'era inaugurata da Luigi Einaudi e conclusasi con Carlo Azeglio Ciampi. E sarà un'altra partita perduta per il buon nome del nostro Paese in Europa e nel mondo.

Mentre scrivo queste righe arriva la notizia d'una ulteriore dichiarazione di Berlusconi contro Follini e contro le primarie. Se ci volevano altre conferme della friabilità dell'accordo tra i Quattro del governo in carica, essa è puntualmente arrivata. Non è necessaria la preveggenza della Sibilla per capire che la situazione è sfuggita di mano e che il governo galleggia senza bussola e senza stelle.

Meglio, molto meglio, sarebbe stato cogliere l'occasione delle dimissioni di Siniscalco e andare a votare subito.

Meglio per Berlusconi, meglio per la sinistra ma soprattutto meglio per la povera Italia, più che mai "nave senza nocchiero in gran tempesta".

Post scriptum. Le recenti esternazioni del cardinal Ruini hanno provocato a Siena, in occasione d'un forum di parte al quale il presidente della Cei era intervenuto come ospite d'onore, chiassose contestazioni d'un gruppo di studenti favorevoli al "Pacs" (Patto di solidarietà per i conviventi non sposati). Il cardinale ha definito quelle contestazioni una "piacevole interruzione" dimostrando in quest'occasione una buona dose di umorismo di cui gli va dato merito.

Non altrettanto umorismo ha visitato le menti di quanti, naturalmente del centrodestra ma anche del centrosinistra, si sono affrettati a biasimare i chiassosi studenti e hanno porto le loro (non richieste) scuse al cardinale.

Dispiace che tra di essi ci sia stato anche Romano Prodi. Di che cosa si doveva scusare Prodi e tutto il centrosinistra con lui? Il cardinale fa il dover suo quando esprime l'opinione dei vescovi, confortata da quella del Papa, sulla dottrina della Chiesa, sull'etica, sulla famiglia, sulla catechesi, sulla liturgia. Invade invece terreno altrui quando prescrive i comportamenti specifici che non solo i cattolici e gli "uomini di buona volontà" dovrebbero assumere, ma anche le istituzioni dello Stato in occasioni politiche rilevanti: il modo di compilare le leggi, il modo di votare nei referendum, l'esercizio della giurisdizione.
(Vedi a quest'ultimo proposito le critiche che Ruini ha rivolto alle intercettazioni giudiziarie disposte dalle procure italiane).

Di invasioni di campo di questo genere è piena la recente biografia del presidente della Cei. Esse creano inevitabili reazioni non solo dei laici non credenti ma anche nel laicato cattolico più avvertito, che vorrebbe dai propri vescovi più religiosità e meno politica. Ne ha parlato esplicitamente Pietro Scoppola in un'intervista sul Sole 24 Ore che dovrebbe essere attentamente letta e meditata in Vaticano e in Laterano.

Ruini dimentica troppo spesso, mi pare, la differenza profonda che passa tra una Chiesa libera da ogni vincolo e da ogni beneficio e una Chiesa concordataria come quella italiana. È ovvio che i preti e i vescovi abbiano piena libertà di parola ma non è vero che essi siano cittadini italiani come tutti gli altri. Essi godono di vari privilegi tutt'altro che marginali: celebrano matrimoni in qualità di ufficiali di stato civile, hanno insegnanti di religione nelle scuole pubbliche pagati dallo Stato ma scelti e revocabili da loro, ricevono un contributo dell'8 per mille sul reddito dichiarato dai contribuenti e calcolato con modalità che vanno assai oltre alla crocetta apposta dal singolo dichiarante sull'apposito spazio modulistico, ricevono ampio sostegno finanziario e urbanistico per le opere d'arte allocate nelle chiese.

In compenso di questi e di molti altri benefici hanno accettato di lasciare interamente all'autorità civile l'organizzazione politica e legislativa della società, alla quale possono certo far giungere la loro parola d'orientamento ma non la loro precettistica e la loro casistica.

Ai commentatori che suggeriscono di non regalare la Chiesa alla destra mi permetto di far osservare due cose: la Chiesa è pienamente capace di intendere e di volere; se va a destra è lei che lo decide e non qualcuno che gliela regala. E poi, la sinistra dovrebbe scegliere i propri temi e fare le proprie proposte solo dopo aver scrutato il sopracciglio di Ruini, di Sodano e di Fischella?

Forse sarò ottocentesco ma questi ragionamenti non mi piacciono.

