Voglia di politica, con la P grande
Alfredo Galasso - 28-03-2005
L' editoriale di Raniero La Valle e' da condividere pienamente. Non solo. Occorre risvegliare i molti democratici, sinceramente democratici, i quali non si sono ancora accorti della strategia e della meta perseguite da questa funesta alleanza politica di centrodestra; dico alleanza politica, perche' spero che gli elettori del Polo la pensino diversamente. Il punto e' che l'informazione e' pressoche' nulla, e il rischio grave consiste nel solito semplificante messaggio: chi difende la Costituzione della Repubblica e' un (noioso) conservatore, retrogrado e antimoderno; chi propone e vota la (contro)riforma e' un innovatore, progressista e moderno. Dunque, bisogna al piu' presto avviare una campagna di informazione partendo da un dato di fatto; tanti, troppi, soprattutto i giovani non conoscono il testo costituzionale, la sua storia, l'insieme di principi e di valori che ne fanno una delle piu' avanzate e moderne Costituzioni democratiche.

L'allarme lanciato da Romano Prodi e ripreso da Raniero La Valle e' da raccogliere, ma va tradotto in una serie articolata e organizzata di iniziative che, questa volta si', davvero in modo genuinamente condiviso, fra la gente, concorra a dare consapevolezza della questione e dei suoi reali termini di riferimento. Il referendum non puo' ridursi a un'alternativa si' o no al cambiamento della legge costituzionale, chi andra' a votare deve conoscere, come scrive Raniero La Valle, che e' in gioco la forma repubblicana nei suoi elementari fondamenti.

In epoca non sospetta, cioe' parecchi mesi fa, la Fondazione Caponnetto unitamente a Libera ha promosso il progetto educativo "La Costituzione a Scuola", un progetto che impegna docenti e studenti di ogni ordine e grado a conoscere e a verificare i principi e i valori della Carta costituzionale.

Invito chi, insegnanti e non, vi abbia interesse a contattare il sito www.progettolegalita.it, dove sono reperibili le notizie necessarie e i dettagli utili per partecipare al progetto. Si tratta di una iniziativa che ha ricevuto l'avallo del Presidente della Repubblica e che non riveste alcuna connotazione partitica.

La "cultura politica dominante", quale antidoto alla deriva autoritaria, non e' un dato acquisito per sempre, richiede piuttosto riflessione, iniziativa, insomma voglia di politica, con la P grande.

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 dall'Unità    - 28-03-2005
Nel silenzio di tutti gli italiani che ne hanno sentito parlare assai poco, se si escludono gli annunci del governo e alcuni articoli apparsi, per lo più, sulla stampa di opposizione.
È una riforma che riscrive o emenda in profondità 43 articoli degli 85 che formano la seconda parte della costituzione.


