Caro collega,
Gianni Mereghetti - 27-06-2005
Caro collega,
gli scritti di questo sciagurato esame di stato ce li siamo lasciati alle spalle ed è finalmente tempo di passare al colloquio, forse l'atto che il legislatore ha lasciato più nell'ambiguità, così che ciascuno di noi lo piegasse a se stesso. Sarebbe invece ragionevole andare in un'unica direzione, quella che il colloquio come tale dovrebbe implicare. Sì, caro collega, perché mai dovresti interrogare ancora una volta studenti che hai sottoposto per tre anni o più al fuoco di fila delle tue domande? Hai proprio bisogno di far loro queste ultime domande? Suvvia, ascoltali, per una volta, piegati alle loro parole, al tentativo che hanno fatto di giocare se stessi in un loro interesse, su un argomento che in qualche modo li ha affascinati. Dialoga con loro su quello, chiedi loro le ragioni di quello che hanno tentato, suggerisci uno spunto che apra una nuova prospettiva. Per una volta, caro collega, non essere nozionista né costruttivista, metti invece ogni tuo studente nelle condizioni di parlare di sé, così che nel meccanismo di questo esame fuoriesca l'umano o anche la sua povertà, che è comunque più degna di una prova ritenuta oggettiva, che però oggettiva non è.
So che questo è difficile, che è più facile insegnare che imparare, però a questi "nostri" studenti uno sguardo di simpatia lo dobbiamo, quello sguardo che affermi l'altro per il valore che è. Nulla di più io e te, caro collega, dovremmo attenderci dal colloquio, se non di poter incontrare degli studenti in una loro piccola, ma significativa espressione culturale. Fare in modo che sia così, mi pare la cosa più ragionevole dentro questo meccanismo "in cui tutto cospira a tacere di sé". Noi non possiamo continuare a permettere questa omertà, perché c'è scuola solo là dove tutto parla di sé.

Gianni Mereghetti
Insegnante al Liceo Scientifico Pascal di Abbiategrasso


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