Lettera ai docenti
Silvana Meloni - 11-04-2005
A TUTTI I COLLEGHI

Il 18 marzo era stato indetto uno sciopero generale del pubblico impiego, per il settore scuola tutte le organizzazioni sindacali, eccezionalmente concordi, hanno inserito nella loro piattaforma rivendicativa il rinnovo del contratto, ormai scaduto da due anni, e la condanna della riforma Moratti. Nel nostro istituto, sede centrale, gli scioperanti non hanno superato il numero di dieci unità. Constatato questo dato, dopo un primo momento di rabbia e sconforto, si è imposta alla mia coscienza la necessità di un momento di riflessione che andasse oltre l'emotività.
Per prima cosa vorrei sottolineare che le valutazioni personali che seguono prescindono assolutamente da qualsiasi condanna morale nei confronti dei singoli colleghi che hanno ritenuto di non scioperare, giacché la libertà di scelta di chiunque ed in qualsiasi circostanza è comunque per me principio fondamentale, per questo motivo colgo l'occasione per porgere le mie scuse a coloro nei confronti dei quali, tra il serio ed il faceto, ho dato del "crumiro" proprio venerdì 18. Voglio anche precisare che ho deciso di scrivere queste righe mossa esclusivamente dalla volontà di tentare una "autocritica" sul modo di affrontare un momento così grave come quello che, ritengo, stiamo attraversando.


Il primo motivo di riflessione mi nasce da un argomento che è stato sollevato in occasione di un recente convegno sulla scuola a cui ho partecipato. Si è, in tale circostanza, ricordata l'ultima lettera di un giovane ucciso in prigionia durante il fascismo, Giacomo Ulivi (documento peraltro presente in diversi manuali di diritto per le scuole). Il punto centrale del documento è una riflessione sul qualunquismo, identificato come elemento determinante l'affermazione ed il protrarsi della dittatura e della violazione di ogni libertà. Se la gente vede la politica distante da sé e rifiuta di sentirsi parte della "polis", vuoi per sfiducia vuoi per presunzione, il risultato non può che essere che la politica sia resa davvero ai danni dei cittadini. Ulivi ci ricorda che la politica è "affar nostro", di ciascuno di noi, e che il vero pericolo si presenta quando cominciamo a pensare che deve essere responsabilità di "qualcun altro".
Il secondo motivo di riflessione è invece di natura strettamente sindacale. Le organizzazioni sindacali da tempo ci sono lontane, in parte perché non siamo una categoria compatta e su cui contare per aver forza contrattuale ed in parte perché nessuno di noi vi si riconosce, giacché troppo spesso il pubblico impiego, ed in particolare la scuola, hanno rappresentato merce di scambio per vittorie contrattuali in altri più agguerriti settori. Loro non ci rappresentano e noi non rappresentiamo loro, ma non possiamo dimenticare che siamo comunque assolutamente incapaci di prescinderne per portare avanti una qualsivoglia, anche infinitesimale, rivendicazione. E' evidente per tutti che spesso, in particolare in quest'ultima occasione, i sindacati non si peritano di organizzare adeguatamente una mobilitazione della nostra categoria, le notizie arrivano all'ultimo momento, frammentate e confuse, senza alcuna chiarezza neppure da parte degli organi di informazione. E' pur vero che i canali di mobilitazione non possono essere solo gli organi di informazione, la diffusione capillare è sempre stata affidata, in ogni categoria, alle organizzazioni stesse dei lavoratori, ufficiali e non. A noi questa capacità oggi manca. Il fatto poi che l'unica forma di mobilitazione che riescano ad offrirci sia lo sciopero generale, periodico, nonché svincolato da una programmazione seria delle forme di lotta, non piace a nessuno, e neppure a me.
Eppure non riesco a non scioperare. Forse per un inguaribile retaggio infantile, come qualcuno mi ha suggerito, che diventa oggi anche masochistico, giacché anche la mia tasca, non pingue, piange la trattenuta. A questo si aggiunge lo sconforto di far parte di una cerchia troppo ristretta per considerarsi, in qualche modo, significativa.
Fin qui la mia "autoflagellazione". Ma io voglio andare oltre.
Non voglio vergognarmi di fronte a Giacomo Ulivi, morto per la libertà, per piangere sui miei sporchi 65 euro di trattenuta, per lamentarmi di un sindacato deludente, per soccombere alla demenziale scelta della distruzione della scuola pubblica e della più che probabile perdita del mio posto di lavoro dopo vent'anni di insegnamento.
Credo che la mia "infantile" irritazione sia troppo poco di fronte alla emozione che mi provoca l'altissima posta in gioco in questo momento. Quale mobilitazione vorremmo per noi dagli altri, se noi stessi non siamo disposti a rinunciare a 65 euro di trattenuta e facciamo gli schizzinosi perché abbiamo un sindacato che non ci rappresenta adeguatamente. Non sarebbe forse stato il caso di prescindere dalla forma e cogliere la ghiotta occasione di una mobilitazione per far sentire la nostra voce, non sommessa ma urlata a gran voce? Avremmo potuto sorpassare e sovrastare chi ci ha relegato in coda, avremmo potuto legarci ai cancelli, avremmo potuto organizzare una assemblea con tanto di striscioni e comunicati ai mass media... Avremmo potuto, ma non abbiamo fatto neanche un giorno di sciopero.


