Religione e politica, Democrazia, Italia-Iraq...
Aldo Ettore Quagliozzi - 24-05-2005
Sarebbe lesa maestà contrapporre alla starnazzante e vacua contesa politica del bel paese, fatta con i solipsismi dell'egoarca di Arcore e con le trovate dei " vanesi " dell'altra sponda, con le tante durlindane fatte mulinare nell'aere del bel paese dalle confraternite più varie che miscelano il sacro col profano, interessi spiccioli con le più alte speculazioni fintofilosofiche, sarebbe lesa maestà il parlare sincero, sicuro e libero di un uomo della Politica americana, della politica con la lettera p al maiuscolo, qual è per l'appunto Mario Cuomo nell'intervista concessa a Furio Colombo, già direttore del quotidiano "l'Unità " e dallo stesso resa pubblica col titolo "La mia Italia ignota " ?
Proviamo a leggerla e rileggerla ed a rifletterci su, tanto per vergognarci ancora dell'essere figli di cotanta " ... serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!"

" Ha ancora, anche adesso che fa l'avvocato con ufficio da film al ventiduesimo piano di un grattacielo di Manhattan, il tono fermo e sicuro del predicatore. Era il tratto tipico della sua straordinaria eloquenza, quando governava lo Stato di New York, e il cardinale O' Connor, allora primate d'America gli disse, una volta mentre gli sedeva accanto prima di un importante discorso: «Non sia sempre così severo. Dica qualcosa per far ridere, all'inizio. La gente è sempre piena di ansie ...»

«O Connor, poi, è stato l'unico a non ridere - racconta Cuomo - perché ho aperto il discorso con la storia dei due cardinali che discutono del celibato dei preti e uno dei due dice che non ci sarà alcun cambiamento. L'altro, sia pure cautamente, un cambiamento lo attende.
"Prima o poi vedrai che sarà possibile. Non è nella mia vita, magari, ma quasi certamente in quella di mio figlio".»

Anche adesso la risata del governatore (nella tradizione americana il titolo di governatore dura per sempre e tutti, nella elegante serie di uffici che occupa un intero piano, lo chiamano "governatore") dura solo un istante. Per lui, cattolico, studioso di teologia e allievo della migliore Università Cattolica americana, la St. John University, importa molto dire alcune cose chiare sul rapporto fra religione e politica.

«No, io non ho alcuna esitazione o ripensamento sulla fecondazione, sugli embrioni o sull'aborto». «Da credente ( ... ) accetto ciò che dice la Chiesa. Da politico mi tocca il dovere di non imporre la mia fede agli altri. Il fenomeno che sta travolgendo l'America è proprio questo: una alleanza fra cristiani fondamentalisti e una parte della gerarchia cattolica che, all'improvviso, rovesciando la nostra cultura e l'orgoglio americano della divisione netta fra Stato e Chiesa, vuole che la fede diventi legge. Vogliono imporre persino quegli aspetti della fede che non vengono dalla Patristica e dai secoli, ma da decisioni più recenti, che a volte si contraddicono nel tempo e che non sono condivise neppure da tutto il mondo cattolico.
Vedi, quello che sta succedendo, è che la religione sembra impegnata a trasferire valori da sinistra a destra. Ovvero da un'area tollerante e aperta agli altri, a uno spazio recintato, circondato da esclusione e cementato da proibizioni. È una operazione sbagliata e disperata. Il presidente Bush che raccomanda la castità ai giovani americani. Castità e guerra. Che mondo è?»

Con l'abitudine del docente (ha insegnato a lungo nella sua università prima di essere eletto governatore di New York) conta tre punti sulle dita. Dice:

