breve di cronaca
Ghe pensi mì
La tecnica della scuola - 14-05-2005
Contratti pubblici: sarà Berlusconi a condurre la trattativa

Lo ha deciso venerdì 13 il Consiglio dei Ministri, dopo che l'Istat aveva divulgato i dati sull'andamento dell'economia. Il Presidente si richiama al senso di responsabilità delle parti sociali, ma i sindacati non ci stanno. E nella scuola si parla giù di blocco degli scrutini.

La delega conferita dal Governo al ministro Mario Baccini di chiudere rapidamente i contratti pubblici è durata meno di una settimana.

La partita del pubblico impiego che sembrava doversi concludere nel giro di pochi giorni se non addirittura di ore, è più che mai aperta soprattutto dopo gli esiti della riunione del Consiglio dei Ministri di venerdì 13, quando il Governo ha deciso di affidare al presidente Berlusconi il compito di incontrare i sindacati.

Fino a poche ore prima della riunione del Governo pareva che la soluzione fosse vicina: perfino Guglielmo Epifani, leader della Cgil, si era lasciato andare a commenti positivi, mentre Savino Pezzotta della Cisl parlava di un probabile accordo a 97,75 euro.

Ma a far saltare ogni ipotesi di mediazione ci hanno pensato i dati Istat sullo stato dell'economia del Paese.

Confindustria li ha commentati parlando di recessione, mentre lo stesso Berlusconi ha dovuto abbandonare il suo tradizionale ottimismo ed è stato costretto ad ammettere che recessione è una parola grossa, ma certamente la stagnazione c'è e non ci si può nascondere che la situazione è davvero difficile.
E' in questo clima che si arriva alla decisione di affidare a Berlusconi in persona il compito delicato di incontrare i leader sindacali nella giornata del 19 maggio.

Lo scontro è in realtà su poche frazioni di punto: il Governo è disponibile a trattare sulla base di aumenti che non superino il 4,5%, i sindacati hanno abbandonato da tempo la richiesta dell'8% e si sono ormai attestati sul 5%: la differenza insomma è inferiore al punto percentuale, ma i "falchi" del Governo (la Lega e una parte di Forza Italia) fanno osservare che ogni euro di aumento in più costa circa 63milioni di euro e che quindi ci vuole poco per far saltare gli equilibri già molto precari dei conti pubblici.
Berlusconi, per parte sua, sembra intenzionato a far leva sul senso di responsabilità delle parti sociali: aumenti eccessivi agli statali, sostiene il Presidente del Consiglio, ci farebbero passare davvero dalla stagnazione alla recessione e farebbero inevitabilmente aumentare l'inflazione.

Ma i sindacati non sembrano molto sensibili all'appello del Capo del Governo e hanno già fatto sapere che ormai non c'è più possibilità di mediare: o si chiude sui 100 euro o, a partire da giovedì, tutto il pubblico impiego sarà in rivolta e le azioni di lotta si susseguiranno fino a quando le richieste sindacali non saranno accolte.

E nella scuola già si parla di blocco degli scrutini e degli esami anche se in casa confederale c'è un po' di timore a dichiararlo esplicitamente: il rischio è che la componente movimentista e radicale possa prendere il sopravvento con esiti difficili da immaginare.

Reginaldo Palermo
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 da l'Unità    - 15-05-2005
Drammatico annuncio di Berlusconi

«Non ci sono soldi per i contratti».

Il premier prende atto del fallimento economico e
conferma che non darà aumenti agli statali
Poi ammette: c’è chi vuol farmi mollare.
I sindacati: «È il loro 8 settembre, sarà lotta dura»