Eugenio Scalfari

 Pierangelo    - 29-09-2005
da l'Unità on line - 27.9.2005

Idee per la sinistra
Cattolici, le carte in regola della sinistra

Di tutte le accuse che di questi tempi il centrodestra rivolge al centrosinistra, e in particolare alla sinistra diessina e non, ce ne è una particolarmente grottesca e strumentale. Quella di «laicismo ottocentesco e intollerante», e di materialismo ateo e inconfessato. L’accusa è una pistola ad acqua scarica o, forse, anche carica. Ma che colpisce proprio quelli che la impugnano.

Come non sorridere infatti, quando certi discorsi «teocons» risuonano sulla bocca di chi, come Marcello Pera, fu fierissimo mangiapreti e tifoso della fecondazione assistita, sino a qualche anno fa. O di chi, come Ferdinando Adornato, fu negli anni 80 supporter di Nietzsche e Agnes Heller e all’insegna delle ideologie libertarie del corpo, mentre oggi deplora «l’edonismo di massa» e proclama il ritorno all’ordine «liberale e cristiano» d’Occidente. Oppure ancora quando le intemerate provengono da sacerdoti cattolici, già ex conciliaristi e dialoganti con la «potenza mondana» del Pci, dopo essere stati tradizionalisti all’ombra del Cardinal Siri e poi nella penultima fase socialilisti craxiani, ma giusto un attimo prima di avvertire in Silvio Berlusconi l’alito dello Spirito Santo. Lasciamo stare l’on Giro di Forza Italia, che nella dichiarazione di Fassino a Radio 2 sul suo essere credente ravvisa il tentativo «di distogliere l’attenzione dai fischi a Ruini». E il solito Gasparri, che blatera di incoerenza fassiniana rispetto alle politiche famigliari. Piccole scaramucce condite di ignoranza che abbassano il tema del rapporto politica-religione a misera contumelia elettorale. Delle quali appunto si può sorridere, in una con le bordate teologiche degli ex sopracitati. Loro sì «redenti» in quattro e quattr’otto, senza tappe intermedie o rendiconti. Nondimeno, di là di queste miserie, c’è un grande tema che è giusto riesumare e mettere a fuoco. Per sottrarlo alla propaganda di destra e meglio intendere la sostanza storica di un rapporto profondo che spiega anche certi aspetti della sinistra di oggi: il rapporto tra sinistra e mondo cattolico.

Si potrebbe partire addirittura dalla sinistra mazziniana. Anticlericale per necessità, laddove la Chiesa di Pio IX era ancora un fermo baluardo contro l’Unità d’Italia. Sinistra avversa al Vaticano ma non certo anticristiana, intrisa com’era di valenze cristiane e solidali, all’insegna del primato comopolita dell’Italia. O viceversa dal primo socialismo, quello del mazziniano Turati, di certo radicaleggiante e positivista, ma nel quale i busti di Marx, Garibaldi e Cristo giungevano a confondersi nell’iconografia popolare. E tuttavia il primo a porre il tema, con rigore e apertura di orizzonti alla coscienza del movimento operaio, fu Antonio Gramsci. «Quistione vaticana», scriveva nei Quaderni del Carcere in pieni anni trenta, alludendo a tante cose con quella formula. Intanto al peso del «temporalismo» nella mancata formazione dello stato unitario, e fin dal medioevo, quando la Chiesa sventa il tentativo di Federico II di Svevia, più monarca nazionale che imperatore per Gramsci. E ci riesce grazie proprio al pluralismo cittadino, e alla nobiltà, refrattari ad un possibile stato assoluto. Ma più ancora Gramsci indaga il ruolo capillare della Chiesa nel forgiare lo stile degli «intellettuali»: cortigiani e localistici, da un lato. Cosmopoliti e universalisti dall’altro, senza legami organici con una società civile nazionale poco avanzante e poco laica.
Non c’è «damnatio» nel pensatore sardo, ma considerazione attenta del valore «strutturante» della Chiesa cattolica. Dell’egemonia mediatrice che essa esercita tra umili e potenti. E la sua è una riflessione sull’inevitabilità di un raccordo con il «senso comune» cattolico cristallizato nei secoli. Con quel cemento di mentalità e istituzioni di massa, rafforzato dalla Controriforma. Perché questi pensieri? Per scongelare in avanti quel «deposito», in direzione di una «riforma morale e intellettuale» che metta a frutto, laicizzandola, l’eredità cattolica, così pervasiva e inaggirabile.

