Lettera aperta agli insegnanti con il mal di cattedra
Gianni Mereghetti - 29-03-2005
Carissimi,
in questi giorni si sta parlando molto di voi sui giornali e alla televisione. Voi stessi volete che lo si faccia, così che sia portato all’attenzione di tutti il momento difficile che stiamo attraversando noi insegnanti. Del resto è vero che la nostra professione, caricata sempre di più di responsabilità, cui non corrisponde un’adeguata valorizzazione, si trova di fatto abbandonata ad un destino sempre più incerto, a cui si vorrebbe sopperire, sbagliando, con qualche regola di comportamento.
Mancanza di stima, stipendi alla soglia della povertà, libertà vigilata, confusione di ruoli sono gli indizi più macroscopici della crisi che ci attanaglia, con gravi conseguenze a livello personale.
Anch’io percepisco queste difficoltà, non però come un peso diventato ormai insopportabile, bensì come problemi che sono da affrontare con decisione e in modo urgente.
Infatti non penso che siano questi fattori all’origine di tanto stress, di tanta delusione, della distanza che spesso vi è tra docenti e studenti.
E’ un’altra la questione seria della nostra professione, è che non si parte quasi mai dalla domanda “e io chi sono?”. Sì, io che ogni mattina entro in classe e inizio a spiegare o interrogo o consegno i fogli per una verifica, sì, io in quel momento chi sono? Insegnare infatti o coincide con l’avventura della vita o a lungo andare diventa insopportabile. E siccome coincide con l’avventura della vita la sua mossa iniziale è la domanda su di sé, la scoperta della positività del proprio essere e lo struggimento per comunicarla.
L’insegnamento è la professione più bella del mondo perché vibra di un appassionato amore alla vita; è per questo che mi piace, è per questo che continua ad affascinarmi più di quando ho iniziato.
Vi invito così a diventare compagni di un’avventura che abbia al cuore la propria felicità; del resto io non insegnerei per di meno!
Non sarà lo psicologo né la riforma migliore possibile, neanche uno stipendio svizzero ( che comunque ci è dovuto, almeno per la metà!), nemmeno le circolari ministeriali a risolvere la nostra questione. Sarà solo il coinvolgimento con una passione per la vita, la mendicanza reciproca di una novità umana, a restituire all’insegnamento quella dimensione che una studentessa ha chiesto attraverso le pagine del Corriere della Sera, la dimensione educativa.
E questo è già possibile, perché non dipende da un’idea pedagogica giusta, né da una riforma della scuola, ma dal fatto che si incontrano insegnanti che educano, dai quali ciascuno di noi può imparare a insegnare impegnandovi la vita e guardando i “suoi” studenti con una simpatia totale.
E’ perché ci sono degli educatori che il mal di cattedra è già vinto. Non ci resta che diventare loro compagni di viaggio. Grazie!

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Anna Di Gennaro Melchiori    - 29-03-2005
Gentile redazione,
ritengo doveroso segnalare l'articolo cui si riferisce il prof. Mereghetti. Lo invito altresì a documentarsi meglio sulla spinosa questione: da sei mesi sono già attivi on line due sportelli di ascolto per docenti e dirigenti in crisi e assicuro meritano molta più attenzione di quanto emerge dalla sua significativa esperienza che nulla toglie a tutti coloro che necessitano di di ben altre argomentazioni!
Ecco perchè molti preferiscono scriverci: nella scuola italiana, per ora, è ancora troppo difficile condividere la sofferenza. Nell'UK lo fanno da anni e almeno provano a far prevenzione senza ricorrere alla medicalizzazione. Ma la questione del disagio scolastico, merita ben altre sedi e competenze.
Anna Di Gennaro

Burnout: Stanchezza e depressione, insegnanti con il «mal di cattedra»

21 marzo 2005 - Corriere
Scarsa retribuzione, troppe responsabilità, scontri con colleghi e genitori: dalle materne alle superiori aumentano lo stress e la perdita di autocontrollo
Indagine su mille docenti milanesi: rispetto agli altri dipendenti pubblici raddoppiato il rischio di patologie psichiatriche e tumori

Sono stanchi, apatici, hanno disturbi relazionali e soffrono di affaticamento mentale e fisico. Si ammalano di laringite e sono esposti al rischio di neoplasie. E sì che vengono accusati di lavorare poco. Insegnanti sotto stress. Perché a soffrire di mal di scuola non solo i bambini e gli adolescenti. Anzi. I docenti sono i più colpiti dalla sindrome del burn out tra i dipendenti della pubblica amministrazione. Lo rivela lo studio «Golgota» della Fondazione Iard che ha messo a confronto circa mille professori milanesi con altre tre categorie professionali (impiegati, personale sanitario, operatori manuali). Risultato, gli insegnanti sono i più soggetti alle psicopatologie psichiatriche (il rischio è doppio rispetto agli altri lavoratori).