ROMA In cassa non c’è più nulla, i lavoratori facciano sacrifici. Questo il messaggio lanciato dal premier al termine di un difficile Consiglio dei ministri. Berlusconi non accetta la parola recessione, ma ammette almeno la stagnazione. Oggi, «con l’Europa», è difficile far ripartire l’economia, lamenta il premier. Per questo le parti sociali devono «essere corresponsabili» dei destini del Paese. Intanto ancora promesse di sgravi fiscali: 12 miliardi di Irap in meno in un solo anno, copertura da dilazionare in 3 anni. Questo si proporrà a Bruxelles. Contratti pubblici verso un rinvio, per i sindacati sarà lotta dura. A tarda sera il premier ammette: io non mollo, ma qualcuno vorrebbe farmi mollare . . .
Non balla più sul Titanic il premier. Siamo già alla fase successiva. All’epilogo della tragedia. La nave del governo sta affondando e Silvio Berlusconi è costretto a mettersi alla ricerca di qualcuno che possa lanciargli un salvagente. Per restare a galla non gli è sufficiente l’accordo di tutti i ministri dopo quattro ore di Consiglio (che però mostra subito vistose crepe) sulla strategia da seguire maturata dopo una impietosa relazione di Siniscalco. Bisogna cercare di coinvolgere i sindacati, come suggerisce Fini, in nome di una «corresponsabilità» che nulla ha a che vedere con un ritorno alla «concertazione». Bisogna sollecitare la collaborazione dell’opposizione «che se ha in serbo idee che noi non abbiamo ce le dica e magari insieme vediamo di attuarle» dice il premier con un tono a metà tra la provocazione e la speranza che quelli ci caschino.
Il premier ci tiene a precisare «non sono pessimista ma realista» mentre è costretto ad ammettere che il «Paese è in stagnazione» davanti agli inesorabili dati dell’Istat che ci dice «che è un momento difficile». Certo, si difende, non è la condizione di «recessione» su cui punta il dito l’opposizione, i sindacati con Guglielmo Epifani che parla di «8 settembre» e anche la Confindustria ma, comunque, non è un gran bel risultato per chi ha sempre sostenuto che gli italiani stanno benissimo anche se non se ne rendono conto.
Mostra una faccia diversa dal solito Berlusconi, senza il sorriso dell’imbonitore convinto di poter vendere frigoriferi in Alaska, quando al termine della giornata in cui ha deciso che bisognava ancora una volta rinviare la firma al contratto degli statali che aspettano da sedici mesi, si presenta alle telecamere ed ai giornalisti nel tentativo di fornire la lettura ottimistica di una debacle.
Cosa che, per una volta, non gli riesce niente bene. Si barcamena tra l’ipossibilità a concedere agli statali mentre «anche il 60 per cento dei privati» aspettano la sigla al loro contratto. Dice di aver quantificato in 992 milioni di euro la spesa per accantentare le richieste di chi, in fondo, questo contratto lo vedrà «a regime solo nel 2006», cioè quando bisognerà cominciare già a lavorare a quello prossimo. Quasi a dire che forse si potrebbero allungare i tempi in modo da far pesare il costo sui bilanci futuri. Che, presumibilmente, non lo riguarderanno. Il primo esempio concreto del buco modello Berlusconi con cui bisognerà fare i conti.
«Non è facile rilanciare l’economia» è costretto per la prima volta ad ammettere l’uomo che sostiene che si governa proponendo sogni. È costretto a riconoscere che la tanto sbandierata riduzione delle tasse sugli italiani non ha avuto che l’effetto di un po’ di «solletico», cosa che peraltro «io sapevo bene». È costretto a dire che non è intenzionato a «fare una manovra bis» ma non anticipa come intende uscire da una crisi che torna a far aleggiare lo spettro del voto anticipato ad ottobre. In attesa di un Dpef che pensa potrebbe essere proposto «entro due settimane» ed anche l’anticipazione della Finanziaria, se sarà possibile, il Cavaliere guarda all’Europa.
L’ultima chance è riuscire ad ottenere da Bruxelles, facendo «un’azione di forza» il via libera al taglio dell’Irap per dodici miliardi di euro, tutto in un anno e non nei tre previsti, sfondando i parametri comunitari. «I partner europei dovranno fare un bagno di umiltà» dice Berlusconi in un improvviso ritorno di arroganza. Quel bagno dovrebbe farlo innanzitutto lui. Prima di perdersi tra le onde.

Bianca Di Giovanni