Dunque nessun anticlericalismo, già in Gramsci, Bensì attenzione spasmodica e niente affato strumentale o ateistica, ostile all’ateismo di stato proclamato dal bolscevico Bucharin nel suo Abc marxista.
E però un dato è certo. Il vero salto di qualità sui cattolici, reca impresso un nome: Togliatti. Salto di qualità nel segno del realismo? Sì, ma con dentro molto di più. Ecco la differenza rispetto a Gramsci: non si tratta tanto di incorporare i valori cattolici, svolgendoli in laicità. No. Togliatti riconosce intanto l’autonomia della sfera religiosa, quasi come «categoria» permanente, che non deperisce in quanto «oppio dei popoli» nello stato disalienato comunista (e lo stesso vale per i valori nazionali). Poi, tra infinite polemiche, riconosce uno statuto costituzionale alla religione cattolica, tramite l’inserimento del Concordato nell’art. 7, che pure ribadisce la distinzione tra Stato e Chiesa. Una mossa controversa, che apre molti problemi ancora irrisolti e cede al cattolicesimo una «primazia» discutibile. Ma che evita una guerra religiosa, poco prima dell’esplosione delle madonne pellegrine. E che schiude la via ad una penetrazione del movimento operaio nel tessuto di una società arretrata, dove malgrado la scomunica di Pio XII, comunismo e cattolicesimo non saranno mai un ossimoro, ma un dato della cultura di massa. Via libera quindi anche alle speranze dei cattolici-comunisti, che già prima del crollo del fascismo avevano cominciato ad accorrere sotto le bandiere del Pci. i Rodano, Barca, Ossicini. E a Torino, per poi rientrare all’ombra del tradizionalismo, Balbo e Del Noce. Poi Melloni, e Chiarante, più in là. L’operazione ha dei costi laici, ma include vantaggi. Neutralizza in parte l’integralismo, unifica la coscienza di massa e aiuta indirettamente il collateralismo laico di De Gasperi, impegnato a sottrarre la Dc dall’abbraccio della gerarchia, per fare un partito di centro attento alle istanze sociali e democratiche.Togliatti farà di più. Trova altri due punti di incontro forte coi cattolici: la pace e i «valori». Nel giro di dieci anni, tra il 1953 e il 1963, chiarisce che la prima va ben al di là della lotta di classe, nel mondo dominato dallo spettro nucleare. E che, quanto ai secondi, quelli cristiani sono naturaliter inclinati verso la giustizia e la dignità umana, e non c’è «marxismo-leninismo» che tenga. Ed è la trasposizione politica coerente di qualcosa che già la Carta costituzionale racchiude: un compromesso tra valori socialisti, cattolici e liberali.
Gli stessi che di fatto hanno animato la Resistenza. La storia andrà avanti: il Concilio, le comunità di base. E il dialogo continuo tra marxismo e cristianesimo. Anche nei momenti di massima frizione, come sul divorzio, la linea del Pci è quella di far evolvere i mondi contrapposti, verso una sintesi plausibile plurale di valori. Senza guerre di civiltà o primato di ideologie di stato. Nel segno di un incontro ormai consolidato sui terreni della pace, della lotta alla povertà, della solidarietà e della libertà di coscienza. I paletti, ieri come oggi e dopo la crisi delle «appartenenze»? Rifiuto del confessionalismo, e lotta al dogma trapiantato nello stato. E poi rispetto della libertà e della dignità di tutti, e tutela di tutti gli «stili di vita». E per un mondo dove non ci si stupisca più di tanto se un leader di sinistra dichiara di essere credente. Ma dove nemmeno il contrario faccia scandalo.

Bruno Gravagnuolo

 Pierangelo    - 10-10-2005
da l'Espresso n. 40/2005

Sui Pacs, state a sentire Agnese

Ministri del matrimonio sono gli sposi stessi. E nessun sacerdote oggi caccerebbe di chiesa due sposati col rito civile gridando che sono concubini