Il giovane (B): D'accordo. Per un'ora almeno non parleremo soltanto dell'Iraq, del Papa che non sta bene, delle comparsate di Berlusconi su tutti i canali televisivi. Sarà quasi una liberazione!
A: Il primo aspetto che vorrei sottolineare sono i poteri del primo ministro previsti dalla riforma.
È eletto direttamente dagli elettori in collegamento con l'elezione dei candidati alla Camera dei deputati(art.92), é esente dalla fiducia del parlamento ed é nominato dal presidente della repubblica sulla base dei risultati elettorali per la Camera dei deputati. Può chiedere che la Camera dei deputati si esprima con priorità su ogni altra proposta. In caso di voto contrario, il Primo ministro rassegna le dimissioni e può chiedere lo scioglimento della Camera dei deputati (art.94). E può nominare e revocare i ministri senza nessun controllo da parte del Capo dello Stato.
B: Ma non é possibile che la riforma dica proprio così. Se si toglie la fiducia del parlamento per far agire il governo, quali poteri ha il parlamento per limitare i poteri dell'esecutivo? E se il primo ministro può sciogliere la Camera quando gli vota contro, non spingerà i parlamentari a votare sempre per le sue proposte? Ma le cose sono sempre andate così?
A:Mi stupisce che tu mi faccia questa domanda.
Non sai che l'attuale costituzione dà al Presidente della repubblica il potere di nominare il primo ministro con un giudizio che é di valutazione della situazione politica e della maggioranza parlamentare che si può formare?
Non sai che oggi spetta al Capo dello Stato, e non al primo ministro, sciogliere il parlamento se un governo viene battuto e il parlamento non é in grado di formare una nuova maggioranza?
B. No, ti confesso questo non lo sapevo. A scuola nessuno mi ha spiegato la costituzione vigente e all'università non seguo studi storici o di diritto.
Se il primo ministro ha tutti i poteri fissati dagli articoli 92 e 94, che cosa ci sta a fare il presidente della Repubblica: come si fa a rappresentare l'unità nazionale e a presiedere i massimi organi costituzionali se non si dispone di nessun potere e ci si limita a fare soltanto atti dovuti, di tipo notarile?
A.Vedo che arrivi anche tu a tirar queste conseguenze. Ma la riforma non si ferma qui.
All'attuale bicameralismo più o meno “perfetto” che ha caratterizzato la costituzione del 1947 e che é stato a lungo criticato in quanto espressione di un modello di stato unitario piuttosto che federale si sostituisce un senato cosiddetto federale “al quale vengono conferite addirittura funzioni decisionali finali nei confronti della Camera per le leggi che determinano i principi fondamentali nelle materie di legislazione regionali concorrenti e poteri esclusivi, sia pure temperati da un anomalo intervento del Presidente della repubblica, per la valutazione del contrasto di una legge regionale con l'interesse nazionale”. (Allegretti)
E poi nella legge si é creato un terribile pasticcio tra la scadenza dei consigli regionali e quella dei senatori eletti con il nuovo sistema, tanto che l'ex presidente della Corte costituzionale, Valerio Onida, ha scritto sul “Sole 24 ore” che per questa parte la legge provocherà conflitti costanti e pasticci a cui rimediare di continuo.
