La valorizzazione dell'insegnante
Laura Tussi - 03-09-2005
Riflessioni su anni di precariato


Nel contesto educativo occorre relazionarsi assiduamente con colleghi, con superiori, con ragazzi e con i loro genitori. Si è esposti al giudizio di tutti a 360 gradi con conseguenze spesso devastanti, sia a livello esistenziale che psicologico. Personalmente "forse" sono riuscita immune da sei pesanti anni di precariato perché mi sono sempre e costantemente posta il problema dell'educazione e della necessità di apprendimento, di crescita sociale, culturale e psicologica di ogni ragazzo.

Più volte nel corso della professione di insegnante mi sono trovata in situazioni disperate, in circostanze assurde che sembrano irrisolvibili anche da parte di tanta pedagogia scolastica e didattica.

Ve ne riporterò degli esempi.

La classe dimostra scarso interesse e patente abulia relazionale e cognitiva verso ogni proposta didattica innovativa e propositiva che scade inesorabilmente nel rifiuto e nell'avversione totali verso l'impegno di studio e di metodo. L'idea di impegnarsi con assiduità su un copioso numero di verifiche variegate nel contenuto e nelle modalità di svolgimento viene respinta per la scarsa volontà, per l'immotivato zelo nell'agire a favore di forme di gioco monotone, stupide e dettate dal bieco consumismo dei mezzi di comunicazione di massa che denota in modo evidente un basso tasso di valorialità personale pressochè incentrato sull'estetica, per le ragazze, e sul principio di forza, per i ragazzi. La proposta di percorsi didattici di contenuto educativo valoriale veniva respinta in nome di emblemi e simulacri di personaggi ben più importanti da perseguire e da innalzare a idoli del momento, di uno spaccato di classe povero di idee, banale negli interessi dove un certo tipo di consumismo fondato su meccanismi mercificatori biechi fa presa per la futilità, la vacuità e l'inanità dei messaggi la cui fruizione non implica per niente un cospicuo investimento di energia intellettiva. Tale disinteresse per pratiche metodologiche, didattiche, di contenuto, di riflessione ed il rifiuto verso un impegno intellettivo, collegiale basato sul confronto, il dialogo e l'interscambio costruttivo di opinioni ingenerano sempre individualismo, opportunismo e disinteresse verso l'altro, in tutte le accezioni di alterità, implicanti differenze, divergenze e diversità, per cui il ragazzo non attribuisce, secondo un'ottica di ottimismo esistenziale, senso e significato al mondo, alla realtà nella relazione con l'"altro" e con tutti gli "altri".
In queste situazioni i genitori non sanno intervenire, ma si arrogano il diritto di sapere, di potere, di essere in grado di risolvere le situazioni con interventi incoerenti, impertinenti e soprattutto incompetenti, creando ulteriore confusione e difficoltà.
L'avvenimento di crisi, di rottura, di separazione e volontà di presa di distanza dalla personale professione (disagio dell'educatore) si è manifestato con la completa e assoluta incapacità di gestire una classe estremamente vivace, ineducata e alquanto disagiata.
Non è stato solo un momento o un evento di sconforto e perdita di fiducia nelle personali competenze e capacità, ma una catena di avvenimenti che hanno messo in discussione le parti del ruolo di docente.
Non credevo più nel valore e nell'importanza della trasmissione del sapere alle giovani generazioni, in quanto la mia esperienza è stata messa in discussione da atteggiamenti sconfessanti, distruttivi, lesivi, egocentrici e catalizzatori verso determinati atteggiamenti favorevoli nei confronti di elementi leader interni al gruppo classe.
La catena di eventi si è evoluta in senso negativo e nella mia decisione di scegliere un'altra scuola.
Le questioni chiave che si presentavano consistevano nella scarsa accettazione della sottoscritta e scaturivano dal confronto con l'insegnante precedente e la completa assenza del supporto dei colleghi, del consiglio di classe stesso e del dirigente scolastico.
Il presente dell'azione si riproponeva e si ripresentava sempre più alienante e terrificante ogni mattina, ingenerando in me sfiducia, smarrimento, perdita di coscienza del ruolo e abbandono della fiducia nelle personali capacità, il tutto trasposto in un "presente critico" che mi sfidava quotidianamente.
Da questa esperienza traumatizzante rispetto alla fiducia della costruzione di una mia professionalità, ho appreso la necessità di pensare l'azione formativa nella sua posteriorità, ossia riqualificare il valore futuro dell'agire educativo.

Ma quando un insegnante in erba è motivato da tutte le buone intenzioni del caso, magari con uno stuolo di genitori che gli imperversa contro, sobillando le ire funeste del Dirigente Scolastico e anche di qualche collega del Consiglio di classe, allora, a questo punto qual è la soluzione a tutto questo teatrino di parti e controparti che non vedono niente di idealistico se non la possibilità che il figlio divenga un esimio ingegnere?...
Sembra che con i decreti delegati degli anni '80 l'associazionismo dei genitori sia entrato in modo brusco, impellente, sovversivo, ma troppo spesso incompetente nel "sistema scuola", creando confusione e inusitate pretese nell'operato didattico e quindi professionale del docente. Penso che ad ogni insegnante, anche precario debba essere accreditato il giusto peso ed una certa fiducia. Di conseguenza dove sta scritto che ci devono giudicare i genitori? Ci hanno già formato e valutato la Scuola in primis, le università, tutto il settore post laurea, e infine un Ministero e un Provveditorato, insomma una lunghissima trafila di enti specializzati e di accreditato prestigio. Trovo che proprio il "sistema scuola" o comunque la concezione più consueta e tradizionale del fare scuola e dell'educare si basi su principi restrittivi, coercitivi, per "tenere a bada" i ragazzi. Di conseguenza il Professore e l'Insegnante precario soprattutto vengono giudicati troppo spesso non in base ai loro titoli di studio, ai meriti accademici, alle pubblicazioni scientifiche, al prestigio culturale e sociale che ottengono anche dall'impegno culturale, ma ci si limita banalmente a recriminare sull'operato di un Docente in relazione a quanto tempo riesce a far stare in silenzio assoluto i ragazzi in classe, ammutolendoli e spaventandoli, in un autentico contesto dittatoriale. Non vi pare una situazione squallida e deprimente, considerando il fatto che tutte le parti in causa, dai colleghi, ai bidelli, dalla presidenza, ai ragazzi stessi si omologano subdolamente a questo modello repressivo e alquanto stupido e banale?
La Scuola può e deve offrire molto di più...
La Scuola di Tutti e per Tutti.

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 silvana la porta    - 05-09-2005
Gentile collega,

muovendo dalla mia esperienza di insegnante che ha vissuto il "dramma" della scuola media... vorrei darti un consiglio, che nasce dall'osservazione del tuo modo di scrivere. E' forbito, troppo.
Per essere una buona insegnante oggi... bisogna diventare, come diceva a ben altro proposito Antonio Gramsci,...nazional-popolare, fare scuola cioè per tutti e con tutti...chiaramente, me ne rendo conto, a discapito della qualità.
Non possiamo farci niente. E' l'unico modo per sopravvivere.
Un cordiale saluto

Silvana La Porta