Leopardi sofferente cosmico
Stefano Medel - 25-06-2005
Adesso di scribacchini e opiniologi pseudo artisti e non , ce ne sono una caterva ed una sporta. La tv ci ha abituato ormai a vedere molte facce intercambiabili, con esponenti o presunti tali della cultura, che vanno e vengono, sparano interviste, si beccano qualche fotografia, e dopo un po' passata la moda, non si sa che siano esistiti. Eppure in Italia abbiamo avuto anche scrittori veri, scrittori e poeti con la p maiuscola. Di persone dedite alle lettere, ce ne sono tante, ma di queste, personalità di portata internazionale , dai caratteri universalistici, si contano nelle dita d'una mano. Umanisti e autori, che hanno quel quid e non so che, quell' impegno e la capacità di portare avanti un dialogo, chè è entrato nell'immaginario collettivo, e fonte di spunto per tutti, è un patrimonio condiviso da inserire nell'ambito personale e culturale.
L'Italia è il fulcro dell'Umanesimo, soprattutto nel periodo che va dal 1400 circa in poi, con la rinascenza artistica, il mecenatismo, l'affermarsi della figura del bardo poetico e del trovatore autore di madrigali e sonetti anche in Italia, presso le corti e le intellighenzie dei comuni e nelle signorie. Con l'affermazione del Dolce Stil Novo nella penisola, e degli autori e redattori in Europa, delle Chanson de geste, delle Chanson de Roland in Fancia, del ciclo bretone , o delle saghe nordiche di Igor e di Sigfrido: a cui i Menstrel, i menestrelli inglesi ed i trovatori in genere, anche italiani, si sono ispirati. Tra le corti italiane e i seggi di potere penisolari, la figura del poeta ha acquisito valenza e lignaggio, come creatore d'arte, scritta, cantata o declamata, con componenti universali ed espressioni compositorie ed artistiche, aventi sé un potere eternante e globalizzante, che prima o poi, diventa condivisibile e generalizzato. Il poeta era un soggetto artistico , inteso come fautore ed espressione di cose artistiche. In un primo tempo il poeta era un compositore madrigalista o trovatore; s'accompagnava con il liuto e la lira e componeva versi con piccole arie, che permettevano ai nobili , quasi sempre analfabeti, d'imparare qualcosa. Quasi da subito, il poeta rinascimentale e del Dolce stil novo, venne inserito all'interno di varie corti dei sovrani d'Europa, o al servizio di Comuni e Signorie. Il cantore poetico o bardo, era un manipolatore e un abile giocoliere della lingua volgare, sapeva leggere e scrivere e quindi deteneva l'architrave fondamentale delle basi conoscitive del tempo. Tramite lui, i grandi e potenti titolati e dignitari ed altri potenti, potevano essere immortalati decantati ed eternizzati. Non c'erano mass media o mezzi di comunicazione di massa, per cui disporre di artisti e d eruditi, era anch'esso, una forma di potere a cui le oligarchie, non rinunciavano facilmente. Col passare dei secoli, il ruolo del poeta s'è affinato, ampliato e perfezionato. E lo scrittore, o bardo, ha finito per usare il suo spirito artistico sensibile, per ponderare e riflettere sullo scibile umano, e sugli aspetti e le correnti spesso contraddittorie e ambigue del mondo contemporaneo. Col tempo, il poeta o vate poetico, s'è staccato dal servizio a seggi di potenti, e si è messo al servizio del sociale, per guardare attraverso noi stessi, nella società, per porre domande e considerazioni, su malasseri e concetti che travagliano l'animo umano. Il poeta s'è emancipato e spesso si è reso indipendente e col suo spirito libero , ha puntato gli occhi sul mondo contemporaneo, per cercare l'umanità tra le ideologie, la vita consumistica e frenetica, il cinismo dilagante dato dalla tecnocrazia e il guadagno. Spesso il trovatore, o il soggetto poetico, è solo con se stesso, lavora nel nascondimento e l'anonimato, vive velato o nel crepuscolo, tra l'indifferenza e le miserie di chi non lo capisce.