B. Davvero non capisco. Perché se si vuol creare una Camera delle autonomie locali, come tante volte ho sentito dire, non si immagina un senato federale con poteri più chiari e indipendenti dagli organi regionali?
A. Vedi, più di un costituzionalista ha notato che in realtà non si é voluto creare una vera Camera delle autonomie per non limitare i poteri del primo ministro. Di qui é scaturito il pasticcio di cui ha parlato Onida.
Ad ogni modo la cosa più grave é che domani si arriva alla seconda approvazione del Senato senza che la grande maggioranza dell'opinione pubblica italiana si sia resa conto che si sta smantellando la costituzione del 1947, la seconda parte ma fatalmente anche la prima per i legami forti che legano le due parti del dettato costituzionale, in vista di una nuova costituzione che non ha risolto i problemi di funzionamento del sistema, anzi li ha aggravati e, nello stesso tempo, ha annullato il controllo del legislativo sull'esecutivo, ha tolto poteri agli organi di controllo come il Capo dello Stato e le magistrature. In questa ultima discussione al Senato i tempi sono stati così stretti e contingentati che il maggior partito di opposizione ha avuto un minuto di tempo per ogni articolo del disegno di legge....
B. Non riesco a credere a quel che mi dici.
Come é possibile che per una riforma così complessa e radicale si contingentino i tempi e il presidente del Senato accetti simili condizioni poste dall'esecutivo? La costituzione non é la cosa più importante per regolare i rapporti tra la politica e la società, tra i cittadini? E come si potrà fare il successivo referendum se finora nessuno ha seguito il dibattito?
A.Eppure le cose vanno proprio così.
Per evitare il ricatto della Lega Nord che, con il suo 3 per cento, minaccia l'uscita dal governo, i partiti maggiori della Casa delle Libertà vanno avanti a colpi di tempi contingentati e affrontano il probabile ostruzionismo dell'opposizione pur di licenziare il testo di un disegno di legge giudicato dalla grande maggioranza dei costituzionalisti italiani un pasticcio giuridico, prima che politico, e un pericoloso passo verso la dittatura del primo ministro.
B. Ora me ne devo andare. Ma non si può dire che mi hai chiarito tutto. Quello che ancora non capisco é perché si butta a mare una costituzione che dura da sessant'anni e ha sempre evitato i pericoli di una dittatura e, al posto di essa, si vuol concentrare i poteri nel capo dell'esecutivo, penalizzando proprio il capo dello Stato e le magistrature di controllo.
A.Non posso spiegarti in pochi minuti come tutto questo é potuto accadere. Ma devo ricordarti che la crisi politica del paese dura ormai da più di vent'anni, per dire una data, dal delitto Moro. E da dieci anni viviamo in piena anomalia costituzionale.
Oggi é al potere un soggetto che vive in flagrante conflitto di interessi, domina quasi completamente i media, aspira ad ottenere tutti i poteri. Se gli italiani continueranno a votarlo e l'opposizione non li convincerà ad abbandonarlo, é fatale che si vada alla dittatura del primo ministro.
Ricordatelo e dillo ai tuoi amici che non si interessano alla politica. Sarà anche colpa loro se le cose andranno così.

