Alle radici del nostro presente
Giuseppe Aragno - 23-04-2005
Che la Resistenza sia stata praticamente rossa e figlia di comunisti e compagni e che, di conseguenza, la Costituzione che da essa nacque sia ormai un anacronistico impaccio da cui liberare il Paese, non è, come tentano di farci credere i padri spirituali della seconda repubblica, il prodotto di una recente ed originale riflessione. Tutt'altro. La destra lo sa bene, gran parte del centro sinistra lo ignora, non so se per connaturata doppiezza o per la povertà culturale che lo contraddistingue. Alle spalle di questo teorema ci sono motivi cari a quella parte del fascismo che, dopo la guerra, conservò impunemente le sue radici, dando frutti via via più velenosi. In questo senso non è casuale che la nascita della cosiddetta seconda repubblica, così come pensata dai teorici del definitivo sdoganamento di Fini e compagni e della Bicamerale, passi per la via condivisa della pacificazione e, quindi, della parificazione: da sinistra, per esser chiari, i ragazzi di Salò e da destra l'equazione Foibe - Resistenza. Non è casuale e - ciò che più conta - rischia di favorire l'affermazione di un moderno fascismo.

L'anticomunismo quasi berlusconiano che affligge buona parte degli ex comunisti - incapaci di fare serenamente i conti con la propria storia - ha, di fatto, spianato la via alla formula dei totalitarismi che sono tutti uguali e non c'è scelta: prima di gridare allo scandalo per la Costituzione aggredita, occorre smetterla una buona volta di fare da sponda ai revisionisti.
Alle radici della seconda repubblica c'è l'equiparazione del fascismo al comunismo. Checché ne pensino gli ideologi della politica senza ideologia, l'equazione è fascista - quindi ideologica e politica - e il valore della ics per cui essa risulta verificata, l'aveva già trovato uno dei teorici dello Stato Corporativo, che il 20 dicembre 1945 così annotava nel suo diario:

Fascismo e comunismo. Bisogna dare atto a Gide che ci voleva un certo coraggio morale a scrivere, nel 1931: "Et si j'approuve la contrainte soviétique, je dois approuver également la discipline fasciste [1]".
Un antifascismo comunista, fondato sull'accusa di liberticidio, di dittatura, di pugno duro, d'accentramento di poteri, di statalismo, di 'dirigismo', e chi più ne ha più ne metta, è un non senso. Lo stesso non senso d'un anticomunismo fascista, basato sui medesimi argomenti. Se Mussolini è morto ancora in pieno "cesarismo", Stalin vive ancora in pieno "zarismo": due parole, si sa, sinonime. [...] Quei democratici che collaborano coi comunisti in nome dell'antifascismo o non sanno quel che fanno o sono degli ironisti. L'antitesi tra comunismo era (o è) di metodo, il primo anticipando quell'unificazione sociale, quella classe unica, cui il secondo sarebbe ineluttabilmente giunto, se invece che sul formalismo amministrativo e burocratico del partito [...] avesse poggiato sull'attivismo rivoluzionario del sindacato. Un antifascismo comunista serio dovrebbe non combattere il fascismo che fu, ma il potenziale fascismo insito nelle dittature comuniste che, sul modello russo attuale si vanno instaurando in Europa. Conclusione provvisoria: l'antifascismo che intenda "restaurare" la libertà democratica, non può non essere implicitamente anticomunista; l'antifascismo che intenda instaurare una nuova concezione e prassi della libertà, coincide col migliore e più autentico fascismo" [2]
.

Il democratico così preoccupato delle sorti dell'antifascismo era Giuseppe Bottai che, partito dall'esperienza di ras delle squadracce di Tivoli, giunse a fondare e dirigere per venti anni Critica Fascista, fu l'uomo della Carta del Lavoro e di quella della scuola, resse l'INPS, fu governatore di Addis Abeba e guidò il Ministero dell'Educazione Nazionale. Protagonista del ventennio, pensò ed impose con Grandi l'ordine del giorno che al Gran Consiglio mise in minoranza Mussolini. Custodito in Vaticano - ebbe una crisi mistica - si arruolò nella legione straniera, combattendo contro i nazisti, e fu assolto dall'ergastolo, cui era stato condannato per il suo passato di altissimo gerarca fascista, grazie alla sanatoria che consentì l'ennesimo tutti a casa di questo nostro disgraziato Paese. Fece ritorno a Roma nel 1948 e vi morì a gennaio del 1959. Rifiutò di rientrare in politica - la DC premurosa gliene aveva offerto l'occasione - ma fu l'ispiratore de Il Popolo di Roma, che aggregò monarchici, liberali, missini e uomini della destra democristiana - fascisti riciclati come lui - pronti a sostenere la DC, in modo che essa non dovesse fare apertamente ricorso al MSI di Almirante, padre putativo di Gianfranco Fini.
Bottai, a suo modo, era stato repubblicano e non repubblichino. Non vide - non poteva giungere a vederla - la crisi del sistema politico nato dalla Resistenza, ma la sua idea fascista di Italia antifascista l'abbiamo davanti ogni giorno: è viva, concreta, ha anima e corpo. Vendetta sua postuma e vergogna di quanti oggi si strappano vesti e capelli perché si vuole colpire a morte la Costituzione, come se il colpo non fosse partito da chi ha tenuto a battesimo la seconda repubblica. Paradossalmente persino Bottai dissentirebbe per le medaglie appuntate sul petto dei ragazzi di Salò che, se l'avessero avuto tra le mani, gli avrebbero fatto la pelle, mentre la civilissima prima repubblica lasciò che vivesse. A riabilitarlo ci ha pensato la seconda, quella della Bicamerale, del sangue dei vinti e dei giorni della memoria smemorata. La repubblica che in fondo sognava Bottai.


[1] Se approvo la costrizione sovietica, devo anche approvare la disciplina fascista, in André Gide, "Journal". 1889-1939 - Bibliothéque de la Pléiade, p. 1084.
[2] G. B. Guerri (a cura di), Giuseppe Bottai, Diario 1944-1948, Rizzoli, Milano, pp. 234-235.

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