Riforma della Costituzione o colpo di Stato?
Pierluigi Nannetti - 11-04-2005
Quando viene affrontato il tema della revisione della Costituzione, c'è un punto fondamentale, che, generalmente, viene presupposto o viene del tutto dato per scontato. Si tratta della questione se il popolo, attraverso i suoi rappresentanti o direttamente (attraverso referendum), abbia o no un potere sovrano di apportare qualunque cambiamento alla Costituzione. La questione, secondo me, è inquinata dalla convinzione, ormai interiorizzata e assoluta, che la sovranità popolare sia un principio indiscutibile nelle democrazie moderne e che, dunque, ogni decisione sia possibile, basta che in qualche modo tale decisione sia conforme alla sovranità popolare e che questa si possa esprimere in maniera inequivocabile.
Ecco, è proprio questa indiscussa convinzione generale che impedisce di affrontare il tema della revisione costituzionale in modo adeguato.
Molti hanno affrontato la questione dal punto di vista del contenuto della riforma (meglio sarebbe dire distruzione) costituzionale, che l'attuale maggioranza politica ha intenzione di portare a termine, ed io stesso ho sostenuto, tempo fa, tesi come quelle ultimamente sostenute da G.Gentile, G. Perrone, G. Aragno e altri. Con questo mio ulteriore intervento, però, vorrei porre in primo piano la questione della scorrettezza giuridico – istituzionale del modo con cui questa maggioranza intende deformare la Costituzione.
Torniamo alla questione della sovranità popolare. Se stiamo alla forma, la Costituzione non solo afferma due principi prima ancora di riferirsi alla sovranità popolare, il principio democratico e quello cosiddetto lavorista ("l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro"), ma, quando attribuisce la sovranità al popolo, aggiunge che "il popolo stesso la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Nella sostanza ciò vuole proprio evitare l'eventualità, oggi molto più che una semplice ipotesi, di derive plebiscitarie e di equivalenti dittature di maggioranze.
La questione, come è facile capire, è di rilevantissima importanza proprio per quanto riguarda il tema dell'attuale revisione della Costituzione.
Intanto c'è da rilevare che, nella Costituzione, non c'è alcuna norma che preveda la convocazione di una nuova Assemblea Costituente. Le nuove Costituzioni, infatti, sono il prodotto di grandi avvenimenti storici, come lo è stata l'attuale Costituzione, frutto delle vicende che, attraverso guerre tra stati e guerre di liberazione nazionale, portarono alla fine del fascismo in Italia e del nazionalsocialismo in Germania; e come lo fu lo stesso Statuto Albertino frutto dei movimenti liberali e risorgimentali intorno alla seconda metà dell'Ottocento. Oggi non si capisce quale sia l'esigenza storica di una nuova Costituzione, se non il soddisfacimento degli interessi economici e finanziari di una banda di affaristi che ha saputo, attraverso gli enormi mezzi di comunicazione di cui si è appropriata, influenzare l'opinione di gran parte del popolo. Tanto che, invece che perseguire loro particolari interessi con strumenti spesso al limite della legalità, hanno capito che lo possono fare con l'osservanza apparente delle forme giuridiche contenute nella stessa Costituzione. Però l'osservanza è solo apparente e tale apparenza, paradossalmente, è proprio contenuta nel loro continuo appellarsi alla sovranità popolare.
Per capirlo bene è necessario entrare anche nel merito delle questioni più specificatamente giuridico – costituzionali. Si tratta del rapporto gerarchico tra il testo originario della Costituzione e le leggi di revisione. Secondo una "vecchia" tesi, a mio parere tuttora convincente, di C. Mortati (uno dei padri della Costituzione e, da molti moderni costituzionalisti, ritenuto un interprete indiscutibile dell'autentica volontà della Costituente), il fatto che il titolo VI della Costituzione contenga tanto la disciplina degli organi di giustizia costituzionale quanto quella del procedimento di revisione, conferisce alla stessa revisione solo la funzione di preservare l'integrità del testo originario.
Il significato del procedimento aggravato per rivedere la Costituzione è pertanto il seguente:
1. La Costituzione, testo fondamentale del patto sociale che esprime il legame profondo di tutti i cittadini e di tutte le classi sociali, ha una validità decisiva e definitiva.
2. Essa dunque deve essere attuata in tutti i suoi aspetti e rimarrà tale in tempi molto lunghi, tanto che si potrebbe richiedere qualche suo aggiustamento.
3. Modifiche ed aggiustamenti potranno essere certamente apportati, ma, proprio per garantire che il significato profondo del testo originario non venga stravolto, essi dovranno essere introdotti con un procedimento che ne garantisca il contenuto migliorativo e conservativo.
4. Di conseguenza, le norme di revisione, prodotte da un organo costituito (il procedimento aggravato stabilito in sede di Costituente), sono da considerare in ogni caso, anche se sottoposte a referendum popolare, subordinate all'organo costituente, tanto da individuare, tra le norme di revisione e il testo originario della Costituzione, lo stesso rapporto di subordinazione che c'è tra
decreti legislativi del governo e legge delega.
Al di là del fatto interpretativo, la tesi mi sembra convincente perché è strettamente legata al carattere di rigidezza della Costituzione. E tale carattere è l'anima, per così dire, di quell'Alto Patto Sociale, rappresentato appunto dal testo costituzionale, che si sostiene stia alla base dell'ordinato vivere civile. Rompere quel patto non è ammissibile, nemmeno da parte di maggioranze, parlamentari o no. Tanto più che quel patto contiene moltissimi punti che a tutt'oggi non hanno trovato piena attuazione. E sono punti fondamentali, come l'istruzione pubblica e statale in ogni ordine e grado (oggi, e ormai da diversi anni, in pericolo), i diritti sociali e della persona, e, non ultimo, il diritto al lavoro, su cui è (o dovrebbe essere) fondata la nostra Repubblica.
Non si obietti che si vuole riformare (deformare) solo la seconda parte della Costituzione, quella ordinamentale, mentre la prima parte, quella dei diritti e doveri, resterebbe invariata: è assolutamente insostenibile che tra le due parti non ci sia uno stretto collegamento, anche senza entrare nel merito per non appesantire troppo questo già pesante intervento.
Quello che, a mio modo di vedere, è abbastanza inspiegabile è che nemmeno la sinistra abbia impostato in questi termini l'opposizione al progetto dell'attuale maggioranza di distruggere la Costituzione. Impostare l'opposizione in questi termini implicherebbe la denuncia del tentativo da parte dell'attuale maggioranza di governo di un vero e proprio colpo di stato, appena velato di formale regolarità con il rispetto formale dell'art. 138 della Costituzione. Significherebbe non solo appellarsi al Capo dello Stato affinché intervenga per bloccare la distruzione della Costituzione, di cui Lui è garante, ma anche suscitare movimenti sociali di opposizione nella società a tale progetto. Significherebbe impegnarsi nel legare l'opposizione alla distruzione della Costituzione ad un programma politico di integrale attuazione della Costituzione stessa.
Ma forse è proprio questo che la nostra debole opposizione non ha né la capacità né la volontà di fare.
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