Nicola Tranfaglia


 da Libertà e Giustizia    - 28-03-2005
Cosa significa dittatura del premier


Romano Prodi ha fatto benissimo a mettere in guardia contro i pericoli della dittatura della maggioranza e del premier che sono incorporati nel testo sottoposto alla discussione (oggi approvato - ndr) del senato della repubblica: non ci voleva di meno per tentare il risveglio di questa Italia, cloroformizzata dalla congiura del silenzio di una grande stampa complice dell’altrettanto elusiva radiotelevisione.
Pensate che nemmeno una riga è stata dedicata al solo dibattito, degno di questo nome, svoltosi al senato, quello sulle pregiudiziali di costituzionalità.
Il meritorio appello ad una tregua bipolare lanciato da Salvati, il supplemento di confronto proposto da Giovanni Sartori e trasformato da Prodi in una sfida al dialogo, fanno seguito ad un lungo periodo in cui troppi si sono illusi che il disegno di legge presentato dal governo o non sarebbe andato avanti o comunque sarebbe stato profondamente modificato.
Non condividiamo certo i tentativi (in questa schiera si è distinto l’Avvenire con un articolo fuorviante di Sergio Soave) che mirano ad assimilare il risultato della riforma al funzionamento del premierato inglese o del cancellierato tedesco. Si dimentica che, quali che siano i poteri del primo ministro britannico o del cancelliere tedesco, anche a proposito dello scioglimento della camera politica, il presupposto del loro esercizio è sempre il mantenimento della fiducia della maggioranza della propria maggioranza di parlamentari: così si spiegano le dimissioni della Thatcher e i pericoli corsi da Blair sull’Iraq; così si spiegano l’abbandono della carica di cancelliere da parte di Erhard e Brandt. Questo non sarebbe più possibile nell’Italia del primo ministro: per costringerlo ad abbandonare il potere ci vorrebbe, il voto contrario di tanti deputati della sua maggioranza iniziale pari alla metà più uno dei componenti della camera; sicché il premier che venisse abbandonato dai quattro quinti di coloro che si sono collegati con lui nelle elezioni politiche potrebbe tranquillamente rimanere in carica e far passare a colpi di fiducia tutte le leggi che ritenesse utili a sé e alla sua parte: la docilità della camera sarebbe garantita dalla minaccia di scioglimento (articoli 88 e 94 del nuovo testo).
Con questo congegno, che tra l’altro comporta l’assoluta irrilevanza dei voti degli oppositori (Barbera e Ceccanti, quando non parlano sul Corriere, lo considerano «una stramberia » o un «paradosso») il premier italiano consegue la invulnerabilità, salvo impeachment, del presidente americano: e in più aggiunge i poteri del primo ministro europeo (porre la questione di fiducia e sciogliere la camera, ma senza i vincoli che incontrano sullo scioglimento i capi di governo di questa sponda dell’Atlantico).
Ecco perché i pericoli sono reali, e perché si vuole che la riforma sia approvata di soppiatto, senza che gli italiani ne comprendano il reale contenuto.
Finora i buonisti-conciliatoristi hanno chiuso tutti e due gli occhi; e c’è voluto la scossone di Prodi per svegliarne qualcuno. Ma c’è ancora chi, come il presidente Cossiga, non si è accorto del machiavello chiamato mozione di sfiducia costruttiva “interna” alla maggioranza. Vedremo se,dopo la lettura degli articoli che ho citato, qualcuno potrà ancora sostenere che si importa in Italia il sistema Westminster.
Perfino la forma di governo della V repubblica, che ho sempre avversato perché concentra troppi poteri nello Chirac di turno, è più liberale del progetto Berlusconi: infatti scinde l’elezione del presidente da quella dell’assemblea nazionale, consentendo la coabitazione. Da noi no, la concentrazione dei poteri comincia con il collegamento tra candidati alla camera e candidato alla premiership.
Lo svilimento degli istituti di garanzia (presidente della repubblica, Corte costituzionale, camera dei deputati, autorità indipendenti) è soltanto il rovescio della medaglia. Del senato cosiddetto federale non parlo perché debbo ancora capire cos’è. Confesso infine che nutro seri timori anche per l’assemblea costituente: si rischia di far credere che gli stravolgimenti di principi supremi, inammissibili con la procedura dell’articolo 138, siano possibili con la convocazione di una assemblea dotata di potere “costituente”. Ma io credo che il motore del potere costituente vero (quello che crea i “principi supremi”) si sia spento nel dicembre 1947 quando è stata approvata a larghissima maggioranza la nostra autentica Costituzione, sempre migliorabile ma indisponibile alla sua eversione.
Ritengo che con il procedimento dell’articolo 138 si possa modificare quanto è necessario sia in tema di bicameralismo sia di forma di governo, purché non si violi il principio supremo del bilanciamento e della limitazione di tutti i poteri, primo ministro compreso.


Leopoldo Elia - Europa - 17/03/2005

 da Repubblica    - 28-03-2005
(...) Purtroppo Prodi aveva perfettamente ragione non solo per l´impianto dirompente di una riforma alla cui discussione e approvazione sono state imposte poche ore contingentate di dibattito parlamentare ma per la sostanziale timidezza e disattenzione con cui il centro sinistra ha affrontato un passaggio istituzionale di una gravità senza precedenti. È pur vero che a palazzo Madama i senatori del centro sinistra avevano durante tutto l´iter della legge esercitato una tenace azione di contrasto, ma questa non aveva trovato alcun riscontro esterno. In questo contesto persino i cartelli di protesta e la bagarre di ieri a palazzo Madama danno ormai solo l´impressione di un tardivo risveglio all´ultima ora dell´opposizione.