A spiegare le ragioni di questo fenomeno è Vittorio Lodolo D’Oria, responsabile dell’area scuola e sanità della Fondazione Iard e ideatore dello studio «Golgota». «Il vero problema - dice - è che la famiglia è stata smantellata e tutte le responsabilità, ormai, pesano sulle spalle degli insegnanti. Alla scuola viene delegata l’intera crescita dei ragazzi, dalla prima infanzia all’adolescenza».

Altre cause del burn out , la retribuzione insoddisfacente, il precariato, la conflittualità tra colleghi, il susseguirsi di riforme, la bassa considerazione sociale da parte dell’opinione pubblica, l’alleanza genitori-figli a danno dell’asse genitori-insegnanti. Tutti fattori che portano ad affaticamento, a un atteggiamento distaccato nei confronti della classe, alla diminuzione dell’autocontrollo.

Non solo problemi psichiatrici, però. Le patologie laringee si verificano nei professori venti volte di più rispetto agli altri lavoratori e alta è la frequenza di tumori nei docenti (14,2 per cento) rispetto a impiegati (9,2) e agli operai (7,2). «Dove c’è ansia e depressione forte - continua il medico - c’è anche un forte abbattimento delle difese immunitarie e un maggiore emergere di tumori».

Secondo lo studio, il burn out colpisce gli insegnanti di tutti i livelli, dalle materne alle superiori. Uomini e donne, poi, soffrono di patologie psichiatriche nella stessa percentuale. «Vuol dire - continua Lodolo D’Oria - che il fattore insegnamento è così forte che azzera le differenze tra i due generi».

Milena Ancora, professoressa di lettere allo scientifico Vittorini, racconta la sua esperienza: «Anche a me è capitata qualche laringite, fa parte dei mali della professione. È vero che c’è poco riconoscimento per il nostro lavoro. E che è faticoso più di quanto la gente immagini».

Guido Panseri, docente di storia e filosofia al liceo classico Berchet, sottolinea un paradosso: «La scuola è spesso pensata come luogo che dà soluzione a tutto, mentre il docente verifica lo scompenso tra i troppi compiti che deve svolgere e le aspettative nei confronti dell’istituzione scolastica sviluppando patologie legate alla disaffezione. La cura? Bisogna riuscire ad acquistare coscienza della propria professionalità e avere la capacità di ridiscutere il ruolo di insegnante».

È d’accordo Laura Colombo, maestra all’elementare Dante Alighieri di via Mac Mahon: «Si è sempre sotto stress. Le famiglie delegano molto, ma se non si risponde alle loro esigenze sono pronte a metterti alla gogna. Rispetto a quando ho cominciato questo mestiere all’insegnante vengono chieste sempre più competenze, dall’educazione stradale al computer. Ma non possiamo essere tuttologi. Serve molto equilibrio e solidità, altrimenti il nostro è un lavoro veramente duro».

Annachiara Sacchi



 da L'Unione sarda    - 29-03-2005
Diventa un libro lucido e disperante la ricerca di un professore di Pisa tra i suoi allievi.