Nel ringraziare Silvana per il ricordo intenso e commovente di Giacomo Ulivi, lucido, coraggioso ed appassionato esempio di resistenza senza "trattenute", riportiamo alcuni link a titolo di documentazione [Red]

Chi era Giacomo Ulivi
Il testamento spirituale di Giacomo Ulivi in una lettera agli amici
Modena, 10 novembre 1944


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 elena fazi    - 17-04-2005
anche nella mia scuola ha scioperato una percentuale bassissima.Anch'io rispetto la libertà di ciascuno e non giudico, Dio me ne guardi, le azioni degli altri,tuttavia anche per me questo fatto ha costituito motivo di riflessione.Condivido le tue osservazioni
Ma lo sconforto mi assale. E' vero, gli scioperi costano e i nostri stipendi sono bassi, ma secondo me è proprio questa sfiducia nei sindacati, questo tirare a campare, questo demandare agli altri le prese di posizione e, soprattutto, preferire alla scelta diretta
l'inutile diritto di mugugno, che non serve a niente e a nessuno. "Piove, governo ladro! " questo è tutto quello che ricaviamo dai collegi, che alla fine votano a stragrande maggioranza quello che è all'ordine del giorno senza pensare o per piaggeria.
Mi rendo conto che questo non è un commento, è uno sfogo, ma come fare per far capire che qui non si tratta ei singoli bensì della scuola di stato, del diritto allo studio e dell'offrire atutti le medesime opportunità di formazione?Come risvegliare la coscienza di chi ha scelto di educare i giovani?tutti i giovani!


 Giampaolo Sprocatti    - 17-04-2005
Probabilmente anche gli insegnanti sono stanchi di pagare per fare ottenere ciò che è loro diritto da 18 mesi. Le forme di lotta proposte dai sindacati non sono rotenute credibili e soprattutto inutili, oltre che dannose al corpo insegnate. Ci sarebbero forme gratuite che potrebbero avere conseguenze immediate e sicure.

 carmina ielpo    - 17-04-2005
Cara Silvana concordo con tutto ciò che dici, anch'io come te sono una tra le poche che scioperano ogni volta che c'è uno sciopero della categoria. Spesso comunque non arriva l'informazione o, se arriva è tardi per aderire.

 olindo    - 19-04-2005
Purtroppo anche nel mio Istituto la percentuale è stata bassa, la categoria tutta non ha o forse non ha mai avuto una sua identità, spesso sento dire che siamo dei professionisti a volte che siamo degli statali altre volte che non abbiamo lo status di lavoratori per via delle nostre sole 18 ore, onestamente la confusione e l'ambiguità di fondo non ci permettono di capire che i numeri relativi alla partecipazione agli scioperi sono a vantaggio di chi ci governa. Olindo