(...) La devoluzione, nella nuova formulazione, approfondisce le crepe all´unità d´Italia già inferte in una stagione di pulsione suicida dal centro sinistra al termine della passata Legislatura, allorquando modificò unilateralmente il Titolo V della Costituzione. Ora il nuovo testo non solo assegna la competenza legislativa esclusiva alle Regioni in settori decisivi quali la scuola, la sanità, l´assistenza (con la disarticolazione della scuola pubblica e del servizio sanitario nazionale), con allegata la costituenda polizia regionale, ma vi aggiunge tutte quelle materie non comprese fra quelle riservate esplicitamente allo Stato, e, cioè, commercio, agricoltura, artigianato, turismo, industria (con eccezione per l´energia). Or bene, nei grandi e piccoli Stati federali, dalla Germania alla Spagna, dal Belgio al Canada la competenza non è mai esclusiva delle regioni ma è sempre mitigata da qualche clausola che legittima la potestà d´intervento federale anche nelle materie attribuite alla legislazione decentrata. La Costituzione tedesca, ad esempio, afferma che il Parlamento federale ha diritto di legiferare in ogni campo qualora questo sia necessario per tutelare l´unità giuridica o economica del Paese e l´eguaglianza nell´esercizio dei diritti dei cittadini. Negli Stati Uniti sono indicate solo le competenze federali esclusive, ma quando Washington lo ritenga necessario la Casa Bianca e il Campidoglio le estendono a piacimento: così, pur non essendo la Sanità compresa fra le materie federali, le fondamentali leggi sull´assistenza sanitaria (Medicaid e Medicare) sono approvate e finanziate su scala federale.
Tralascio altri esempi solo per ragioni di spazio. Comunque non vi è una costituzione federale paragonabile a quella che l´Italia si appresta a darsi e che ci trasformerà, se le cose andranno nel senso voluto da Berlusconi e Bossi, con l´acquiescenza imperdonabile dei loro alleati, in una specie di confederazione di regioni indipendenti. Basta riflettere ai contenuti della devoluzione per respingere, quindi, ogni idea di scambio che, oltretutto, determinerebbe un affievolimento del deterrente referendario, privato del potente anelito a salvare e ricomporre l´unità d´Italia.
Quanto al resto della cinquantina di articoli riscritti essi sconvolgono e in buona parte annullano la Costituzione repubblicana del 1947: definiscono una nuova forma di governo, cambiano la struttura del Parlamento, modificano i caratteri dello Stato, rivedono al ribasso i poteri degli organi di garanzia (Presidenza della Repubblica, Magistratura, Corte costituzionale, ecc.), rendono quasi ingestibile la formazione delle leggi. Non è poi vero che la riforma lasci integra la prima parte della vecchia Costituzione che riguarda i diritti fondamentali del cittadino. Questi diritti, formulati in linea di principio nella prima parte, formalmente non toccata, della Carta costituzionale, trovano concreta applicazione nella legislazione corrente che è regolata attraverso la cosiddetta riserva di legge. Il suo depotenziamento mette ora a rischio il diritto di famiglia, compresa la disciplina del divorzio e dell´aborto, il diritto del lavoro, compreso lo sciopero, le libertà sindacali, ecc, il diritto penale e quello civile, l´ordinamento giudiziario e la giustizia amministrativa. D´ora in avanti, se la riforma non verrà affossata dai cittadini, le leggi in moltissimi casi saranno il prodotto della volontà della sola Camera dei deputati, nella quale il premier, in forza del sistema maggioritario (costituzionalizzato dal nuovo art. 92) avrà, comunque, una maggioranza sicura (anche nel caso non abbia ottenuto la maggioranza dei voti). Le disposizioni del nuovo art. 94 forniscono al premier uno strumento fortissimo di ricatto sulla sua stessa maggioranza. Egli, infatti, è in grado di esigere l´approvazione in blocco di una legge da lui proposta, abbinandola alla questione di fiducia che, se negata, condannerebbe la Camera all´automatico scioglimento anticipato. Neppure una eventuale maggioranza sostitutiva, con l´apporto dell´opposizione, eviterebbe il decreto di scioglimento, anche se è pur vero che questa spada puntata contro eventuali dissenzienti ha due lame: in una coalizione con ali estreme riottose (ad esempio la Lega, ma analogo discorso può farsi per un governo dell´Ulivo con Rifondazione) se una di queste vuol far saltare il banco, le basta votare anche da sola la sfiducia per ottenere lo scioglimento del Parlamento. Come si vede ad occhio nudo è un testo che trasuda prepotenza e diffidenza, accompagnate da uno scambio improprio tra speculari poteri di ricatto.
