La scuola pubblica per il dialogo interculturale
Fabrizio Dacrema - 17-09-2005
La vicenda della scuola islamica di Via Quaranta a Milano, al di là del caso specifico e dei connessi rischi di diffusione dell'estremismo fondamentalista, ripropone inevitabilmente il problema del modello di integrazione che la scuola e la società italiana intende perseguire.
La formazione di classi islamiche dentro alla scuola pubblica o la promozione di scuole private paritarie islamiche prospetta, infatti, una risposta da imitare in tutti i casi in cui la convivenza è difficile e rischia gradualmente di sostituire il modello interculturale oggi praticato tra mille difficoltà nella scuola pubblica italiana.
L'idea di separare le differenti identità religiose e culturali attraverso classi o scuole omogenee risponde al modello sociale di integrazione definito "multiculturale", basato sulla convivenza separata delle diverse comunità straniere che tendono a non mescolare le proprie identità, culture, abitudini.
I neo/teocon e gli atei devoti nostrani teorizzano addirittura l'alterità culturale come diversità integrale, ritengono incomunicabili e incomparabili i diversi punti di vista prospettando una sorta di relativismo assoluto di civiltà inevitabilmente destinate a scontrarsi, cui corrisponde un antirelativismo integralista all'interno di ogni singola cultura. Si minano così le basi dello Stato laico (il peccato tende a diventare reato), si indebolisce e si svuota la scuola pubblica per ridurre gli spazi di convivenza e confronto tra le diversità culturali che, in questa logica aberrante, ostacolerebbero la difesa dell' identità occidentale assediata dall'immigrazione e attaccata dal terrorismo.
Purtroppo questi eccessi ideologici rischiano di saldarsi con la difficoltà quotidiana di scuole in cui, dopo quattro anni di "cura Moratti", aumentano gli alunni e diminuiscono gli insegnanti, si moltiplicano i casi di svantaggio scolastico e si irrigidiscono i modelli di organizzazione didattica, si riducono pesantemente i facilitatori linguistici e i mediatori culturali. In un quadro del genere non mancano le famiglie sempre più preoccupate perché gli insegnanti per seguire gli stranieri "rallentano il programma", né le situazioni dove di fatto si vanno formando scuole "polarizzate" (frequentate da percentuali altissime di stranieri).
La controriforma Moratti asseconda queste tendenze perché è basata su un'idea regressiva di personalizzazione, intesa come canalizzazione/segregazione dell'utenza debole (disagio scolastico, stranieri, handicappati) in percorsi inferiori e subalterni (canale professionale regionale).
Anche dal punto di vista dei contenuti la Legge Moratti ignora l'educazione interculturale, mina le basi della convivenza pluralistica mettendo in discussione il riferimento ai valori comuni della Costituzione (affida alla scuola il compito di conseguire "una formazione spirituale e morale, anche ispirata ai princìpi della Costituzione"), intende educare all'appartenenza "alla comunità locale, nazionale e alla civiltà europea" ignorando che il mondo è ormai presente nelle nostre classi (191 nazionalità per la precisione).
L'alternativa al modello educativo interculturale è la trasformazione della scuola e della società italiana in un condominio di monadi culturali senza né porte né finestre, inevitabilmente destinate a sviluppare pregiudizi, stereotipi intolleranza e ad alimentare tutte le forme di integralismo.
Questa deriva può essere evitata solo puntando sulla scuola pubblica, laica, pluralista e interculturale, perché il più forte antidoto allo sviluppo degli integralismi è l'esistenza di luoghi dove le diversità, attraverso il dialogo e il confronto, si manifestano, si conoscono e si ri-conoscono, dove il dubbio, la curiosità intellettuale e l'apertura culturale prevalgono sulle certezze.
La scuola pubblica è il principale di questi luoghi, il più diffuso e il più potente, perché in essa il confronto e l'integrazione si realizzano attraverso lo sviluppo e l'elaborazione della cultura.
Non si tratta né di "buonismo" né di "vetero-statalismo", ma della soluzione più moderna ed efficace per fronteggiare le trasformazioni irreversibili delle società occidentali (demografia, globalizzazione economica, interdipendenza planetaria).
Tutte le soluzioni volte a incentivare la fuoriuscita dalla scuola pubblica, come la riscoperta del buono scuola da parte della coppia Rutelli-Formigoni, appaiono segnate da una nostalgia, centrista ma ben poco moderna, per una realtà sociale non ancora pluriculturale, dove si poteva immaginare che le differenze ideologiche interne alla medesima identità culturale potessero dar luogo ad un modello scolastico fatto di tante scuole di tendenza senza provocare solchi e distanze incolmabili. Era una soluzione sbagliata prima, sarebbe devastante oggi.
L'interculturalità deve quindi diventare uno degli obiettivi prioritari del nostro programma di cambiamento della scuola pubblica per metterla in grado di valorizzare e far convivere tutte le esperienze e le culture dei diversi soggetti.

