A proposito di vandalismo
Noemi Lovei - 19-04-2005
Quando ci si trova a corto di idee (nuove) e di tempo, si ritorna alle cose vecchie.
Come mi ha riferito un vero intenditore, oggigiorno si ristampano e si pubblicizzano libri scritti circa vent'anni fa. Niente di male, soprattutto se sono libri "buoni" e se l'operazione editoriale è fatta con il criterio dell' "onestà professionale", ovvero: se i libri in questione non vengono presentati come nuovi.
A pensarci bene, è giusto ogni tanto spolverare qualche volume già letto, invece di produrre fiumi di parole "nuove", rileggere parole sagge che non hanno bisogno di essere parafrasate... a proposito, per esempio, di vandalismo.
Manca poco alla fine dell'anno scolastico, e nel Napoletano, la chiusura sembra avvenire nel segno dell'inizio. Ricordate gli episodi di vandalismo di settembre? Quella volta, ne erano protagonisti il Nord e il Sud senza alcuna distinzione. Di un nuovo capitolo si ha notizia sulle pagine napoletane di La Repubblica, il 14 aprile:

«Sono entrati nel liceo scientifico "Severi" di Castellammare di Stabia per cospargere aule e corridoi di creolina, ma sono stati bloccati dai carabinieri che li hanno sorpresi mentre, a bordo di un motorino, tentavano di fuggire. Due ragazzi di 15 e 17 anni sono stati denunciati perché accusati di voler danneggiare l'istituto. /.../ Per i carabinieri, i due adolescenti, il più piccolo dei quali frequenta ancora il liceo, avevano da tempo progettato il raid vandalico.
A Napoli, intanto, in via Casanova, alcuni ragazzi hanno lanciato due bottiglie molotov nel cortile di una scuola. Annerite dal fuoco le scale dell'istituto.
»

Spinta dalla voglia di capire e mettere ordine nei pensieri, ho fatto ciò che, distratta da impegni, non sono riuscita a fare in settembre: ho riletto un libro scritto da Melita Cavallo, attualmente presidente della Commissione per le adozioni internazionali e nel passato, giudice minorile a Milano e a Napoli. Il libro si intitola "Ragazzi senza" e, a dir la verità, non è proprio "vecchio" poiché è stato edito da Bruno Mondadori nel vicino 2002. Si tratta di un'analisi profonda e coinvolgente, capace di illuminare quel nero reale e simbolico che avvolge le scale di tanti istituti scolastici... come quello di cui si legge nella cronaca napoletana.
Il brano che segue è tratto da questo volume.

«La scuola nei territori di frontiera, non essendo adeguatamente attrezzata, perde così migliaia di ragazzi, li vede a poco a poco allontanarsi, e li abbandona alla strada, ai boss del quartiere. Sono ben convinta che non sono mai i ragazzi ad abbandonare la scuola; è la scuola ad allontanarli, a non farsi carico dei loro problemi, a non decifrare i loro messaggi di aiuto, a non essere capace di capirne il profondo, anche se celato, desiderio di appartenenza a quella struttura dalla quale si sentono invece progressivamente esclusi, come diversi e indesiderati.
/.../ Il sistema, dunque, non essendo attrezzato a dare risposte ai minori provenienti dall'area dello svantaggio, finisce con il provocare inesorabilmente l'allontanamento e il conseguente abbandono della scuola da parte degli "alunni difficili", portatori di una sottocultura inaccettata; ne abbassa il livello di autostima e li accomuna, favorendone l'aggregazione in gruppi, nei quali è modello vincente la violenza in ognuno di loro latente.
Sono espressione di questo fenomeno gli atti vandalici sulle strutture scolastiche, che si segnalano su tutto il territorio nazionale, di cui sono autori i ragazzi difficili, emarginati e rifiutati dal sistema scolastico. I dati disponibili mostrano che la quasi totalità dei fatti si sono verificati nelle zone più svantaggiate delle grandi periferie urbane. Spesso le scuole hanno dovuto circondarsi di muri perimetrali altissimi, sovrastati da pesanti reti metalliche, e apporre sbarre alle finestre, per avere subito ripetutamente veri e propri assalti all'edificio, con il risultato che la scuola ha assunto l'aspetto di un carcere!
/.../ La scuola dell'obbligo deve attivare in ogni ragazzo le potenzialità esistenti, attualizzarle, esaltarle, coordinarle con quelle degli altri ragazzi della classe. A tal fine deve attuare programmi mirati, personalizzati, perché ogni ragazzo possa sentirsi accettato, gratificato e non mortificato nel rapporto con la scuola. Se un ragazzo non è accolto e amato dalla scuola, se non è neppure in minima parte valorizzato, non può frequentarla, perché non è in grado di sostenere il distress psicologico e la frustrazione dello scacco, e in qualche modo reagirà. Ma l'unica modalità a lui nota è quella violenta: così danneggerà le suppellettili, quella lavagna, quel banchetto, quella sedia, o - meglio ancora - quella terribile cattedra; allagherà la stanza dei computer, dove per punizione non gli permettono mai di entrare; incendierà la biblioteca, dove non gli consentono di accedere, né tantomeno di prendere un libro; ingiurie e minacce alle maestre, pestaggi ai "primi della classe" non si contano. Sono chiari segnali di un forte disagio esistenziale che, se non verrà raccolto, esploderà in condotte reato ben più gravi.
»

A questo punto potrei anche scrivere la parola FINE, potrei... forse, se non avessi davanti a me il giornale ancora aperto. E in effetti, una nota finale è di dovere, perché nella stessa pagina che riporta la notizia sul "vandalismo nelle aule", appare un articolo più lungo e dettagliato, introdotto dai seguenti titoli: «La zuffa scoppiata nel cortile dell'Istituto "Don Bosco". Il ragazzo ferito da un coetaneo, ora è fuori pericolo»; «A 14 anni rischia la morte per tentare di sedare una lite» ; «La lama del temperino cinese si è fermata a pochi centimetri dal polmone»

Non vi sembra una triste conclusione per l'analisi di Melita Cavallo?


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