Il tutto in un quadro che assomma il massimo della destrutturazione dello Stato unitario al massimo del centralismo autoritario. Berlusconi, se i suoi piani avranno successo, godrà dei poteri congiunti di Bush e di Blair senza le garanzie e i contrappesi che condizionano l´operato del presidente americano e del premier inglese.
Il primo, infatti, non dipende dalla fiducia del Congresso, può opporre il suo veto alle leggi, nomina i giudici della Corte suprema, ma, in cambio, non può sciogliere le Camere, mettere la fiducia sulle leggi, emanare decreti, far passare le sue nomine senza il severo vaglio del Senato; il secondo è sottoposto alla sua maggioranza che può mandarlo a casa e sostituirlo, come è accaduto alla Thatcher ed anche impedirgli di sciogliere i Comuni senza il suo consenso.
Si potrebbe continuare a lungo nell´analisi di questo osceno rifacimento costituzionale. Resta da chiedersi perché il centro sinistra sia rimasto tanto inerte e perché l´opinione pubblica sia stata lasciata praticamente all´oscuro (si è arrivati al cambio della Costituzione senza neppure chiedere un dibattito a Porta a porta, a Ballarò o a l´Infedele). Le spiegazioni potrebbero essere più di una: in primo luogo il complesso di colpa, senza il coraggio di una salutare autocritica, per aver, con la modifica del Titolo V, aperto il varco allo sfascio successivo, nel vacuo proposito di agganciare la Lega o di tagliarle l´erba sotto i piedi: in secondo luogo la speranza balorda che la CdL non avrebbe portato fino in fondo il disegno, una sottovalutazione che dimostra come non si sia pienamente afferrato quanto congeniale ad ambedue i soggetti sia l´alleanza tra Berlusconi e Bossi; in terzo luogo uno scadimento culturale che ha condotto, sia durante la Bicamerale che dopo, ad affrontare i temi del necessario aggiornamento della Carta senza un forte e coerente impianto costituzionale in testa, concependo i punti fondamentali come oggetto di possibile e fortuito scambio politico (così si è arrivati, ad esempio, da parte di autorevoli esponenti del centrosinistra ad abbracciare l´idea del premierato); qualche inespresso pensiero sui vantaggi, comunque, di una Costituzione "forte" nel caso di un futuro cambio di governo; infine l´idea sbagliata che della questione poco importi alla gente (i successi di pubblico delle iniziative volontarie dei Comitati per la Costituzione animati dalla Fondazione Astrid, da "Libertà e Giustizia", dai Gruppi Dossetti con l´adesione convinta delle tre Confederazioni sindacali provano come, viceversa, siano sensibili i cittadini non appena messi in condizione di percepire quale nefandezza si stia compiendo quasi all´insaputa).
Se fino a oggi le battaglie costituzionali sono state tutte perdute dal centro sinistra, è ancora possibile rovesciare le sorti finali del confronto. A condizione di svegliarsi e di cambiare linea.

Mario Pirani

 ilaria ricciotti    - 28-03-2005
Questa esigenza si respira tra la gente come l'aria.
Sono pienamente d'accordo con quanto espresso.
C'è "voglia e bisogno di politica con la P grande". Ciò che si vuole fare della Costituzione è pericoloso e assolutamente da respingere al mittente, e qualora non fosse possibile, bisogna indire immediatamente un referendum. Il popolo deciderà. Popolo che nonostante viene spesso considerato ignorante ed incapace di capire" questa ventata di nuovo modo di far politica"che gli viene imposta, penso proprio che non accetterà mai di avere scuole e sanità diverse a seconda della regione in cui si trova.
Dobbiamo per questo tutti svegliarci e gridare uniti e con forza il nostro NO, "senza se e senza ma".