Di questo la CGIL ha discusso nella Conferenza Nazionale sull'Immigrazione e al Meeting Antirazzista di Cecina. Ne è emerso un vera e propria piattaforma a sostegno dell'educazione interculturale basata linee guida essenziali:
• realizzare percorsi di educazione interculturale per tutti per promuovere la conoscenza della propria e delle altrui culture;
• assicurare iniziative specifiche rivolte agli stranieri: i corsi di lingua italiana non possono essere più una realtà casuale, dipendente dalle scelte dei comuni o dalla disponibilità o meno di risorse di una scuola;
• sostenere l'impegno delle scuole con adeguate risorse professionali (facilitatori linguistici, mediatori interculturali), con processi di formazione in servizio rivolti a tutto il personale;
• attivare tavoli territoriali finalizzati a definire una programmazione territoriale che realizzi la convergenza degli interventi di scuola, enti locali, associazionismo.


Fabrizio Dacrema è Coordinatore del Dipartimento Formazione e Ricerca CGIL

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Giuseppe Aragno    - 18-09-2005
Fabrizio Dacrema è Coordinatore del Dipartimento Formazione e Ricerca della CGIL: naturale che voli alto e faccia arditi ragionamenti sulla scuola assolutamente pubblica - statale è una bestemmia - sul dialogo interculturale e via discorrendo. Io, che ho i miei limiti e tengo volgarmente i piedi a terra, invecchiando, soffro sempre più di vertigini. E perciò volo basso. Non ho dubbi però. Dacrema sarà certamente comprensivo e mi vorrà spiegare, con parole semplici e chiare, che intende dire quando, riferendosi alla "vicenda della scuola islamica di Via Quaranta a Milano", fa cenno ad "un caso specifico" ed a "rischi di diffusione dell'estremismo fondamentalista". Gliene sarò davvero riconoscente.


 Tecnica della scuola    - 20-09-2005
Barzaghi (Rifondazione) e ministro Moratti quasi d'accordo


Sul caso della scuola islamica di Milano l'assessore provinciale GianSandro Barzaghi scrive una lettera aperta nella quale ribadisce la necessità che i ragazzi islamici frequentino la scuola statale. E in via provvisoria propone la soluzione di aprire una scuola paritaria.
Farà certamente discutere la lettera aperta di Giansandro Brazaghi (Rifondazione comunista), assessore all’istruzione alla Provincia di Milano sulla vicenda della scuola islamica di via Quaranta.
Barzaghi osserva innanzitutto che nel dibattito seguito alla chiusura della scuola sono emersi due modelli che vanno entrambi rifiutati: "uno è quello della destra che propone un’assimilazione nei valori della cultura occidentale; l’altro è quello di comunità chiuse al loro interno, proiettate unicamente verso i loro valori e le loro tradizioni".
La soluzione giusta, secondo Barzaghi, "è quella della scuola statale, che garantisce quel pluralismo e quell’interculturalità che produce, essa sì, un vero processo di integrazione".
Sembra quasi di leggere le parole del Ministro che il 9 settembre aveva dichiarato: "Soltanto nel sistema pubblico si realizza la piena integrazione degli alunni. Sono contraria a soluzioni che isolino gli alunni islamici, perché questo significa negare la possibilità di un'integrazione piena. Sono favorevole all'inserimento degli alunni islamici nelle scuole pubbliche, perché soltanto così si garantisce il pieno rispetto dell'identità culturale propria e altrui".
Ma l’assessore di Rifondazione Comunista aggiunge: "Non basta dire solo scuola statale, bisogna anche esplicitare che tipo di integrazione deve essere perseguita nella scuola statale e con quali risorse; ad esempio: attivazione di corsi di lingua araba o presenza di facilitatori di apprendimento, che invece vengono negati".
E, per l’immediato Barzaghi formula anche una proposta che provocherà non pochi dissensi, anche all’interno dello schieramento di centro-sinistra: "Di fronte ad un’esperienza così dura e chiusa come quella di via Quaranta, si tratta di individuare un primo passo nella direzione dell’integrazione attraverso la scuola paritaria con programmi ed insegnanti italiani che non si capisce perché venga concessa alle scuole cattoliche o ebraiche e non a scuole come quella di via Quaranta. Una scelta rigorosa ma aperta al dialogo".

R.P.

 da Retescuole    - 22-09-2005
Comunicato di solidarietà

ALLE BAMBINE E AI BAMBINI DELLA SCUOLA ELEMENTARE DI VIA QUARANTA E AI LORO GENITORI

Aggiungi la tua solidarietà a quella di Retescuole