Anche in Italia, abbiamo avuto degli esponenti di grande letteratura, dei portavoce di Muse letterarie e poetiche. Uno di questi, tra i più insigni è stato Leopardi Giacomo di Recanati. Giacomo Leopardi era nato dal Conte Antici, una piccola nobiltà di paese facoltosa. Il piccolo Giacomo visse gli anni formativi abbastanza serenamente, anche se in famiglia il clima era greve e ottuso, dominato da genitori ipocriti , puntigliosi e formalisti. Per cui Leopardi iniziò a detestare presto quell'ambiente preconcetto e negletto, e cominciò a cercare delle consolazioni negli studi umanistici e letterari e in attività concettuali; sfruttando la fornita biblioteca paterna.
Un po' alla volta, si chiuse nel suo studio, seppellendosi sulle carte e lo studio delle tragedie classiche e delle lingue antiche, greco e latino, che presto padroneggiò sapientemente. Le giornate di lavoro e studio si fecero col tempo, sempre più assidue ed estenuanti, interrotte solo raramente da momenti di meditazione e di riflessione; diretti all'osservazione della natura, dei comportamenti umani, della vanità della vita e le sue ingiustizie. Frattanto la sua salute fisica peggiorava, per le veglie di studio, le fatiche mentali e la vita ritirata ed appartata. Col passare del tempo l'atteggiamento indifferente e gretto della famiglia gli divenne sempre più odioso ed insopportabile; meditando una fuga in qualche città, a Roma per esempio. Nel frattempo, s'era invaghito d'una giovinetta, Silvia, la figlia d'un vicino di casa. Il sentimento del poeta, fu tenero e fortissimo, ma non approdò a nulla, e non venne mai ricambiato. Lo scrittore non riuscì mai a concretare i suoi sentimenti, ma continuò a struggersi e a spasimare senza speranza, come un perfetto cortigiano rinascimentale. Questo amore sfortunato, gli ispirò la lirica famosa, A Silvia, un componimento su cui il poeta, ponderava sulla tristezza e la crudeltà della vita, nonostante i sentimenti e i tentativi costruttivi dell'animo umano. Intanto l'atmosfera tetra di famglia, il disprezzo dei paesani, l'avvilimento per la salute cagionevole, lo risolse a partire , tentando una fuga da casa. Lasciata la tenuta paterna, s'allontanò deciso a puntare su Roma. Ma scoperto dalla famiglia, fu trattenuto e dissuaso dal gesto. Questo lo piombò in una cupa prostrazione e avvilimento, che lo spinsero a seppellirsi vieppiù nei libri e negli studi. Di fronte al peggiorare della sua salute, il padre si risolse a dare l'agognato consenso. Leopardi partì per Roma, ma la città con i suoi vizi , miserie e degrado morale, gli piacque meno, di quanto sperato. La gente gli pareva ottusa, le donne irraggiungibili e frivole. Cominciò allora a ramingare in varie città senza mai trovare pace o ristoro. Il suo animo era inquieto e travagliato; da Roma si portò a Napoli, ospite d'un amico, ma poi si stancò anche di quella sistemazione e di niente era persuaso o soddisfatto. Nei suoi spostamenti si recò a visitare la tomba del Tasso, dove di fronte all'urna funebre del poeta, scoppiò in pianto. Dopo altri strenui e fallimentari tentativi, decise di tornare a casa, vinto e demoralizzato. Chiuso nel suo studiolo, al chiarore della lampada nei momenti di calma e di salute fisica, che col tempo però, si fecero sempre più rari, Leopardi meditava, pensava e scriveva, sui temi dell'esistenza, sull'ottusità umana, e il rifiuto della diversità, sul suo pessimismo, che poco a poco si fece cosmico, anche se in realtà parlare di pessimismo per Leopardi è improprio ed ozioso; Leopardi non è mai stato un