Ricominciare la scuola
Gianni Mereghetti - 09-09-2005
Cesare Pavese ha scritto che "l'unica gioia al mondo è cominciare", aggiungendo poi che "è bello vivere perchè vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante". Questa affermazione di Pavese si ritrova spesso dentro la vita, ma vale anche per la scuola? Si può ragionevolmente dire che ricominciare la vita scolastica è bello, che è gioioso? Sembrerebbe di no, perché l'inizio della scuola ha dentro il rammarico di quello che si lascia, il tempo delle vacanze. Eppure se si va al cuore di quello che accade all'apertura del nuovo anno scolastico, l'inizio è pieno di positività, la positività di uno sguardo. Del resto non si può cominciare se non per l'esperienza di una positività che dentro la scuola ha una fisionomia precisa, quella di uno sguardo di simpatia totale per l'altro, come Pavese ha sempre cercato. Solo chi incontra questo sguardo su di sé, sia esso insegnante sia esso studente, trova il punto di forza da cui ricominciare un'avventura che ha l'ampiezza della vita e del suo senso.

E' per questo sguardo su di me che in questo nuovo inizio io mi unisco a Edgar Lee Masters là dove scrive:

"E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell'inquietudine e del vano desiderio -
è una barca che anela al mare eppure lo teme
."

E' perché c'entra con il senso della vita che ricominciare la scuola è una grande gioia!
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 La Stampa di Torino    - 09-09-2005
PROBABILMENTE al ministro Letizia Moratti piace molto il Candide di Voltaire.


PROBABILMENTE al ministro Letizia Moratti piace molto il Candide di Voltaire. Credo che, tra i tanti personaggi di quel mirabile libretto, ami riconoscersi soprattutto nel maestro Pangloss, convinto fino all’ultimo, pur travolto da guerre, terremoti, persecuzioni e malattie, di vivere nel migliore dei mondi possibili. Il ministro ci descrive infatti una «scuola nuova» che sistema i precari, acquista computer, costruisce centri sportivi, disperde la dispersione scolastica salvando dalla strada centinaia di migliaia di ragazzi e insegna finalmente, a bambini finora ignoranti, l’inglese e l’informatica: la migliore delle scuole possibili.

Sindacati e opposizioni invece, per niente «candidamente» convinti, non ci cascano nemmeno un po’, smascherano all’istante il maestro-ministro e ci dicono che è tutto falso.

Bene. Da sempre esiste un gioco delle parti secondo il quale non si dà che un ministro si presenti al Paese pieno di dubbi e di problemi irrisolti e non si dà un’opposizione che non dica che il re è nudo. Ognuno, com’è giusto, deve fare la sua parte. Pirandello, se no, che ci starebbe a fare? Quel che possiamo dire è che ci piacerebbe che i ministri, almeno quando parlano di cifre, ci presentassero un mondo chiaro e incontrovertibile: i numeri dovrebbero possedere una loro adamantina verità, esente da conferme, smentite, propagande elettorali e spot pubblicitari. I numeri dovrebbero splendere come le stelle, lontane e inattaccabili.

Ma non importa. Non sapremo mai quanti computer effettivamente stiano sui banchi dei nostri allievi. D’accordo, sarebbe meglio saperlo. Ma il punto mi sembra un altro: siamo sicuri che siano queste le cose che ci importano prima di tutto? Voglio dire, se anche fossero vere le cifre della Moratti, saremmo felici?

Io no. Mi resterebbero due o tre problemini insoluti... Ad esempio: come tenere insieme nella stessa classe l’allievo che sa già leggere l’Ulisse di Joyce e l’allievo che confonde ancora il soggetto con il complemento oggetto; come (cioè con quali materie, temi, argomenti, libri, autori, e non solo con quali strumenti tecnologici o quali nuove e mirabolanti teorie pedagogiche) acchiappare le menti distratte, lontane, ormai irrimediabilmente evase, di tanta parte degli allievi, che non ha alcuna voglia di tornare a scuola e di aprire un libro; se e quanto tenere alto il tiro e non cedere alle lusinghe dei saperi annacquati e divulgativi, della facilità dei test a crocette, delle tracce già predisposte, delle fotocopie predigerite… Cioè, in poche parole: che cosa andare a insegnare oggi, in questo inizio di anno scolastico, e a che livello? che cosa è veramente utile, nuovo, vecchio, indispensabile, classico, irrinunciabile?

Problemi troppo teorici e specifici? Forse. Ma mi sembra che negli ultimi dieci anni il centro nevralgico del problema scuola, ovvero la sua natura culturale, venga ben poco toccato, anche dai critici e detrattori delle ultime riforme. Mi sembra che parliamo sempre d’altro e che questo altro siano faccende relativamente marginali, esteriori proprio nel senso letterale del termine: cose extra, che stanno fuori, all’aria, come i computer e i campi di pallavolo per esempio (importantissimo che ci siano i computer e i campi di pallavolo, per carità…).

Ad esempio, il ministro l'altro ieri ha detto che si punterà a insegnare soprattutto l'educazione, in tutti i suoi ambiti: educazione alla salute, all'ambiente, alla legalità, alla convivenza civile. Bene, nulla da eccepire. Tutti vogliamo che i nostri ragazzi sappiano mangiare sano, rispettare la natura, essere onesti, gentili e civili. E' giusto e nobile. Ma il tempo umano, ahimè, è limitato e se io devo far lezione sui danni del fumo o sulle ultime norme del riciclaggio dei rifiuti, per forza di cose dovrò tagliare su Dante e sulle leggi di Newton. Dunque... il messaggio del ministro non è irrilevante... Ci piace una scuola così? Siamo sicuri che il fatto che metà degli allievi arrivi all'Università senza le basi minime di matematica, italiano e inglese non sia un problema drammatico? Io ad esempio preferirei un ministro più dirompente e stravagante, che dicesse che quel che gli importa è che i ragazzi conoscano le poesie di Montale e sappiano la geometria analitica e leggano Einstein e Infeld e le lettere di Kafka alla sua fidanzata…

Capisco che Kafka non possa essere oggetto di rivendicazioni sindacali. Ma mi piacerebbe che si parlasse anche di questo. Mi piacerebbe pensare che sia tempo di battaglie anche culturali. Non vorrei che, come Candide, concludessimo che è meglio coltivare ognuno il proprio orto: la scuola è una cosa pubblica, sarebbe bello che fosse l'orto di tutti.

Paola Mastrocola