breve di cronaca
Integrazione scolastica
Superabile - 08-04-2005
Ma il tribunale è davvero la via più giusta per l’integrazione scolastica?

La sentenza del tribunale di Cagliari, che ha assegnato a un ragazzo disabile il maggior numero di ore di sostegno possibili, è solo l’ultimo esempio delle decisioni dei giudici a favore del diritto allo studio degli alunni con disabilità. Ma spesso in casi di questo genere si tiene conto esclusivamente degli obblighi dell’amministrazione scolastica, ma non di cosa significhi la vera integrazione.

La sentenza del tribunale di Cagliari con la quale si assegna ad un alunno con disabilità il massimo possibile delle ore di sostegno didattico, è una delle ultime della lunga serie di sentenze conformi che riconoscono il diritto allo studio tramite l’integrazione scolastica.

Come ho già avuto occasione di sostenere in numerose sedi e scritti, il tribunale, specie a seguito della richiesta di provvedimenti di urgenza, non può fare diversamente, dal momento che la famosa sentenza n. 215/87 della Corte Costituzionale ha dichiarato il diritto pieno e incondizionato all’integrazione scolastica nelle scuole di ogni ordine e grado.

Però devo fare osservare che quella sentenza conteneva altre massime che fissavano i diritti che realizzano l’integrazione scolastica; fra questi hanno la stessa importanza dell’insegnante per il sostegno anche gli assistenti per l’autonomia e la comunicazione, nei casi documentati della loro necessaria presenza ( ad es. per alunni con disabilità soprattutto, ma non esclusivamente motoria e sensoriale). Orbene queste figure professionali non sono a carico dell’amministrazione scolastica, ma degli enti locali. Inoltre l’art 41 del decreto ministeriale n. 331/98 prevede espressamente che per le deroghe in più alle ore di sostegno occorre tener conto del numero degli alunni di cui si compone la classe, della preparazione specifica di tutti o di alcuni o di nessun insegnante curricolare, della gravità a fini didattici dell’alunno certificato in situazione di disabilità.

In tutte le sentenze dei tribunali ho però riscontrato che il tribunale tiene conto del contratto, coi conseguenti obblighi, stipulato fra amministrazione scolastica e famiglia e quindi prendono in considerazione solo l’obbligo della sola amministrazione scolastica a fornire il sostegno didattico e non si curano degli altri obblighi nascenti in capo alla stessa amministrazione (come quello di formare i docenti curricolari e formare le classi non troppo numerose) e quello in capo agli enti locali.

Per questo già la L.n. 104/92 all’art 13 comma 1 lett. “a” ha previsto la stipula degli accordi di programma fra amministrazione scolastica, enti locali ed Asl. Ma nessuno, tranne rare eccezioni, si cura di fare applicare questa norma.

E così, fra l’inattività di alcuni e le sentenze della magistratura, si sta consumando una errata interpretazione della normativa dell’integrazione scolastica, che sta isolando sempre più gli alunni con disabilità con il “loro” insegnante per il sostegno dal resto degli altri insegnanti, che delegano tutto al collega specializzato e dai compagni.


Questa, a mio avviso, è una logica individualistica, connaturale al codice civile, ma completamente estranea alla cultura corale dell’integrazione scolastica che vuole una presa in carico di tutti gli operatori necessari a realizzare il progetto di vita dell’alunno nella sua integrazione con gli altri.

Molti genitori sempre più si rivolgono al giudici per ottenere il massimo del sostegno didattico sino ad arrivare all’assurdo del tribunale di Ancona dell’aprile dello scorso anno che assegnò 40 ore di sostegno didattico, poiché la scuola media era a tempo pieno.

La via giudiziale all’integrazione scolastica, se necessaria quando sono assegnate troppe poche ore di sostegno, è la via più corretta, in generale, per affermare il valore della comunicazione, della socializzazione e degli scambi relazionali, fissato dall’art 12 comma 3 della L. n. 104/92 e con esso la qualità dell’integrazione come fatto di enorme rilevanza sociale?

Salvatore Nocera


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 Rosanna Vittori    - 07-04-2005
Porto Sant’Elpidio 6 aprile 2005

La via giudiziale all'integrazione scolastica, quando sono assegnate troppe poche ore di sostegno, è la via più corretta per affermare il valore della comunicazione, della socializzazione e degli scambi relazionali e con esso la qualità dell'integrazione come fatto di enorme rilevanza sociale?’