pessimistica fatalista e inerte, era scontento, sconsolato ed anche sofferente è vero, ma amava la vita, aveva ideali sogni, ambizioni e sentimenti forti, era scettico nei confronti della società, ma fino all'ultimo ha lottato, cercando di comunicare con gli uomini del suo tempo, nel suo ambiente, nella sua epoca. Leopardi era un uomo di livello non comune, superiore alla media, colto, erudito ed un incredibile autodidatta. Di quest'uomo ormai entrato nel mito delle lettere, si continua a parlare non a caso. Egli è uno scrittore unico e irripetibile, è importante, ed è italiano. Va rispettato, e non si può pensare che parli e scriva in un certo modo, per un mal di pancia, o una libido insoddisfatta. Nella solitudine della sua stanzetta, Leopardi scriveva imperterrito componendo poesie, poi entrate nell'immaginario collettivo, Il passero solitario, A Silvia, Il giorno del dì di festa, Alla luna. Il poeta le scriveva, dopo una riflessione, in preda aun ricordo, un dolore, un rimpianto. Gli anni passavano, caduchi ed effimeri, veloci come sabbia in una clessidra, e Leopardi era sempre più amareggiato, scontento e provato da tutto. Stanco d'una vita insopportabile, ripartì , per non tornare mai più. Si recò a Napoli, dove strinse amicizia con un giovane napoletano, scapestrato e sfaccendato; bene o male, fu un amicizia duratura, l'amico cercò di far entrare il Leopardi nella vita mondana e demodè della città, ma con scarso successo. Il poeta era sempre più chiuso ed infelice. Il poeta preferiva starsene in casa, a pensare e a meditare, godendosi la calma e quiete, di cui aveva gran bisogno. Poi decise di visitare la sorella, che l'ospitò premurosamente. Pur con la salute barcollante continuò a comporre e scrivere in modo indefesso, sinchè le forze glielo permisero; lo zio paterno lo invitò a Roma in vacanza, deciso ad assisterlo, ma ormai il poeta non se la sentiva più di muoversi dal suo ritrovo. Scrisse altre poesie famose come Il giorno del dì di Festa e la Quiete dopo la tempesta; nel frattempo continuava a produrre saggi e piccoli trattati. Intimamente , era sempre più triste ed afflitto. La sua visione disincantata e fredda della realtà, si universalizzò e si ampliò, stimolando dei ragionamenti sconsolati sull vita e l'esistenza planetaria in genere, per cui si disse impropriamente, che era un pessimista cosmico. In realtà non era solo lui ad essere incredulo e guardingo, anche chi leggeva le sue poesie, ci trovava di tutto e vari elementi collettivi e condivisibili da tutti gli uomini:la tristezza, la disillusione dall'infanzia, l'impossibilità dell'uomo di realizzarsi pienamente, schiacciato spesso, da forze sociali ed esistenziali soverchianti ed ambugue, il senso dell'anormalità e dell'emarginazione. Improvvisamente le condizioni del poeta, peggiorarono, si mise a letto, per non rialzarsi più. Venne seguito affettuosamente dalla sorella, che non l'abbandonò sino agli estremi. Alla fine la morte, invocata e sospirata dal poeta lo accolse una mattina cheta e quotidiana. Dopo la sua morte, il poeta , venne finalmente capito e riabilitato. La sua casa a Recanati è divenuta il museo dell'autore, che ha conosciuto una fama internazionale riservata a pochi, e giustamente. Capitando a Recanati, si notano i cipressi, e si guarda incuriositi, cercando i passeri solitari e l'ermo colle. E si ha un senso di tristezza, pensando a questo grande uomo, e alla sua vita, sola e triste. E ci si sente, come di aver perso , qualcuno di grande.

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