"Non farò mai il professore perché è un lavoro difficile, stressante e malpagato". "Da quello che posso vedere gli insegnanti lavorano molto ma il loro lavoro non è granché considerato né dagli studenti né dalla società"; "Io un insegnante? Con questo stipendio? Figuriamoci"; "Lavoro sgradevolissimo: insegnare a persone che non hanno alcun interesse per quello che dite e soprattutto lo stipendio, basso e mortificante". "Insegnare? No, decisamente no. Il pensiero di passare interi pomeriggi ad invecchiare sui compiti da correggere è per me un incubo".
Scuola ancora in primo piano. In questi stralci dei compiti degli studenti di un liceo di Pisa, crolla il mito della scuola e della professione dell'insegnante. A decretarne il triste tramonto sono centocinquanta studenti ai quali il professore Gianfranco Giovannone ha proposto un sondaggio sotto forma d'esercitazione d'inglese nel quale chiedeva se da adulti, avrebbero scelto di fare gli insegnanti. Protetti dall'anonimato concesso dal professore, i ragazzi hanno espresso una valanga di giudizi negativi e salvo poche eccezioni, tutti gli allievi delle cinque classi hanno inesorabilmente fatto pollice verso con motivazioni che talvolta lasciano poco spazio ai commenti. Decisi, lapidari, caustici e, soprattutto, con molta chiarezza e nessuna incertezza, quasi tutti hanno rifiutato l'idea di seguire la carriera d'insegnante. Da questa rigorosa inchiesta Gianfranco Giovannone ha ricavato il saggio Perché non sarò mai un insegnante seguito da una postfazione di Giovanni Pacchiano che spiega perché lui invece ha fatto il professore (Longanesi, pagine 153, tredici euro).
«I miei alunni del liceo scientifico? dice il prof. Giovannone nella sua casa di Livorno - mi hanno detto chiaramente che non avevano nessuna intenzione di fare l'insegnante e il libro raccoglie le ragioni di questo rifiuto espresso nei loro componimenti. Le classi dirigenti e le classi medio alte in particolare, sfuggono a questa professione».
Un vero ostracismo. Perché un rifiuto così drastico?
«L'aspetto economico è in testa alle motivazioni. Oggi prestigio sociale e immagine professionale sono direttamente, spietatamente proporzionali alla capacità di guadagnare e di consumare, e non ci sarà alcun riorientamento di valori che potrà cambiare l'attuale stato delle cose. Come motivazione può essere poco sofisticata, ma questo è il vero limite e gli studenti lo ripetono fino alla nausea. Quando si parla di soldi per noi insegnanti, viene subito tirata in ballo la questione sindacale in maniera sprezzante, ma nella società d'oggi, ormai da tanto tempo i giovani, al di la delle posizioni ideologiche sul tipo di lavoro da svolgere, vorrebbero prima di tutto uno stipendio dignitoso. Nel libro ho scritto che quello attualmente percepito dagli insegnanti è uno stipendio simbolico: forse ho esagerato, ma mi sembra che la scuola, in tutti i sensi, viva ormai di eccessi negativi».
Questa, immagino, non sarà la sola ragione che spinge i ragazzi a disertare il mestiere d'insegnante?
«Ha un ruolo non secondario anche la vecchia storia dell'Italia che rifiuta i libri e l'istruzione. Fino a dieci anni fa non era così. Il declino della professione secondo la prima indagine IARD sulle condizione di vita e di lavoro della scuola italiana, si verifica anche a causa di una sempre maggiore femminilizzazione nel corpo insegnanti, e perché si alza sempre di più l'età media dei docenti. E questo indica una scarsissima desiderabilità sociale della professione».
La mancanza d'interesse per l'insegnamento, non sarà determinata anche dall'attrazione esercitata da altri mestieri?
«Molti dei miei ragazzi hanno scritto che vorrebbero fare gli sportivi, gli attori e le attrici; alcuni più pratici hanno individuato il loro futuro nella professione di dentisti o medici. Gli esempi che si vedono in giro fanno capo alla televisione, persuasore occulto del nostro tempo, che distribuisce illusioni a ritmo sfrenato».
Ma forse siete voi insegnanti a non essere più dei modelli da imitare?
«La cosa che più mi ha amareggiato è proprio il fatto che non hanno alcuna memoria dei loro insegnanti. Non li ricordano, non li sentono, non li amano. Il maestro non è più un modello è questa è la grandissima causa del disamore dei ragazzi per la scuola. Uno degli studenti ha scritto che gli insegnanti sono degli alieni, un'enclave di bambinoni mai cresciuti».
Ha provato a fare un mea culpa?
«Non si può addossare agli insegnanti colpe che non hanno. In Germania gli insegnanti di liceo sono molto valutati, in Italia assai meno. E non credo che gli insegnanti tedeschi o francesi siano eccellenti e noi dei cani. Personalmente sono contrario alla meritocrazia, ma quello che si sarebbe potuto fare negli anni passati, era eliminare le cosiddette mele marce. Ci sono tanti modi: favorire la mobilità, il pensionamento anticipato, metterli nelle biblioteche o negli uffici: secondo l'opinione pubblica c'è una corposa minoranza di persone che a scuola non ci dovrebbero stare, e recano un danno enorme».
Da una ricerca l'Italia risulta agli ultimi posti al mondo per livelli di insegnamento.
«Se uno poi va a leggere queste ricerche scorporando i dati, la situazione non è così catastrofica. La distanza con i paesi prima di noi a volte è minima; a volte dietro di noi c'è la Germania, la Francia, l'America. La differenza, secondo me, è tra i paesi emergenti come la Cina e l'India, e tutti i paesi occidentali».
Sono più avanti di noi sul piano dell'istruzione?
«Sembrerebbe di sì, anche se credo che molto dipenda dalla coesione della società attorno alla scuola e dalla disciplina con cui tutta la società rispetta l'istruzione, ed è molto dura nell'esigere dai figli risultati eccellenti a scuola. In America stanno importando abbastanza massicciamente insegnanti dalla Cina, soprattutto ingegneri informatici».
Anche l'Italia finirà con l'importare insegnanti dalla Cina e dall'India?
«Non è del tutto impensabile. Gli insegnanti delle materie scientifiche cominciano a mancare anche da noi».

