Il fosco periodo delle passate assurdità
Anna Pizzuti - 15-04-2005
Regia Prefettura di Frosinone – Fiuggi

Al presidente dell'Amministrazione provinciale
A tutti i capi degli uffici provinciali
Ai sigg. sindaci della Provincia


Destinato dalla Commissione Interalleata di Controllo e dal Governo italiano ad esercitare le mie funzioni in questa provincia, invio a tutti il mio cordiale e deferente saluto.
L'arduo compito della ricostruzione nella tormentata e martoriata Vostra terra non mi spaventa; mi lusinga, anzi e mi inorgoglisce, e mi considero lieto e fiero di porre a disposizione del fine nobilissimo le mie modeste possibilità e, soprattutto il massimo spirito di sacrificio che l'ora richiede.
Conto sulla collaborazione di tutti gli onesti e di quanti non risultano compromessi durante il fosco periodo delle passate assurdità di una trista parentesi che si deve ritenere definitivamente chiusa.
Il generoso concorso delle nazioni Unite non mancherà, come non è mancato nelle altre province già prima liberate dalla oppressione nazi-fascista. Ma dobbiamo dimostrare agli Alleati di sapere e poterci aiutare anche noi stessi, con gli scarsi mezzi a nostra disposizione e con un largo spirito di solidarietà.
Uno per tutti! Tutti per uno! Ecco il motto e l'insegna che vi addito. E avanti. Con serena e maschia fermezza, nel rinnovato clima di libertà, per risanare le profonde ferite morali e materiali della Patria.

Fiuggi, 11 giugno 1944
Il prefetto


Non c'è documento, anche minimo, che non contenga tracce delle quali tener conto; anzi, a volte, è proprio l'apparente non significanza del documento a permetterci di cogliere fino in fondo il significato - o la manipolazione - di una svolta della storia.
E' il caso, a mio avviso, di questo messaggio del suo primo Prefetto alla provincia di Frosinone liberata da poche settimane, rinvenuto nell'archivio del comune del mio paese.
Siamo nel giugno del 44 ed in una zona che, pur avendo vissuto duramente e pagato prezzi dolorosissimi alla guerra fascista ed all'occupazione tedesca, non era tra quelle nelle quali la lotta partigiana fosse stata presente ed organizzata come in altre regioni d'Italia.
Siamo nel giugno del 44, eppure il revisionismo è già iniziato, prima ancora che la Resistenza si concluda con il 25 aprile del 1945
Traspare, dal documento, l'attenzione, la fatica quasi, con la quale le parole sono state scelte, perché risultassero sufficientemente ambigue.
E' il passaggio centrale che ha maggiormente attirato la mia attenzione:
" Conto sulla collaborazione di tutti gli onesti e di quanti non risultano compromessi durante il fosco periodo delle passate assurdità di una trista parentesi che si deve ritenere definitivamente (e la sottolineatura è nel testo) chiusa."
E' il fatto che, nel capoverso successivo, la dicitura oppressione nazi-fascista compaia, a farci chiedere il perché del giro di parole costruito nel passaggio precedente ed a legittimare il sospetto che a dover essere definitivamente chiusa fosse la parentesi delle lotte di popolo contro quell'oppressione. Proprio mentre, invece, proseguiva e diventava più atroce lo scontro nel Nord, alla fine di un inverno - quello del 44 - durante il quale il generoso concorso delle nazioni Unite era venuto a mancare alla Resistenza, proprio per timore che i partigiani mettessero una ipoteca troppo forte e chiara sulla liberazione.
Tralascio di approfondire l'analisi linguistica della perorazione finale, che trova la sua spannung in quella serena e maschia fermezza - pervasività di uno stile duro a morire o traccia di una continuità che stava già cominciando a tessere trame? - per chiedermi se non fosse iniziata già nel 1944, quella "guerra della memoria" sulla Resistenza dalla quale - con la Costituzione - è nata l'Italia repubblicana.

La guerra della memoria è il titolo del libro di Filippo Focardi in uscita il 15 aprile da Laterza (sottotitolo: «La Resistenza nel dibattito politico italino dal 1945 ad oggi», pp. 347, euro 20).
«I materiali proposti - scrive Simonetta Fiori recensendo il libro su La Repubblica del 7 aprile - documentano la centralità della ricorrenza del 25 aprile nella storia dell´Italia repubblicana, una sorta di specchio fedele delle differenti vulgate e del nuovo senso comune storiografico dilagante nell´ultimo quindicennio. E soprattutto il permanere per oltre mezzo secolo, a tratti sotterraneo ma potentissimo, d´un filone anti-antifascista che dagli anni Novanta ha trovato luminosa ribalta su prestigiosi quotidiani: con argomenti - e questo è l´aspetto più clamoroso - perfettamente coincidenti con quelli usati dalla stampa neofascista, alla fine del conflitto mondiale e in stagioni successive. (...) "Ma che dobbiamo festeggiare?", sbotta nel 1955 sul Secolo d´Italia Giorgio Almirante».
La circolare che Ermini, ministro dell'Istruzione invia alle scuole per il 25 aprile di quell'anno sembra rispondergli: l'anniversario della nascita di Guglielmo Marconi, avvenuta, giustappunto, il 25 aprile del 1874.
Ed era il primo decennale del 25 aprile. Ma già da diversi anni era iniziata la stagione in cui l'antifascismo era visto come un disvalore, e durante la quale il silenzio sottintendeva un vero e proprio processo alla Resistenza. Ed i quotdiani erano specchio di quella realtà, come scrive Enrico Penati su Liberazione del 21 aprile 1998:
«Nella prima pagina del Corriere della sera del 25 aprile 1951 neppure una riga ricordava la ricorrenza. L'anno successivo c'è un titolino a una colonna: "Le celebrazioni". Nel 1953 scompare anche il titolino e così pure nel 1954. La Liberazione? Mai avvenuta. I partigiani? Mai esistiti».

