La scuola di Stranalandia
Mario Menziani - 08-06-2005
Dotato di una adiposa gibbosità "fotocopiacea" (destinata ad accrescersi a dismisura nel tempo), attorniato dal pulviscolo tutoriale, addestrato fin da piccolo a saltare d'anticipo, procede a balzi, ondivago, nel campus.
Quando la sua figura si staglia all'orizzonte, il suo pecup può destare inquietudine e senso di smarrimento.
Sarà cura di Osvaldo fornirgli indirizzi, passerelle, orientamenti, ma sempre tenendosi a debita distanza, senza dimenticare, tuttavia, un'osservazione periodica e regolare.
(A questo punto vediamo che Osvaldo, con aria meditabonda e al tempo stesso possibilita, si infila un dito nel naso: "Valsi? Invalsi? Ai posteri l'ardua sentenza").
E' finito l'anno scolastico e Osvaldo s'è trovato con questo nuovo animale strampalato nella sua isola di Stranalandia.
Naturalmente non è frutto della fantasia di Benni questa nuova creatura, ed infatti non è altrettanto divertente: volete metterla con la soave leggerezza del maiale volante o con la straordinaria veridicità del gorilla "Vaichesei"?
Per questo, se proprio vogliamo ridurla ad un'isola di Stranalandia, affidiamola all'ottimo Stefano Benni, questa nostra povera scuola. Almeno ci faremo quattro sane risate e non più questo sangue amaro a vederla così maltrattata, così impoverita, così inesorabilmente abbandonata.
Giacciono nei magazzini di non si sa quante scuole italiane le vituperate prove Invalsi: a che servono? A che sono servite?
Serviranno almeno a dimostrare tutta l'incostistenza organizzativa, ideativa, progettuale di un apparato che resta sempre senza nome, per il quale non esiste chi si assuma la responsabilità?
Le risorse per la scuola sono poche, questo governo ne dà sempre meno. Verità apodittica! Ma è pur vero che l'aquedotto è pieno di falle e che ci stanno certi buchi enormi a monte! Per cui, anche per questo, a valle di acqua ne arriva talmente poca che se ancora una volta non ci fosse chi nonostante tutto si dà ancora da fare, te la saluto io la scuola! Mentre a monte ci stanno nomi e cognomi, associazioni e persone per le quali quelle falle sono l'unica ragione d'essere.
Veniamo al dunque: è tutta farina del sacco della Moratti la scuola stranalandese?
Ma io qui, di fronte a questa domanda "epocale", io faccio l'Osvaldo: dito possibilista nel naso, "ad altri l'ardua sentenza".
In fondo, non mi interessa sapere chi ha sbagliato per primo.
Mi interessa schierarmi invece con chi sostiene che, per rifondarla, occorre innanzitutto democrazia nella scuola, mentre oggi non c'è. E non c'è perché i collegi degli insegnanti non contano più nulla, perché gli studenti non contano nulla, perché i genitori non contano nulla, e neppure i bidelli, neppure il personale di segreteria non conta nulla. E sopra tutte queste persone che non contano nulla, è il nulla che governa.
La mancanza di democrazia è drammatica perché la democrazia è la piena, convinta, decisa acettazione di compiti, di responsabilità, di cose da fare: concretamente e insieme.
Concretamente e insieme: condividendo le scelte, cercando le soluzioni dei problemi, che ci sono e che sono davvero tanti, perché la scommessa del nostro paese oggi è quella di costruire un futuro fatto di uomini e donne dalle culture diverse, capaci di scelte libere e coraggiose, capaci di stare insieme ad altri uomini e donne, in un nuovo paese, tutto, o in gran parte, ancora da costruire.
Non è questa? Non è lo stare insieme, la condivisione, lo scambio, la strada maestra della cultura? Non è il semplice gesto quotidiano, uno sguordo o un sorriso, il veicolo più potente del nostro sapere? E' della democrazia più piena che oggi abbiamo bisogno, della partecipazione attiva di ciascuno (diciamolo anche per questo: "nessuno escluso").
Partiamo dai gesti semplici che ci si scambia a tu per tu: rieduchiamoci a questo fare scuola per costruire la scuola. Per cui le riforme, diano tempo e spazio a questo stare insieme per poter riappropriarsii della cultura dello scambio, dell'interessarsi, dell'apprezzare valori e idee anche diverse dalle nostre per la costruzione di nuovi saperi.
Diamo queste possibilità alle città, alle comunità locali perché questo è l'ambito più idoneo per attuare nelle forme necessarie questo processo. Facciamocene carico, troviamo l'orgoglio e l'entusisamo che solo col contatto stretto è possibile ritrovare. Ricostruiamo le identità spezzate a cominciare dal mettere insieme quei frammenti della politica che si occupano delle realtà giovanili.
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