Francesco Mannoni

 da Liberazione    - 29-03-2005
Storie precarie. Roberta, insegnante co.co.co .

«250 euro al mese... e un figlio te lo scordi»

Storie precarie. Aldo Nove continua la sua ricognizione delle realtà di lavoro e di vita nel nuovomercato flessibile. Parla Roberta, quarant'anni, insegnante senza contratto in diverse scuole e giornalista in un'agenzia di donne per passione


«Stritolata dalla mia vita al dettaglio. La maternità è un lusso»

Parla con pacatezza, la mia interlocutrice. Nella sua voce ci sono l'orgoglio di una storia che ha da sempre cercato di dare un senso all'esistenza nella sua integrità, nel privato e nel sociale. Continuando a testimoniare valori che per troppi, nella nostra generazione, sono vaghi, lontani. Anche per necessità. Per impotenza reale. Eppure esistono persone incapaci di smettere di lottare. Come trapela da questa conversazione.

Incominciamo?
Incominciamo pure. Allora, mi chiamo Roberta, ho quarant'anni, vivo a Roma, guadagno 250 euro al mese…

250 euro al mese?
Lavoro in una scuola paritaria. Una scuola di studenti lavoratori, aperta dalle 18 alle 22.30. Duecentocinquanta euro è quanto ho guadagnato l'ultimo mese. E' quasi nulla. Vado avanti in questo lavoro quasi per inerzia, per fare punteggio. Ho un contratto ad ore, un ex co. co. co. che però ancora è rimasto tale, che dovrebbe cambiare e resta così, nel caos ministeriale. Su quaranta docenti che lavorano nella mia scuola venti sono in regola, gli altri lavorano in nero.

Com'è possibile?
E' una scuola potente, e quindi ha protezioni e non ha subito ispezioni…

A parte questa esperienza?
Ho riversato le altre energie, assieme ad una mia amica, mettendo in piedi un'agenzia di stampa di donne, per donne, che si chiama Delta news. Abbiamo una pagina web che aggiorniamo ogni notte. Questo è il mio impegno più gratificante.

Quanto guadagni, dall'agenzia?
In termini economici, nulla! Adesso abbiamo contattato un account che sta cercando di migliorare la pagina web per vendere l'agenzia come prodotto.

Cosa altro fai, per vivere?
Per ora, insegno anche in un corso regionale, di pomeriggio, un pomeriggio a settimana. Però è un impegno per un numero preciso di ore, 50, che inevitabilmente finirà. Poi ogni quindici giorni collaboro con un'altra scuola, dove abbiamo ideato un corso di giornalismo per ragazzi. Sono attività che in realtà mi piacciono tutte, ma essendo sporadiche, pagate in modo irregolare e poco, non mi danno nessuna forma di sicurezza…

Come arrivi, a fine mese?
Quando non ce la faccio proprio, mi aiuta mia madre. E' difficile, vivere così. Cerchi di pensare che siamo in tanti, a vivere in queste condizioni, ma il pensiero non è sufficiente a combattere l'ansia che ti dà una precarietà così forte. E quando investi la maggior parte delle tue energie nell'organizzazione dell'esistenza quotidiana è difficile, è molto difficile immaginarsi una progettualità. Anche le passioni, anche l'amore per quello che fai sono duri da sostenere.

Con l'ansia della sopravvivenza si possono fare poche cose…
Purtroppo è così. E quando, come me, sei cresciuta con la passione per la politica, ti trovi a doverla abbandonare perché devi pensare solo a sopravvivere. E' una continua aggressione della realtà nei tuoi confronti. Ti rendi conto giorno per giorno che la tua laurea, i tuoi decenni di esperienza non hanno nessun valore contrattuale, che sul piano del lavoro non sei niente. A quarant'anni poi cominciano i primi bilanci. Magari pensi «Ok, adesso posso lavorare anche sedici ore al giorno per pochi soldi. Lo faccio perché mi piace, ma fra qualche anno non ce la farò più fisicamente». E allora inizi a pensare, a logorarti…

Come ti immagini, tra dieci anni?
E' una domanda difficilissima. Non riesco a immaginarmi con qualche sicurezza. Mi auguro di trovarmi in una situazione un po' meno dolorosa da organizzare. Quello che so è che tra dieci anni non avrò la stessa forza che ho oggi per gestire tutto questo. Già adesso ci sono dei momenti in cui sono molto, molto stanca…

Hai accennato all'impegno politico, all'agenzia web… E poi le difficoltà del quotidiano… hai mai pensato di mollare tutto?
Sì, certo, ho pensato di mollare tutto. E' una stanchezza rabbiosa che talvolta ti prende, che ti dice di andartene.