Tutti ricorderanno lo splendido capitolo ottavo de 'I promessi sposi', quando Tonio e Gervaso, entrati in canonica con la scusa di una ricevuta, si fanno di lato e rivelano, agli occhi terrorizzati di don Abbondio, Renzo e Lucia. Il curato non dà tempo a Renzo di dire "signor curato, in presenza di questi testimoni, questa è mia moglie", che afferra la lucerna, tira a sé il tappeto del tavolino, lo butta sulla testa di Lucia che stava per aprir bocca, e la imbacucca "che quasi la soffogava". E intanto "gridava quanto n'aveva in canna: 'Perpetua! Perpetua! tradimento! aiuto!'".
Con questa reazione forsennata (ma in effetti molto calcolata) Abbondio impediva a Renzo e Lucia di sposarsi. Ma perché i due giovani avevano alla fine accettato di montare tutto questo inghippo? Bisogna tornare al capitolo sesto, quando la bella idea viene ad Agnese: "Ascoltate e sentirete. Bisogna aver due testimoni ben lesti e ben d'accordo. Si va dal curato: il punto sta di chiapparlo all'improvviso, che non abbia tempo di scappare. L'uomo dice: signor curato, questa è mia moglie; la donna dice: signor curato, questo è mio marito. Bisogna che il curato senta, che i testimoni sentano; e il matrimonio è bell'e fatto, sacrosanto come se l'avesse fatto il papa. Quando le parole son dette, il curato può strillare, strepitare, fare il diavolo; è inutile; siete marito e moglie".
Manzoni annota subito dopo che Agnese diceva il vero, e che quella soluzione era stata adottata da molte coppie a cui, per una ragione o per l'altra, veniva rifiutato un matrimonio regolare. Non aggiunge, perché pensava che tutti ricordassero a memoria il catechismo, che tutto questo era possibile perché, mentre il ministro della cresima o è vescovo o niente, mentre il ministro dell'estrema unzione deve essere un sacerdote, mentre il ministro del battesimo può essere chiunque non sia il battezzando, i ministri del matrimonio sono gli sposi stessi. Nel momento in cui, con sincera intenzione, si dichiarano uniti per sempre, essi sono sposati. Il parroco, il capitano della nave, il sindaco sono solo i notai della faccenda.

È interessante riflettere su questo punto dottrinale perché getta una luce diversa sulla faccenda dei Pacs. So benissimo che quando si parla di Pacs si pensa sia alle unioni eterosessuali che a quelle omosessuali. Sulla seconda faccenda la Chiesa ha le idee che ha, e non ammetterebbe un matrimonio tra omosessuali neppure se fosse fatto (orrore) in chiesa. Ma per l'unione di due eterosessuali, se essi si registrano in qualche modo dichiarando la loro intenzione di convivere sino a che morte (o divorzio) non li separi, dal punto di vista del catechismo essi sono marito e moglie.
Si dirà: il matrimonio riconosciuto dalla Chiesa è quello fatto in chiesa, mentre la regolamentazione di una unione di fatto sarebbe come un matrimonio civile. Ma non siamo più ai tempi del vescovo di Prato, e nessun sacerdote caccerebbe di chiesa due sposati col rito civile gridando che sono concubini. Solo che con la formula dei Pacs i due problemi (etero ed omo) sono presentati insieme, e la preoccupazione omofobica fa aggio sulla lucidità catechistica.

A proposito, visto che è ormai passato del tempo e il can can si è calmato, vorrei riassumere i termini dell'affare Ruini.
Primo. Chiunque ha diritto di criticare le opinioni di un uomo di Chiesa.
Secondo. Un uomo di Chiesa ha il pieno diritto di esprimere le sue opinioni in campo teologico e morale, anche se per caso sono in contrasto con le leggi dello Stato.
Terzo. Sino a che gli appelli dell'uomo di Chiesa non contrastano con le leggi dello Stato o con processi politici in corso (approvazione di una legge, referendum, elezioni) ma riguardano, che so, la proibizione del sesso prematrimoniale, o l'obbligo della messa domenicale, coloro che non condividono questi appelli farebbero bene a starsene zitti perché la faccenda non li riguarda.
Quarto. Quando l'appello dell'uomo di Chiesa critica una legge dello Stato o interferisce con un processo politico in corso, allora, sia che voglia sia che non voglia, l'uomo di Chiesa diventa anche un soggetto politico e dovrebbe accettare il rischio di incorrere in contestazioni di ordine politico.
Quinto. Non siamo più nel Sessantotto, e rimane in ogni caso ineducato e incivile impedire lo svolgersi di una libera manifestazione in luogo privato. Molto meglio fare come si fa nei paesi anglosassoni, dove ci si mette davanti all'ingresso del luogo ove parlerà il contestato, con striscioni e cartelli, esprimendo il proprio dissenso - ma lasciando poi entrare chi vuole. Oltretutto, contestando da dentro, dove ci sono di solito quelli che la pensano come il contestato, non si ottiene gran che, mentre manifestando pacificamente fuori si coinvolgono passanti ed astanti, e si ottiene un miglior risultato.

Umberto Eco