breve di cronaca
La scuola-azienda modello perdente
Metronews - 05-04-2005
Bisogna riconoscerlo: in un Paese di forti conflittualità come il nostro l’unità creatasi fra i rappresentanti della Pubblica Istruzione, dalla scuola elementare all’università, dagli studenti agli insegnanti, dai dottorandi ai ricercatori, dai presidi ai rettori, è davvero un fatto straordinario e, dobbiamo riconoscerlo, tutto il merito va alla ministra Moratti. Tutti, ma proprio tutti, uniti nella protesta contro una riforma globale che invece di potenziare, con strumenti e mezzi adeguati, l’istruzione pubblica, pluralista e laica, sta tentando di trasformarla in una struttura di tipo aziendale. Via il tempo pieno, via l’educazione musicale, via ciò che non è immediatamente utilitario, ciò che attiene, cioè, alla formazione della persona umana. Vige la logica del mercato. Ma non è una fissazione “neocon” quella di trasformare le istituzioni che devono essere al servizio del popolo in strutture para-aziendali?

Vi ricordate come l’idea dello “Stato azienda” aveva entusiasmato la maggioranza degli italiani? Ma governare uno Stato democratico come se fosse un’azienda vorrebbe dire eliminare l’opposizione (che per una impresa sarebbe letale), e dunque eliminare la stessa democrazia. E la scuola pubblica che c’entra con le regole del mercato? Giusta la libera concorrenza fra le scuole private per quanto attiene spese e profitti, ma anche scelte confessionali e didattiche, purché esse non sottraggano risorse (novanta milioni di euro!) alla scuola pubblica. La scuola di Stato, pluralista e laica, ha un’altra funzione: quella di garantire l’accesso gratuito, o semigratuito per i gradi superiori di istruzione, università compresa, secondo le fasce di reddito, a tutti i cittadini. Questo presuppone un potenziamento delle risorse e non il taglio, come ha decretato la ministra, una riqualificazione (ma anche una giusta sistemazione) del personale docente e non la sua burocratizzazione, un aggiornamento serio della didattica, un rinnovamento delle strutture, se si vuole riformare questa vecchia scuola scardinata che è stata modello per tutte quelle europee.

L’ultimo scontro con la signora di ferro, responsabile dell’istruzione, l’hanno avuto i 77 rettori di tutte le università italiane che hanno tentato vanamente di indurla a rimettere mano all’inaccettabile riforma dei docenti, ma di fronte alla sua pervicace ostinazione hanno bruscamente interrotto il dialogo e bloccato l’attività degli atenei. Avevano tentato, i benemeriti, di salvare la fascia dei “ricercatori” (ventimila), di ottenere l’aumento dei fondi per la ricerca, ridotti ormai al lumicino, essendo stati invece aumentati del 7% annuo i fondi previsti per le università non statali, avevano tentato di convincerla della necessità di fermare la fuga dei cervelli che, se “fuggono”, vuol dire che sono molto richiesti altrove, sebbene si siano formati nella tanto deprecata università italiana. Questa volta, però, la compatta e durissima opposizione di tutto il mondo accademico ha sconfitto la signora e l’ha costretta a ritirare il disegno di legge, per ora. Se ne riparlerà dopo le regionali.

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