I paesi più poveri del mondo condannati dall'indifferenza
Aldo Ettore Quagliozzi - 21-04-2005
All'alba del nuovo pontificato di Roma, al primo punto dell'agenda del nuovo pontefice massimo, non dovrebbe mancare il tema della riflessione di Arturo Zampaglione, che dà il titolo alla rilettura, tema compreso nella sua consueta corrispondenza settimanale sul supplemento economico del quotidiano "la Repubblica".
Torna a me sempre cara una personale convinzione, delle più crudeli ed inumane; per quanto ci si possa riempire la bocca di buoni propositi, il mondo ricco, cristianizzato, tecnologicamente avanzato, si industrierà sempre per limitare la partecipazione del resto delle umane genti allo scialacquio planetario, al fine di salvaguardare gli equilibri energetici ed ambientali del pianeta Terra, condannando scientemente quindi la gran parte dell'umanità all'indigenza ed al sottosviluppo, non avendo strumenti adeguati di progresso ecologicamente compatibile con le risorse prelevabili e limitate.
E' un amaro destino cui il mondo progredito e cristianizzato si è autocondannato, anche in contrasto con le più nobili, altruistiche sue convinzioni; non è quindi l'indifferenza additata e condannata dal notista, quanto la paura del proprio soccombere in termini di disponibilità delle risorse del pianeta Terra, paura contenuta e controllata proprio con l'esclusione dei più dall'allegro ed irresponsabile sfruttamento del pianeta.

« Un maxiorologio di fronte alla Banca mondiale ricordava a ministri e banchieri, giunti a Washington per le riunioni primaverili del G7, che il tempo stringe.
Ogni tre secondi un bambino muore a causa della estrema povertà. E la stessa "malattia" cioè la povertà, con tutte le sue implicazioni (sottoalimentazione, assenza di farmaci, pessima igiene) uccide ogni giorno più di 20mila persone nel mondo, per un totale annuo di 8 milioni.
Sono cifre che fanno impallidire i conteggi dello tsunami. Sono numeri così grandi e pesanti da sembrare incomprensibili, quasi surreali.
"Eppure la nostra generazione può scegliere di mettere fine all'estrema povertà entro il 2025", dichiara Jeffrey Sachs, il giovane economista della Columbia university che, in attesa del premio Nobel, ha conquistato un posto tra i cento personaggi più influenti del mondo, scelti da Time.
Consigliere di Kofi Annan, Sachs guida la crociata socio economica dell'Onu nel quadro del Millennium projects e ha appena pubblicato un libro rompighiaccio intitolato "The end of poverty", La fine della povertà.
"Non è una previsione di quel che accadrà", mette le mani avanti Sachs, "ma solo un'analisi di quel che potrebbe accadere".
A differenza del passato, esistono i mezzi economici per far fronte alla sfida posta da quel miliardo di persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno, soprattutto in Asia e in Africa.
Basterebbe che i paesi ricchi investissero nello sviluppo lo 0,7% del loro pil per raggiungere l'obiettivo fissato dall'Onu del dimezzamento della povertà entro il 2015.
E a quel punto la completa eliminazione potrebbe realizzarsi entro il 2025. "Le idee di Sachs fanno più rumore di una chitarra elettrica", scrive Bono, rockstar degli U2 e portavoce delle cause dei paesi sfortunati, nell'introduzione del libro.
Secondo Bono, a differenza di molti professori che vivono nelle torri d'avorio, Sachs è il paladino di una nuova "scuola di pensiero": quella delle capanne di fango.
"The end of poverty" è nato infatti da una lunga esperienza sul campo, prima in regioni con l'inflazione galoppante, poi in Russia (come consigliere di Eltsin), poi ancora in paesi in via di sviluppo.
E contiene una serie di ricette semplici, comprensibili, quasi banali, ma non per questo meno efficaci.
Un esempio tra tutti: basterebbe moltiplicare le reti antizanzara per frenare l'epidemia di malaria tra i bambini africani.
Non tutti condividono le tesi di Sachs. Il Wall Street Journal le liquida come "utopiche pianificazioni centralizzate di burocrati globalizzati".
Gli antiglobal criticano la fede nei meccanismi di internazionalizzazione dell'economia. Sachs risponde che la globalizzazione ha permesso alla Cina di ridurre il numero dei poveri di 300 milioni in 15 anni e all'India di altri 200 milioni.
Ma il vero pericolo per Sachs e Bono, per Kofi Annan e soprattutto per quel miliardo di poveri del mondo, è l'indifferenza dei paesi ricchi.
Lo si è visto nelle ultime riunioni del Fondo monetario che ha di nuovo rimandato la cancellazione dei debiti dell'Africa.
E l'Italia, purtroppo, continua ad essere ultima nella classifica della solidarietà.
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