Si avverte, racconta Giovanni De Luna «quello che Guido Neppi Modona definì un "oscuro senso di colpa" verso i militanti della mussoliniana RSI», che «affiorava attraverso l'equiparazione tra le parti in causa, per additare nei partigiani i responsabili morali della disunione nazionale, di una lotta fratricida, gli autori di una pagina della nostra storia da dimenticare, rimuovere». Ed è proprio il 26 aprile del 1954 che viene emessa «la sentenza del Tribunale supremo militare (...) che (...) rappresentò il culmine delle pulsioni assolutorie che attraversarono tutta la magistratura italiana, sia civile che militare. Questo Tribunale Militare - riporta il De Luna - ricorda l'anelito di pacificazione che pervade tutto il popolo italiano e tutti i partiti, nessuno escluso, anelito tradotto dai singoli Governi che si sono susseguiti, dal 1946 a oggi, in decreti di Sovrana clemenza, intesi a porre sempre più sullo stesso piano morale tutti gli italiani in buona fede, per modo che tutti si sentano figli della stessa Patria, e non vi siano più dei tollerati, degli umiliati e dei reietti, cui si possa, ad ogni istante, rinfacciare un passato che fu piuttosto opera del fato, che degli individui, salvo la legittima repressione dell'azione delittuosa, da chiunque commessa, secondo i canoni immutabili del puro diritto».

Il testo che accompagna le immagini della mostra I muri del 25 aprile, organizzata a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Parma nel 2001, ci fa ripercorrere, con l'aiuto dei manifesti, le tappe della guerra della memoria.
Tappe sintetizzate ancora da Filippo Focardi, che ci rende il quadro – come scrive Bruno Gravagnuolo sull' Unità del 9 aprile – delle tre "narrazioni" dell'antifascismo:
«Quella ostile, qualunquista e monarco - fascista. Tesa negare il tratto liberatorio dell'antifascismo in quanto "partitocrazia". Quella moderata e democristiana: antifascismo come ripristino anticomunista della liberal-democrazia. Quella socialcomunista e azionista: antifascismo come promessa e premessa di rivoluzione democratica (non violenta). Con differenze in quest'ultima versione, tra letture saragattiane, radical-azioniste e gradualiste togliattiane. In realtà non c'è mai stata una sola narrazione vincente e davvero "egemonica". E anzi - documenta Focardi - solo negli anni sessanta i manuali scolastici cominciarono a registrare gli anni 1943-45. E soltanto nel 1975 vi fu la prima manifestazione unitaria di tutto il cosidetto «arco costituzionale».
Il passare degli anni, De Luna lo sottolinea, ha però fatto in modo che nelle ricorrenze del 25 aprile "gli aspetti celebrativi" tendessero "a soppiantare quelli militanti" cosa che sempre accade quando la memoria smarrisce i suoi riferimenti ai "documenti, per definirsi compiutamente come monumento", fino al punto "di favorire più l'oblio che il ricordo". E l'oblio, o meglio, il sonno della memoria genera il mostro del revisionismo. Che ormai rischia di diventare senso comune e che fa scempio non solo della memoria, ma anche del futuro.

Per Angelo D'Orsi, docente di Storia contemporanea all'Università di Torino, il tentativo di cancellare il 25 aprile risale agli anni '80 " quando comincia a configurarsi un movimento politico-ideologico revisionistico. Già alla fine di quel decennio si arriva in realtà a mettere a fuoco il nodo fondamentale che non era né il fascismo né la Resistenza ma l'attacco alla Costituzione repubblicana. La polemica sulla Resistenza era in realtà funzionale al punto di arrivo, ovvero al cambiamento della Carta Costituzionale ". Cambiamento che è, ormai, sotto i nostri occhi.
E' possibile rinvenire in tutti gli atti prodotti dal governo della destra in questi quattro anni una costante. I bersagli veri sono colpiti prima attraverso atti "collaterali", tiri preparatori, di avvicinamento - il giaciglio sul quale la ragione si adagia per cominciare il suo sonno - e solo in ultimo si arriva a sferrare il colpo finale. E' accaduto per la giustizia, per l'informazione, per la scuola. Sta accadendo ora per la Costituzione, il bersaglio per eccellenza. Non è per ignoranza, come spesso siamo portati a dire, ma per disegno deliberato che la riforma costituzionale della destra è stata preceduta ed accompagnata da una serie di iniziative di legge che spesso restano chiuse nelle aule parlamentari, non fanno quasi notizia, fino a quando qualcuno non le scopre.
E' accaduto nei mesi scorsi per la legge sul riconoscimento della condizione di belligeranti ai militi della repubblica di Salò, è accaduto qualche giorno fa per l'istituzione del 9 novembre, data della caduta del muro di Berlino come giornata della libertà.
"Varrebbe la pena di sforzarsi a trovare per il futuro una ricorrenza meno conflittuale del 25 Aprile. Compito difficile, considerata la storia del nostro paese, ma indispensabile per non radicare all'infinito inutili divisioni" si legge il 2 aprile sul Domenicale, il settimanale di Dell'Utri. Detto fatto. Il 6 aprile la Camera approva.

La Costituzione nata dalla Resistenza, si diceva una volta. La nostra Costituzione, non quella piduista, prima ancora che berlusconiana. Perciò bisogna colpire la prima, per preparare meglio l'attacco alla seconda.


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