A proposito della scuola araba
Eliana Mori - 12-09-2005
Sono una maestra elementare, credo profondamente nel mio lavoro e nei valori della scuola di Stato. Sono assolutamente contraria alla scuola confessionale (di qualsiasi confessione si tratti) e privata, ma non posso, in una circostanza come questa, non esprimere tutto il mio disappunto.
Ritengo assolutamente legittimo che l'istituzione vigili sulle condizioni sanitarie delle strutture che accolgono bambini o cittadini, ma se questo fosse il vero motivo della chiusura della scuola islamica di via Quaranta, allora credo che una buona parte delle strutture scolastiche milanesi dovrebbe subire la stessa sorte. Di fatto, non credo che nessuna scuola milanese verrebbe chiusa per motivi come questi, a meno di una grave minaccia sanitaria o che riguardasse l'incolumità fisica delle persone che la frequentano.
Ciò che solleva la mia indignazione, riguarda le affermazioni dei vari sindaci, presidenti o assessori, che sostengono "l'esigenza di arrivare all'integrazione sì, ma attraverso le scuole statali, e non quelle paritarie che in realtà favoriscono la separazione". Come negare, da maestra delle Stato, questa profonda verità? Tuttavia, gli stessi che affermano questo sacro principio, dimenticano che ai vertici della piramide scolastica italiana c'è un Ministro che sostiene fortemente la scuola privata e confessionale, che sostiene il diritto delle famiglie a scegliere per i propri figli la scuola nella quale meglio si identificano (ad esempio nei valori cristiani delle innumerevoli scuole religiose presenti sul territorio), che ha portato avanti una battaglia a sostegno del finanziamento pubblico delle scuole private. Ora mi si deve spiegare, perché davvero qui mi sfugge il senso delle cose, che posizione hanno i vari sindaci, presidenti o assessori, rispetto al parere del Ministro. Non si pongono, costoro, il problema dell'integrazione, per gli studenti delle scuole confessionali o private a cui siamo abituati? Il problema dell'integrazione che si veicola attraverso la scuola statale è valido soltanto quando si parla di scuole islamiche? Vogliamo fare un passettino in più? Come la pensano, questi amministratori, rispetto alla scuola della Padania, che esiste in forma di scuola dell'infanzia, primaria e secondaria con l'obiettivo di salvare le radici lombarde? (...perché, ricordiamocelo, Roma ladrona sottrae non solo le tasse, ma anche l'identità culturale!!!).
Questa non è, secondo loro, un esempio ugualmente grave di separazione anziché di integrazione? Insomma, è o non è un problema di integrazione sempre, quando si parla di scuola privata, oppure lo è solo in alcuni casi?
Da maestra dello Stato, ritengo che l'unica scuola vigente dovrebbe essere la scuola dello Stato, appunto, ma usare due pesi e due misure a mio avviso porta esattamente nella direzione opposta all'integrazione, soprattutto per la capziosità con cui vengono formulate le cose. Usare pretestuosamente argomentazioni di tipo sanitario per eliminare un problema, a mio avviso non fa che aumentare le differenze, il rancore e la separatezza.
Personalmente, non difendo la scuola islamica di via Quaranta, così come non difendo nessuna scuola a matrice confessionale, ma le argomentazioni utilizzate dagli amministratori locali mi indignano profondamente; solo in circostanze come queste, infatti, quando il soggetto è "qualcosa" ritenuto diverso da noi, la scuola di Stato diventa simbolo di qualità culturale, garanzia dell'integrazione e della pacificazione sociale. In tutti gli altri casi, invece, il Ministro in persona ne legittima l'esistenza.
Ultima riflessione: avere il coraggio di affermare la propria identità (sto parlando di "noi") è il primo passo per riconoscere e accettare altre identità. Usare pretesti significa, a mio avviso, vergognarsi di ciò che si è, ma essere in ogni caso intolleranti verso ciò che gli altri sono.

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 Fuoriregistro    - 12-09-2005
Segnaliamo un interessante approfondimento in Contaminazioni: Paradossi scolastici

 marco mayer    - 18-09-2005
Eliana Mori conclude il suo articolo con queste parole: "Ultima riflessione: avere il coraggio di affermare la propria identità (sto parlando di "noi") è il primo passo per riconoscere e accettare altre identità."
D'accordo, ma allora affermare la nostra identità in campo educativo (in questo caso i valori della scuola di Stato nei quali anch'io mi riconosco) non comporta anche "riconoscere" la possibilità di altre identità educative purchè rispettino regole e standard didattici definiti dal potere pubblico?

 Angiola Oddi    - 27-09-2005
Sottoscrivo il contenuto dell'articolo. Sono una sostenitrice della scuola pubblica che favorisce l'integrazione, ma ho avuto difficoltà ad accettare la chiusura della scuola di Via Quaranta per l'ambiguità delle motivazioni addotte e per la discriminazione operata rispetto a quanto afferma la legge 30 sul diritto dei genitori a scegliere la scuola per i loro figli in relazione alla propria identità culturale e religiosa. Emerge con forza quanto questa impostazione sia pericolosa e sfavorevole all'integrazione delle culture e all'accettazione dell'altro.
Ma dubito che il Ministro Moratti sia in grado di cogliere le contraddizioni e di operare i dovuti cambiamenti di legge.