Con questa domanda S. Nocera mette il dito nella più dolorosa delle piaghe della recente storia dell’integrazione scolastica dei disabili e cioè la frequenza cui ci stiamo abituando con la quale sono ormai i giudici ordinari a decidere in materia di assegnazione dell’orario di sostegno agli studenti che ne hanno bisogno. Le risposta è chiara e scontata. NON PUO’ ESSERE QUESTA LA VIA.

Ma credo che questa recente storia vada analizzata molto attentamente. Ci si sarebbe aspettata un’analisi dal Ministro, una presa di posizione, ma a quanto ne sappiamo pare non si sia verificato. E dunque proviamo ad analizzare.

Quello che i giudici vanno affermando è che l’ art 12 comma 3 della L.n. 104/92 , nella scuola della Repubblica Italiana, va rispettato. Un fatto che dovrebbe essere ovvio in una scuola ispirata al dettato della Costituzione, dove è sancito che il diritto allo studio è fondamentale diritto di cittadinanza e l’obbligo scolastico è fatto di promozione sociale, culturale ed umana. Altro è probabilmente lo spirito della cosiddetta Riforma Moratti, sulla cui aderenza al dettato costituzionale potrebbero essere avanzatii dei dubbi. Ma la l’104/92 è una delle leggi più avanzate che si possano immaginare e non solo per quel che riguarda l’integrazione scolastica, ma proprio per il disegno, la visione complessiva in cui inserisce questa, come parte essenziale di un’idea di cittadinanza.

Viene da chiedersi: chi governa le dinamiche interne della scuola, perché fa fatica ad ispirare il suo operato a norme come questa? Norma per la cui conquista si è nel passato tanto lottato e lavorato. Quelle che sono state conquiste di civiltà, in una società evoluta non dovrebbero essere messe in discussione. Potrebbe sembrare un’ovvietà. Impedire l’integrazione scolastica dei disabili, ha lo stesso valore della riapertura dei manicomi, o della creazione dei ghetti…
Ci sono state battaglie civili importanti nella nostra storia. E anche la scuola le ha fatte. Se ne è persa la memoria?
E se proprio la scuola getta la spugna, se è stanca di mantenere in vita dei valori alti, che ne sarà del resto della società’?
Vorrei sapere: in quante scuole d’Italia l’integrazione dei disabili è vissuta (vissuta NON scritta nelle programmazioni!) come un fatto di educazione civica degli alunni cosiddetti ‘normali’, cioè come formazione a quell’idea di cittadinanza che vuole la Costituzione? In quante scuole della Repubblica Italiana sono stati coinvolti i genitori, le famiglie – in quanto coeducatori ai valori civili - in questi progetti? Altrimenti, parlare di ‘integrazione’ è senza significato.
Può essere che sia in crisi un’idea di cittadinanza. Può essere che stiamo, nei fatti, assistendo al rapido propagarsi di un’idea di ‘cittadino - indifferente’ dove il metro per valutare le scelte è l’utile dell’individuo chiuso in sé stesso, insensibile-indifferente a tutto quello che accade fuori dal perimetro della propria pelle.

Bene: se è questo che riscontriamo, allora che la scuola si interroghi, non subisca passivamente la cultura dilagante, rinunciando persino a capire. E’ bene che la scuola con i suoi attori principali, che sono gli insegnanti, i dirigenti scolastici, non rinunci al suo ruolo educativo e di promozione sociale. E non aspetti che l’ispirazione le venga dall’alto, perché questo nella scuola italiana non si è mai verificato. Che il popolo della scuola, dunque, si riappropri del suo ruolo fondamentale. Si, perché questo è il ruolo che la scuola ha avuto e deve continuare ad avere nell’Italia Repubblicana.

Rosanna Vittori


 Fiammetta Colapaoli    - 12-04-2005
Il rispetto delle leggi passa anche per i tribunali

In merito all’ultima sentenza emessa dal tribunale di Cagliari che ha assegnato ad un alunno disabile il maggior numero di ore di sostegno, non condivido né l’interrogativo di Salvatore Nocera, né la risposta di Rosanna Vittori, la quale afferma perentoriamente che la strada dell’integrazione non può passare per i tribunali.
Ritengo, infatti, che laddove vi è una lesione del diritto sancito dalle leggi dello Stato, sia non solo necessario, ma anche doveroso, ricorrere al giudice per sancire l’esigibilità di quel diritto negato.
Molte volte, troppo spesso, permettiamo che in Italia le leggi siano disattese.