«Primo, i principi religiosi positivi, nelle tre grandi fedi monoteistiche sono molto più grandi delle proibizioni e dei divieti. Ama il tuo prossimo (cioè l'altro, la contrapposizione, il potenziale nemico) è un precetto che vale una rivoluzione. Le proibizioni sono universali, nel senso che riguardano tutti nel mondo (non uccidere, non rubare, non mentire). Oppure sono regole interne a una fede, e dunque sono accettazioni volontarie. Penso alle diverse prescrizioni di digiuno oppure all'elenco delle osservanze, delle celebrazioni e dei periodi di espiazione e di lutto, vincolanti per tutti i fedeli, ma solo per i fedeli.
Secondo, il vero impegno, la vera lotta che ciascuna religione ha dovuto intraprendere nei secoli, non è mai stato al fine di imporre qualcosa agli altri, ma di evitare di subire imposizioni da altri. Esempio: prometto che non ti obbligherò mai a usare il preservativo. Ma tu non devi imporre a me di non usarlo (o fare in modo che non ci sia, che non si distribuisca, che venga interpretato come un oggetto di peccato).
Terzo, nessuna religione, certo non la cattolica, si impegna ad una osservanza assoluta al suo interno. Ciascuna religione tollera e transige pur di mantenere un buon rapporto con i fedeli. Chi ha mai cacciato dalle chiese cattoliche un divorziato? Chi ha mai pubblicamente condannato personalità politiche che, in pubblico si professano cattolici e difensori di tutti i dogmi cattolici e nella loro vita ne hanno violati moltissimi? C'è, come è già stato detto da persone ben più autorevoli di me, un certo relativismo cattolico che non consente, all'improvviso, di richiedere leggi impositive per tutti, che rappresentano un solo punto di vista interno al mondo cattolico, per costruire, poi, intorno a queste leggi, alleanze e coalizioni politiche».

Gli preme però ritornare alla prima frase della sua riflessione sul rapporto fra fede e partiti. Aveva detto:

«la religione sembra impegnata a trasferire a destra valori di sinistra». E spiega:

«Dobbiamo sentirci fare la predica sui valori della famiglia da gente che si occupa solo di affari. Dobbiamo sentirci ammonire sulla moralità della nostra vita privata nell'epoca delle grandi truffe di bilancio, dei conti truccati, e praticamente della stessa gente. Dobbiamo ascoltare prediche sul valore della vita mentre si muore ogni giorno, soprattutto i bambini, di guerra, di fame, di AIDS, di paura».

Fatalmente il parlare del rapporto fra le religione e politica porta il Governatore a entrare con la consueta passione (Cuomo non è mai stato un uomo di caute posizioni intermedie) nella vita politica del suo Paese. Mi fa leggere ciò che ha detto ad una radio di Washington la mattina del 30 aprile, quando si compivano 100 giorni del governo di George W.Bush. Ecco il testo:

«Concittadini, oggi sono cento giorni che George Bush governa per la seconda volta gli Stati Uniti. Politicamente tutto è a suo favore: ha in mano la Presidenza, controlla la Camera e il Senato attraverso una maggioranza fedele, è sostenuto da una Corte Suprema che è ideologicamente di destra.
A tutto ciò George Bush aggiunge ora uno slogan. Vuole chiamare gli Stati Uniti "la società dei proprietari". Vediamo come pensa di costruirla. Ha tagliato e continuerà a tagliare drammaticamente le tasse ad esclusivo favore dei più ricchi del Paese e delle grandi aziende americane. Ha spinto e continua a spingere la classe media verso una vita più povera, mentre molto è negato e tutto costa di più: le cure mediche, la scuola, la benzina, le case. E i prezzi che salgono si mangiano anche decenti e meritati guadagni a chi ha lavorato tutta la vita. Non c'è un filo di speranza, nel Paese di George Bush, non per i poveri, tagliati fuori da tutto. Il deficit del Paese è spaventoso, aumenta ogni giorno e lo pagheranno i figli e i nipoti di questa generazione. Lo pagheranno caro. Adesso il Presidente mette le mani sulla Social Security (la pensione universale americana,...) con la visionaria e pericolosa idea di dare qualche soldo a tutti e poi ciascuno se la cavi da solo.
I Repubblicani, alla Camera e al Senato, vogliono, attraverso la nomina di nuovi giudici sempre più ideologicamente orientati sulla linea della destra religiosa, il controllo completo della Corte Suprema, delle Corti Federali.
In uno dei momenti più drammatici della vita americana in casa e nel mondo, fanno tutto questo perché puntano a una sola cosa: abolire il diritto di aborto, impedire la ricerca sulle cellule staminali. Non è un grande programma per un grande Paese.
Come pensano di riuscire a fare tutto questo, visto che esiste pur sempre una opposizione? Intendono restringere all'estremo il dibattito attraverso l'impedimento del "filibustering" (il diritto storico della opposizione americana di parlare senza limiti di tempo contro una legge, ndr). Vogliono abolire il nostro sistema di controllo e bilanciamento parlamentare ("check and balances") in modo che il Paese sia governato dal Presidente e da una Corte Suprema a sua immagine e somiglianza. È un progetto così indesiderabile, così distruttivo che noi democratici l'abbiamo definito "la opzione nucleare di George Bush". È ciò che James Madison aveva definito "la tirannia della maggioranza".
Ho ancora una speranza. Che i Senatori Repubblicani vedano il pericolo e si uniscano ai Senatori Democratici per impedire il pericolo che corre la democrazia americana».

