In limine mortis
Giuseppe Aragno - 20-05-2005
Autonomi e titolati - il titolo quinto è un pezzo pregiato nei quarti di nobiltà d'una insalata russa ch'è per quattro quinti a destra e per un quinto fa l'occhiolino al centro - posizionati a distanze di sicurezza dalle formule spericolate del "presidenzialismo operaio", ma audaci quanto basta per far balenare lampi d'operaismo, i neocon aprono la fabbrica dei programmi e pensano alla fabbrica dei voti.
Misurati, incapaci di passi decisi, non fecero la rivoluzione e non si rendono conto che serve una restaurazione. Avevamo una scuola dello stato fatta per uguali, ce l'hanno scippata per conquistare ceti moderati e simpatie clericali. Occorre dirglielo che restituire quella scuola al paese è un vero imperativo morale?
Se le cose stanno così, se c'è bisogno di dirlo, in questa fabbrica di calze riuscite a metà - mezze calzette - nascerà inevitabilmente un comprensibile luddismo.
Posizionati oculatamente dove lo specchietto per le allodole poteva essere più attraente, sostennero, autonomi e titolati, che lo stipendio degli insegnanti è una vera miseria. Se ne fecero un punto d'onore: stipendi europei. Erano già allora politici e sindacalisti dei quattro quinti a destra e ciò che resta a centro. Stipendi europei. Se i presidenti non operai che fabbricano programmi, non se ne rammentano più, cosa dire? Programmino antisclerotici e gerovital e non se ne vengano fuori col conto della spesa: i soldi non mancano. Si riduce all'osso il bilancio delle spese di guerra per la pace e di pace per la guerra e c'è di che arricchire scuola ed università. Fabbrichino se ne sono capaci, una visone politica alternativa. In essa si inserirà la scuola. Se ne sono capaci, se no, tolgano il disturbo.
Avevamo una scuola che si fondava sul criterio della solidarietà. Un banda di neocon che aveva preso lo stipendio dal PCI per una vita e poi s'era scoperta anticomunista, inventò un'altra scuola, una che rispondesse a logiche di mercato: domanda e offerta, rami secchi da tagliare con processi di razionalizzazione, accorpamenti, più alunni e meno classi, un baraccone da circo equestre che inseguiva studenti e genitori diventati clienti. e ogni scuola una specialità, una nicchia di mercato, coi dirigenti manager staccati dalla didattica e vendere fumo e tappeti persiani.
Occorre una fabbrica dei programmi? No. Serve una volgare ramazza e il cesto dei rifiuti. C'è una scopa in fabbrica o bisogna acquistarla?
Autonomi e titolati, ampiamente e obiettivamente valutati negli anni passati. sino a giungere alla bocciatura del 2001, i neocon concordano col presidente operaio e coi suoi scherani, e tornano alla carica sulla valutazione. E s'intende: non saremo noi a valutare il "prodotto" della fabbrica, ma la fabbrica a valutare noi.
Valutare. Ma cosa? Il migliore della mia classe quand'ero studente, lo scienziato della borghesia che aveva la media del nove e sembrava il terribile mostro del mio geniale Troisi, s'è scordato la vita a scuola e s'è trovato ultimo. Sarebbe andato come un treno fino in fondo alle domande dell'Invalsi o alle verifiche della Biblioteca di Pedagogia, ma s'è trovato ultimo. Quello che si arrangiava e pareva zoppicare è ora una spanna sugli altri e se parla ti incanti.
Valutare cosa? Tu investi sulla vita e tiri le somme in limine mortis. Se la sorte non ci mette lo zampino e non ti cambia tutte le carte in tavola. Valutare cosa? La vita che verrà? E come, quando, secondo quali parametri?
Restituiteci se potete, autonomi e titolati, ciò che ci avete impunemente tolto. E piantatela, autori di uno sfascio senza precedenti, di domandarci di non protestare per le inevitabili sofferenze legate ai cambiamenti. Non protesteremo e una domanda si fa strada insistente: Una domanda sola la faremo: non è venuta per caso l'ora di cambiare chi ci vuole cambiare?

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