Nel profondo della società nichilista
Aldo Ettore Quagliozzi - 25-06-2005
"So che è un pensiero economicamente scorretto, ma ogni volta che i consumi calano non riesco a condividere del tutto il lutto generalizzato.
Capisco che è un segno di difficoltà e di sfiducia, ma qualcuno dovrebbe spiegarmi perché, tra i fattori che spingono a consumare di meno, non si metta mai in conto anche una possibile saturazione, e quel vago ( ma non poi così vago ) senso di indigestione che le società benestanti si portano in seno.
Ci sono ormai consumi di massa ( certe vacanze, certi vestiti, certe seconde case, certe terze automobili, certi quarti telefonini ) che magari hanno segnato il loro tempo, e ai quali si rinuncia non solamente per la contrazione del potere d'acquisto, ma per sazietà o noia.
Mi ha sempre colpito che tra i parametri che stabiliscono il grado di salute delle società di massa non sia mai contemplato il segno meno, come se fossimo condannati a produrre e consumare sempre di più e dunque smisuratamente, come ogni grafico che ci riguarda volesse alludere a una specie di Babele quanto più alta tanto più pericolante.
Eppure: ognuno di noi conosce almeno qualcuno che ha scelto di lavorare un po' meno e spendere un po' meno, per vivere meglio.
In che statistica va a finire, questo occidentale che ha deciso di rallentare per respirare, e magari addirittura per pensare a se stesso?
"

Così ne ha scritto giorni addietro il nostro Michele Serra nella sua quotidiana rubrica "L'amaca" sul giornale "la Repubblica".
Che fosse una sua personale convinzione non ci è voluto molto a capirlo; quell'occidentale che sceglie di consumare un po' di meno lavorando un po' di meno è da inserire in una "statistica elitaria" che non ha larga diffusione né riscontro alcuno nelle più generali statistiche dei consumi.
E' solo un pio e benevolo auspicio del nostro caro opinionista. E subito è venuta in soccorso una ricerca di Eurisko riferita all'anno 2004.
Da essa si apprende che nel bel paese ben 900.000 famiglie continuano a consumare come "dannati della Terra", al solo consumo condannati quindi, anche se, per riportare le parole di EurisKo "E' il consumismo povero e sognante di chi ha uscite che superano costantemente le entrate".
Spendere oltre i bisogni di base; è la dura realtà del bel paese! E poi, ben 4 milioni di famiglie del bel paese che, sempre secondo Eurisko, "si rivelano molto orientate alle spese e poco al risparmio e agli investimenti".
E del resto, come pensare che le cose potessero andare diversamente allorquando tutto il vivere del bel paese sembra una continua inutile rappresentazione scenica, dalla politica alle più nobili espressioni dello spirito?
Certo che abbisognano ogni tanto i referendum; per risvegliare le anime in sonno e le coscienze inquiete e folgorate su quella tale via, e sentirle gridare al dramma storico e secolare del relativismo e del nichilismo che minano le solide basi, a dir loro, delle contemporanee società occidentali e cristianizzate.
Non sbagliava quel "divino", Bertrand Russell, quando osava affermare: "( ... ) Se in Occidente prevarrà l'opinione che il Cristianesimo sia essenziale alla virtù e alla stabilità della società, allora esso riacquisterà d'incanto tutti i difetti che aveva nel medioevo. ( ... )"
E non tanto per contrapporre un opinionista ad un altro opinionista, tanto per portare acqua al mulino delle proprie diverse personali convinzioni, ma leggere la sempre stupenda e dotta prosa di Umberto Galimberti nell'articolo "Consumatori o niente", diventa un'occasione per allargare gli orizzonti di una quasi inutile discussione, visti i tempi grami che corrono ed i forti e sgraziati lai per i consumi che non reggono più nella sedicente civiltà del "ben-essere ".

"Questa nostra società, che tutti definiscono complessa, a me pare molto semplice, anzi semplificata, perché ha nel denaro il suo unico generatore simbolico.
Che cos'è bello, cos'è santo, cos'è giusto, cos'è vero sono infatti tutti valori subordinati a cos'è utile, cos'è vantaggioso, dove la misura è il denaro, che, da "mezzo" per produrre beni e soddisfare bisogni, è diventato il "fine", in vista del quale si producono beni e, se la cosa concorre a questo scopo, si soddisfano bisogni.
È noto infatti che produzione e consumo sono due aspetti di un medesimo processo, dove decisivo è il carattere circolare del processo, nel senso che non solo si producono merci per soddisfare bisogni, ma si producono anche bisogni per garantire la continuità della produzione delle merci che assicurano denaro.
All'inizio e alla fine di queste catene di produzione (di merci e di bisogni in vista del denaro) si trovano gli esseri umani, instaurati come produttori e come consumatori, con l'avvertenza che il consumo non deve essere più considerato, come avveniva per le generazioni precedenti, esclusivamente come soddisfazione di un bisogno, ma anche, e oggi soprattutto, come mezzo di produzione.
Là infatti dove la produzione non tollera interruzioni, le merci "hanno bisogno" di essere consumate, e se il bisogno non è spontaneo, se di queste merci non si sente il bisogno, occorrerà che questo bisogno sia "prodotto".
A ciò provvede la pubblicità, che ha il compito di pareggiare il nostro bisogno di merci con il bisogno delle merci di essere consumate.
I suoi inviti sono esplicite richieste a rinunciare agli oggetti che già possediamo, e che magari ancora svolgono un buon servizio, perché altri nel frattempo ne sono sopraggiunti, altri che "non si può non avere".
In una società opulenta come la nostra, dove l'identità di ciascuno è sempre più consegnata agli oggetti che possiede, i quali non solo sono sostituibili, ma "devono" essere sostituiti, ogni pubblicità è un appello alla distruzione.
Si conferma così il tratto nichilista della nostra cultura economica, che eleva il non-essere di tutte le cose a condizione della sua esistenza. Il loro non permanere a condizione del suo avanzare e progredire.
E come allora non dar ragione a Günther Anders, che ipotizza la nientificazione delle cose come primo passo verso la nientificazione dell'umanità, naturalmente quella esclusa dalla circolazione del denaro, quella non produttiva, quella che non consuma?
"



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