Mario Cuomo attende che abbia finito di leggere e dice:

«Aggiungi però che io ho una speranza. Azzardo la previsione che non ci riusciranno».

Italia e America. Mario Cuomo ha sempre fatto una netta distinzione:

«I politici italiani a volte sbagliano. Noi siamo italiani-americani. Non abbiamo dimenticato nulla dell'Italia. Ma siamo americani. Dunque è da americano, che parlerò dell'Italia. L'Italia è ignota. I miei concittadini, non solo quelli di origine italiana, sanno tutto di Calipari e del modo incredibile in cui è morto. Ma non sanno nulla dell'Italia.
Con Berlusconi l'Italia è sparita dal radar dell'opinione americana, dei nostri giornali, delle TV, salvo le notizie sui processi del vostro Premier.
Berlusconi ha mandato soldati italiani in Iraq. Si tratta del terzo corpo di spedizione, dopo gli americani e gli inglesi.
Qui nessuno ne sa nulla, o meglio, lo sanno gli esperti, ma solo gli esperti. Si sa che sono trincerati in fortificazioni isolate, dove rischiano tutto e non possono fare nulla.
Persino dei vostri soldati morti non si sa nulla. Berlusconi pensa che una pacca sulle spalle filmata solo dalla TV italiana, sia il suo lasciapassare per uno status privilegiato. È un uomo esperto, un uomo di mondo. Come fa a non sapere che la politica internazionale non passa da una messa in scena d'amicizia di cinque secondi, ma lungo percorsi che richiedono molto più lavoro, più competenza, più impegno per il proprio Paese?
Come fa a non avere riflettuto sulla esclusione italiana nel seggio al Consiglio di Sicurezza? Come fa a non capire che un Paese che si dedica esclusivamente al culto del capo e trascura il mondo, viene a sua volta trascurato dal mondo che, per quel capo, non ha molta stima? Vi assicuro che l'Italia di Andreotti e di Craxi qui appariva mille volte meglio».

Sull'Iraq, Mario Cuomo ha le idee chiare dei democratici americani.

«Se dobbiamo aspettare la normalizzazione per ritirare le truppe, temo che aspetteremo a lungo. Ma non possiamo aspettare a lungo, il costo è immenso. L'Iraq è nel caos. Per far finire il caos, bisogna togliere da quel luogo la causa prima del caos, che è l'occupazione . Non sarà certo una situazione felice, dopo. Ma adesso?
Quanto a Berlusconi, se ritira le truppe subito, per la prima volta farà notizia come un alleato infido. Se lo fa in periodo elettorale e per ragioni elettorali, dopo che i soldati italiani sono rimasti invano in Iraq e sono morti eroicamente ma invano, perché nessuno ha disegnato un senso alla loro missione, l'immagine interna e internazionale di Berlusconi sarà ancora peggiore. Comunque molto piccola.
E l'Italia resterà, come adesso, isolata e a mani vuote. Può un grande Paese non avere un'idea, almeno un'idea, della sua politica estera?»

La domanda resta sospesa negli uffici silenziosi del ventiduesimo piano della Settima Avenue, mentre una assistente porta al Governatore pacchi di carte. Sorride e saluta. È la stessa assistente che tanti anni fa stava ad Albany, nell'ufficio del Governatore dello Stato di New York.
"

interventi dello stesso autore  discussione chiusa  condividi pdf