breve di cronaca
Quando finirà il silenzio delle regioni?
Tuttoscuola - 10-05-2005
Pochi lo hanno rilevato, ma le regioni hanno raggiunto un risultato di alto profilo innovativo in sede di revisione del decreto sul secondo ciclo presentato dal governo a gennaio. Nel nuovo testo infatti non si parla più di dividere il sistema educativo, e di lasciare i licei e/o gli istituti tecnici allo Stato e gli istituti professionali alle Regioni. Con tutti i problemi che conseguivano a questa pericolosa separazione (tipo 'esisteranno istituzioni scolastiche e docenti che dipenderanno dallo Stato e altre che dipenderanno dalle Regioni?').
Il nuovo testo del decreto, invece, accogliendo fino in fondo la rivoluzione imposta dal Titolo V della Costituzione e dalla sentenza n. 13 della Corte costituzionale, si limita a legiferare sugli aspetti ordinamentali del sistema educativo (percorsi liceali e livelli essenziali delle prestazioni per l'istruzione e formazione professionale), e lascia impregiudicati tutti quelli organizzativi e gestionali che competono, per l'intero sistema, alle Regioni.
L'impressione è che, dopo le modifiche introdotte al decreto, ogni scuola, fatta un'analisi della situazione, potrebbe decidere se proporre al proprio interno l'attivazione integrata di percorsi liceali e/o di istruzione e formazione professionale di durata variabile di tre, quattro cinque e più anni. Se così è, ogni scuola presenterà quindi i propri piani alle Regioni, ed esse, e solo esse, decideranno, in base alla programmazione predisposta, se, in quel territorio e in quella istituzione scolastica, si attiveranno i percorsi formativi richiesti.

La palla per decidere se un istituto professionale potrà avere percorsi liceali o un liceo potrà attivare anche percorsi di istruzione tecnica e professionale passerebbe quindi integralmente dalle mani del ministero a quelle delle Regioni e delle scuole. Il ministero istituirebbe soltanto sul piano ordinamentale, garantendo le relative risorse, i percorsi liceali richiesti e autorizzati dalle Regioni. Le polemiche così vive nelle scuole fino al gennaio scorso relative al 'dove finiremo: allo Stato o alle Regioni?' dovrebbero ridursi.
Una rivoluzione che si sta facendo purtroppo al buio, e senza un vero dibattito pubblico. Le Regioni infatti, dopo aver strappato questo enorme potere, continuano a tacere, complice il mancato insediamento dei presidenti usciti vincitori dalla recente competizione elettorale: su quali linee intendono portare la loro azione nelle prossime Conferenze Unificate? Su quella di tener distinti, come adesso, licei, istituti tecnici, istituti professionali e formazione professionale o su quella prevista dalla riforma che parla di un unico sistema educativo internamente articolato in percorsi liceali e percorsi di istruzione e formazione professionale di durata 'almeno' quadriennale? Sull'idea dei poli della Confindustria (lasciare la situazione come è adesso, ma limitarsi ad aggregare ai licei tecnologici ed economici anche percorsi di istruzione e formazione professionale tecnologica ed economica) o su quella del campus (in nome della pari dignità culturale e formativa dei percorsi del secondo ciclo, come è spiegato in un corposo inserto della rivista Scuola e didattica n. 16 del 1 maggio 2005, ristrutturare unitariamente l'intera offerta formativa liceale e di istruzione e formazione professionale dai 14 ai 23 anni in reti di scuole, con una massa critica istituzionale di tutto rispetto, quasi come le università, che consentirebbe molte economie di gestione e di organizzazione sia per i locali sia per il personale)?

Una cosa è tuttavia sicura: una scelta non è equivalente all'altra sia sul piano delle motivazioni sia su quello dei risultati. Sarebbe perciò interessante che le Regioni, e anche i sindacati cominciassero a dire come la pensano su queste scelte da cui dipende il destino di un paese che, come denunciano molti segnali di politica economica, rischia il declino. Per questo è necessario non guardare soltanto a Roma, ma sempre di più e meglio e in profondità ai capoluoghi di regione e alle politiche formative che stanno maturando in queste sedi.
Quali segnali giungono dalle trattative per la formazione delle nuove giunte regionali? Segnali contraddittori. In molte regioni, come si è fatto alla Provincia di Milano e di Roma, si procederebbe nella direzione di distinguere gli assessorati all'istruzione e all'edilizia scolastica da quelli alla formazione professionale che andrebbero legati al lavoro. Una configurazione istituzionale che sembrerebbe quasi consideri un conto la scuola, di serie A, un altro la formazione professionale, di serie B; in questa concezione la prima sarebbe al servizio della persona e del cittadino, la seconda invece al servizio del lavoro o dei drop out. Come finirà? Lo vedremo nei prossimi giorni.


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