La prima volta: primo maggio 1890. E domani?
Giuseppe Aragno - 30-04-2005
Compaiono d'incanto e non c'è verso di farli sparire; più i questurini ne strappano dai muri, più qualcuno di notte ne incolla di nuovi:
"Operai degli opifici regi, figli di popolo, voi vi troverete nelle vie il 1° Maggio! Nelle officine dove mal retribuiti vi logorate il corpo e l'anima non c'è posto, non ci deve essere posto il 1° Maggio!
Soldati, strappati ai campi, all'affetto della madre, del povero padre forse cadente, voi sareste tra i dimostranti il 1° Maggio, se non indossaste la divisa, perché nessuno di voi è felice e nelle povere case è freddo il focolare, soldati, e chi vi ama molti giorni digiuna
".
Primo Maggio 1890: festa del lavoro per la prima volta. E' più o meno così ovunque il mondo abbia fabbriche e operai: manifesti, comizi, cortei e prove di uno sciopero generale. Gli operai chiedono le otto ore. Otto, e ne fanno quattordici, donne e bambini compresi.
Moderni e all'avanguardia come sono, quando il profitto non è in discussione, gli imprenditori tornano padroni se ci sono di mezzo il salario, gli orari e le regole del gioco. Il 1890 potrebbe essere domani: gli operai sono ammattiti! E' scienza antica: per certe pazzie pericolose i medici migliori sono ancora i carabinieri.
Primo maggio 1890. A Piazza del Mercato non s'è mai visto niente di simile: ventimila operai e le bandiere rosse. Il colore del vino, scrive per l'occasione sprezzante Scarfoglio e scatena paure: sovversivi pericolosi, dinamitardi, come quel pazzo furioso di Ravachol, anarchico e terrorista. E la Questura? Che fa, aspetta la rivoluzione?
E' lì la Questura, s'è schierata in forze, ma i capi sovversivi, sorti dal nulla come i loro manifesti, passano furtivi per l'antica Sant'Eligio e, va a capire come, giungono ad uno ad uno nella piazza presidiata. Sotto gli occhi delle guardie allibite appare un palco improvvisato, un tavolo fra le bandiere rosse, e un oratore grida: lavoratori, unitevi!. Scatta la repressione, violenta ma tardiva: la folla arretra, ondeggia, poi reagisce e la cavalleria non passa. Attorno al palco c'è chi fa quadrato e il comizio continua, ma la piazza è un inferno: fuoco di moschetti, cavalli a briglia sciolta, feriti, arresti e gli operai in manette, trascinati verso il carcere di peso. Accuse pesanti - disobbedienza alle leggi, associazione sovversiva, istigazione all'odio di classe - e un progetto preciso: seppellire la protesta operaia sotto secoli di galera.
Il fatto è che se lavori contro la storia la tua partita è persa.
Fu tutto vano e vennero altre feste del lavoro. I medici dei pazzi sembravano impazziti: Crispi sciolse il Partito Socialista e segregò nelle isole migliaia di lavoratori e a maggio del 1898 Bava Beccaris sparò a mitraglia sulla folla disarmata. Corse il sangue, ma per ricondurre l'ordine nel paese non bastarono stati d'assedio, tribunali di guerra e secoli di galera e domicilio coatto. Finì che la pistola di Bresci uccise Umberto I: aveva in mente i morti di Bava Beccaris.
E' andata così, va sempre così, i terroristi li creano in provetta l'ingiustizia e la disperazione che i medici dei pazzi producono giorno dopo giorno con le loro miracolose medicine: la fame, l'ignoranza, la miseria morale e quella materiale, la disperazione, lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Fingiamo d'ignorarlo: l'unica possibile guerra preventiva si combatte con le armi della giustizia sociale.
Finirono in carcere gli operai del primo maggio 1890. Due anni dopo, in tribunale, Giovanni Bovio, che li difendeva, fu lucidissimo: "non vi neghiamo i tributi e la difesa e neppure il lavoro vi neghiamo, ma solo che rimuoviate gli ostacoli che fanno il lavoro impossibile o sterile per noi: [...] questo vi chiediamo e voi ci rispondete coi fucili nelle mani dei nostri figli e con aspre sentenze di giudici. I chierici ci fecero dubitare di Dio; i signori feudali ci fecero dubitare di noi stessi, se uomini fossimo o animali; la borghesia ci fa dubitare della patria, da che ci fa stranieri sulle terre nostre. Voi, giudici, badate: non fateci dubitare della giustizia. Che ci resterebbe? Temiamo di domandarlo a noi stessi: di noi temiamo, non della sentenza".
Una invocazione e un monito, più che mai attuali oggi, per noi, che a cannonate imponiamo la democrazia e nei nostri mari neghiamo accoglienza e solidarietà, oggi, che gli imprenditori, tornati padronato, riconducono lo scontro tra capitale e lavoro ai confini della prima rivoluzione industriale: nei paesi poveri producono la soverchiante marea di disperati con la quale attaccare i diritti nei paesi sviluppati in nome delle leggi del mercato. Il capitale ha oggi capacità d'analisi e strategia di lotta e gli fanno da sponda alternativamente, con la stessa funzione di conservazione, la destra liberista e la sinistra liberal-laburista. A traino, il sindacalismo classico, svilito, ridotto al rango di mera agenzia di servizi, rappresenta sì e no frange di lavoratori privilegiati. Liquidata in tutta fretta la cultura marxista, non abbiamo strumenti di analisi. Chi sono i lavoratori oggi? E chi lavora contro la storia? San Precario non ha tutela sindacale e la festa del lavoro, quando non unisce, divide. Non è un caso che la pistola di Bresci sia tornata a sparare, mentre di nuovo, sotto i nostri occhi, si lavora quattordici e più ore al giorno per una zuppa, buona tutt'al più ad allungare un tormento. Non è un caso, non lo è, se i 15 dollari con cui il capitale paga un'ora al più povero degli operai europeo con paga sindacale, sono quelli sottratti agli sventurati che ovunque, dietro l'angolo rassicurante delle strade in cui abitiamo, contano la paga in centesimi: prendere o lasciare, e il lavoro non ha né orari, né tutele.
Che senso abbia realmente oggi il primo maggio sarà la storia a dirlo, quella che i nostri figli scriveranno domani: sarà ciò che andiamo facendo noi oggi.
Rosso vino. Uno Scarfoglio di turno lo si trova sempre, spesso però la storia scopre che è stato rosso sangue.
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