Scuola e democrazia d'esportazione
Giuseppe Aragno - 14-05-2005
Non la farò lunga e non cercherò le vie di mezzo. Non servono. Il fervore di discussioni, i voli pindarici sulla scuola che vorremmo, la passione con cui la immaginiamo, le domande rivolte ai futuri vincitori delle elezioni politiche affinché si pronunzino sulla scuola che vogliono, tutto questo ed altro ancora che leggo qui sulla nostra rivista, che passa sulla rete, correndo da un sito all'altro lungo strani percorsi circolari e tornando dopo mesi, avvitandosi al punto da cui s'era mosso, tutto questo mi intristisce e mi conferma nell'idea che occorre cercare altre vie.

I ballerini di seconda fila nei quali si spera ce l'hanno spiegata l'idea che hanno della società da costruire.
Il più sincero è Rutelli. La scuola statale per lui non esiste. E' il contrario: è lo stato a pagare i privati e onestamente l'ha detto: chi ha intenzione di fare una battaglia "contro la scuola paritaria, non mi avrà al suo fianco. Penso che dobbiamo guardarci dal rischio di alienare dall'intero centrosinistra vasti mondi della scuola e della formazione che rendono un servizio prezioso e che sarebbe gravissimo spingere nelle braccia della destra" [Unità, 22 novembre 2004].

Siamo noi a non voler capire. E questo è un ballerino onesto. Questo parla. Raccomandatela a Dini e a Mastella la scuola vogliamo: anch'essi vinceranno.
Non mi appassiona più una discussione sulla scuola, perché non riesco ad immaginare che se ne possa costruire una buona in una società che va allo sfascio. Abbiamo l'università di Zecchino e continuiamo a sperare che ne possano venire fuori insegnanti preparati. Si va avanti per crediti e per debiti, lauree brevi e specialistiche, master ed altre patacche di questo genere e il problema dei problemi è diventata la signora Moratti.
E' la concezione del mondo, sono i valori di riferimento che fanno da fondamenta a una scuola che funzioni. Bene. I futuri vincitori faranno una fatica tremenda ad essere a sinistra della destra americana. Se si distingueranno con qualche nitidezza da Dick Cheney, occorrerà fare salti di gioia.
La scuola che vogliamo! E il mondo che vogliamo? A chi lo chiediamo un disegno di società nato da una sinistra moderna? A D'Alema?

D'Alema! Ha avuto il coraggio di portare le nostri armi in Kosovo, più e meglio di quanto non abbia saputo portarle in Irak il suo compagno di bicamerale. E' uno che ha sbandierato ai quattro venti ciò che pensa della Costituzione e della legalità internazionale. E' stato chiarissimo in Parlamento, quando ci guidava allo sfascio e ci consegnava a Berlusconi: "Vorrei ricordare - ha affermato - che quanto a impegno nelle operazioni militari [nel Kosovo] noi siamo stati, nei 78 giorni del conflitto, il terzo Paese, dopo gli USA e la Francia, e prima della Gran Bretagna. In quanto ai tedeschi, hanno fatto molta politica ma il loro sforzo militare non è paragonabile al nostro: parlo non solo delle basi che ovviamente abbiamo messo a disposizione, ma anche dei nostri 52 aerei, delle nostre navi. L'Italia si trovava veramente in prima linea".
Con questo rispetto della Costituzione il vincitore si occuperà di scuola e di società. L'ha detto, non si è nascosto dietro un dito, a che serve? Non c'è altra scelta: o la sua destra rosso acquerello di ispirazione craxiana o Fini, Bossi e Maroni! E lo sa che non avete scelta. Lo sa, questo signore che dopo aver preso per anni lo stipendio dal PCI, giunto alla tragica farsa delle Torri Gemelle, ha ridotto in catene il senso critico dichiarando senza arrossire: "Dopo gli attentati mi sono detto: ci bombardano. Perché New York, l'America, sono casa nostra" [La Repubblica,16 settembre 1999].

Voi direte che era sconvolto e può darsi. Qualche difensore d'ufficio obietterà che poi s'è ripreso. Certo. E' tornato a fare conti e all'occorrenza chiacchiere ne ha sprecate per recitare la parte dell'opposizione. Guarito e lucido, ha fatto ricorso alla storia appresa dal suo bravo Bignami, e s'è dichiarato convinto: "Questa è una guerra condotta secondo logiche ottocentesche: anche Napoleone voleva esportare la rivoluzione. Finì con un'ondata controrivoluzionaria e con i patrioti spagnoli che scrivevano sui muri abbasso la libertà. Esportare la democrazia è un gioco molto pericoloso. Anche perché il modello Usa non è solo democrazia. Mi pare piuttosto un'occidentalizzazione forzata. Democrazia è infatti anche rispetto della legalità internazionale. Se la si calpesta, non si fa un favore alla democrazia. Quello che sta facendo l'amministrazione Bush non è mai accaduto nel dopoguerra e stabilisce un gravissimo precedente". [Ansa, 20 marzo 2003]

Ma i tempi cambiano e se si va al governo occorrono prudenza e compromesso. Si torna ad essere americani. Così, a inizio maggio del 2005, come se fossimo tornati al crollo delle torri gemelle, il futuro ministro degli esteri ci fa sapere che, "oggi, di fronte al disordine mondiale, esportare la democrazia con successo vuol dire che è impensabile escludere a priori l'uso della forza". E come non bastasse non solo cerca di convincerci della bontà del "nucleo centrale della nuova dottrina americana", ma espone ineffabile la filosofia della "Città Nuova": sostenere che "il fondamento della sicurezza internazionale sta in una espansione della democrazia, è un'idea giusta".

Il Centrosinistra non è cambiato. E' quello del 2001. All'interno guarda a Montezemolo ed al padronato illuminato. All'estero è lì, prono davanti a Bush. Per la scuola ha un solo programma: condurre in porto la privatizzazione.
interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 da Centomovimenti    - 14-05-2005
Vittorio Sgarbi con il centrosinistra: Prodi è d'accordo

"Io tradire Berlusconi? No. È stato lui a tradire me". Il centrosinistra si prepara ad accogliere anche l'ex forzista Vittorio Sgarbi. Lo ha annunciato lo stesso ex sottosegretario ai Beni Culturali del secondo Governo Berlusconi, precisando di aver già raggiunto un accordo con i piani alti dell'Unione.

"Saltare sul carro del vincitore? Non ci sono due carri. Ce n'è uno solo. Il centrodestra sarà spazzato via. I rapporti di forza nel prossimo Parlamento saranno 500 a 130 - ha chiarito nel corso di un colloquio con un giornalista del Corriere della Sera - non solo ho cercato Prodi, l'ho trovato. Ci siamo parlati, e lui mi ha detto che è d'accordo. Lo conosco da decenni. Prodi è un professionista della politica; quel che Berlusconi non è mai diventato".

L'ex presidente della Commissione Cultura ha poi spiegato che non ha solo intenzione di farsi eleggere nelle fila del centrosinistra, ma punta addirittura ad un posto nel futuro Esecutivo guidato dall'ex presidente della Commissione europea.

"Io ministro del centrosinistra? Magari - ha spiegato - siccome loro non vorranno, mi basta fare il sottosegretario tecnico. Il custode. Il pronto soccorso dei monumenti".