L’interrogativo che personalmente mi pongo è un altro e riguarda l’opportunità di demandare ai genitori, spesso disorientati, deboli e soli, il rispetto di quella normativa che dovrebbe garantire a tutti le condizioni per un’effettiva integrazione scolastica.
In quanto legge dello Stato, la Legge n.104 del ’92 dovrebbe essere rispettata da tutti e dunque, in primo luogo, proprio da quei funzionari dell’Amministrazione statale, dirigenti scolastici, Direttori regionali, ex provveditori, ai quali è affidato il compito di attuarne e verificarne l’applicazione.
Il dottor Nocera, da esperto della materia qual è, sa che, in base a quanto previsto dalla L.449 del’97, la richiesta di ore di sostegno in deroga, rispetto a quelle assegnate, avviene sulla base di un progetto e della certificazione che indica la situazione di gravità. Tutta la documentazione viene poi inviata alla Direzione regionale, per il tramite del Centro dei Servizi Amministrativi,
Forse ciò che il professor Nocera non sa, è che spesso il primo taglio rispetto alle deroghe richieste è affidato proprio a quell’organismo al quale è demandato il compito di vigilare sull’applicazione dell’Accordo di programma, il GLIP; successivamente, quando le richieste di deroghe arrivano alla Direzione scolastica regionale, si ha la seconda sforbiciata, l’ultimo intervento di lesione del diritto avviene a livello di MIUR. E’ così che a quell’alunno, per il quale erano state richieste diciotto ore di insegnante di sostegno, ne vengano assegnate a mala pena sei.
Gli uffici periferici dello Stato, dunque, lungi dall’applicare la norma più favorevole a garantire l’integrazione scolastica e con essa il rispetto delle legge, applicano il principio della compatibilità economica e del taglio; del resto è la stessa legge, la 292 del 2002 (art.35), ad affidare alla Direzione regionale il compito di rendere compatibili gli organici del sostegno con il contingente assegnato.
Cosa può e deve fare un genitore per rendere esigibile il diritto del figlio al rispetto, non della L.104, ma della stessa Costituzione stessa che, all’art. 3, sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini e che sempre allo stesso articolo assegna alla Stato il compito “ rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la liberta e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese” ?
Può e deve quel genitore, qualora ne abbia gli strumenti conoscitivi e le possibilità economiche, rivolgersi al Tribunale, anche per tutti coloro che non sono in grado di far valere i propri diritti..
Un giudice di Firenze, all’avvocato della difesa che motivava il taglio delle ore richieste in deroga appellandosi proprio al dovere del proprio assistito al rispetto la legge, ha obiettato che “ la prima LEGGE che occorre rispettare è la COSTITUZIONE”.

S. Nocera e R Vittori sembrano poi imputare ai giudici e alle loro sentenze la responsabilità di un’integrazione che viene affidata ai soli insegnanti di sostegno. Non condivido, ovviamente, neanche quest’assunto.
L’integrazione scolastica viene oggi ad essere minata dalle fondamenta non dalle sentenze dei giudici, non dagli improvvidi ricorsi dei genitori ai tribunali, ma per l’elevato numero d’alunni per classe, per la riduzione del tempo scuola, per le norme sugli anticipi, e per una riforma che, creando il doppio canale, vorrebbe riportare indietro l’orologio della storia nel nostro Paese.

Ma guardiamo al futuro e ponendoci un interrogativo vero.
In una società dominata da una cultura individualistica e competitiva, può esserci ancora spazio per la condivisione di un progetto e per la promozione dei diritti di cittadinanza anche per i più deboli?
Non ci può essere ovviamente integrazione scolastica laddove il percorso formativo è affidato ad un solo insegnante, quello di sostegno appunto, ma perché si torni allo spirito degli anni settanta, quando iniziò il percorso dell’integrazione e agli ottanta quando si ebbe la messa in discussione dei manicomi, occorre ripensare i fini e i principi su cui si basa non l’integrazione scolastica, ma la stessa convivenza civile in Italia, in Europa e nel mondo.

Fiammetta Colapaoli