Dove?
Dove non mi devo sbattere quindici ore al giorno per pagare l'affitto. Lontano da una città invivibile come Roma. Ho pensato di andarmene anche dall'Italia, facendo richiesta di insegnamento all'estero, ma non essendo di ruolo è molto difficile. In questo momento, se fossi in grado di farlo, me ne andrei ovunque potessi pagare un quinto dell'affitto che pago. Questa città, che ho scelto vent'anni fa quando dalla Calabria ci sono venuta per fare l'università, l'ho sempre amata. Ma ora viverci è diventato davvero difficile.

Un tempo, mi pare di capire, non era così…
Sono venuta qua a studiare, e qua ho deciso di rimanere. Con grande investimento di passione, con entusiasmi. Dando tutta me stessa. Tutto quello che ho costruito è qui. I miei amici, le relazioni. Ma il tempo di una giornata, con i suoi problemi immediati, è talmente predominante che tutto quello che hai costruito in decenni poi non riesci a vivertelo, giorno per giorno. Non ce la fai. Esco alle dieci e mezza di sera da scuola, non vedo gli amici, non vado al cinema… Poi arriva il fine settimana, quando cerchi di ricucire i fili, ma se sei distrutta dalla fatica…

Torniamo per un momento ancora più indietro, ai tempi del liceo…
L'ho fatto a Cosenza. Lì ho iniziato a frequentare i primi collettivi femministi, a 14 anni, in seconda liceo. Ricordo che eravamo vicino all'8 marzo e io, completamente digiuna di esperienze politiche, andai a una manifestazione. Ne rimasi affascinata. A casa mia il dibattito politico era molto acceso. Mia madre era una convinta democristiana, mio padre attivista del Pdup. Non si discuteva, si litigava. Comunque mio padre, pur essendo lui impegnato politicamente, non voleva che mi interessassi di politica, perché sottraevo tempo allo studio. Se sapeva che dovevo partecipare a un collettivo mi rinchiudeva in stanza… Mentre mio fratello, più grande di me di cinque anni, di politica non si interessava.

Qual era, allora, il tuo sogno?
In realtà, sognavo di scappare via dalla provincia, e fare la scrittrice. Volevo scrivere romanzi. Poi per fortuna non l'ho fatto… Al di là dell'impegno politico, a Cosenza, l'unico mio pensiero era abbandonare la provincia, e venire a Roma a fare l'università.

Com'è stato l'impatto con la metropoli?
Entusiasmante quanto impegnativo. Erano anni molto vivaci. Cominciai a frequentare gruppi di donne, partecipando a un giornale del movimento femminista. Una esperienza bella. Formativa. La politica mi ha dato tanto.

Oggi, la politica, cosa ti dà?
La complicazione della vita privata, il problema della sopravvivenza, come ti dicevo già prima, ti inaridiscono. Mi rendo conto che non riesco a essere attenta a quello che succede. Bisogna stabilire un limite, fare delle scelte…

Ad esempio?
Ad esempio… la maternità. Sono andata alla manifestazione per la liberazione di Giuliana Sgrena e delle mie amiche, con figli piccoli, mi hanno detto che invidiavano il fatto di averlo potuto fare, di essere potuta scendere in piazza senza la preoccupazione di un bambino piccolo da accudire, mentre io invidiavo loro il fatto che avessero un figlio di cui occuparsi! C'è una situazione di malessere generale, di senso quasi tragico, di uno smacco, nonostante tutte le battaglie che abbiamo condotto…

Pensi che le donne paghino maggiormente questo malessere?
Penso di sì. Al di là dei piccoli privilegi astratti ottenuti nel tempo, che a volte non sono astratti ma anche reali, lo vivo e vedo nell'esperienza diretta. Le donne fanno più fatica. In una condizione di precariato te lo scordi, di mettere al mondo un figlio, questa è la verità. E chi i figli li ha fatti, si trova magari a rendere conto ai propri bambini delle proprie nevrosi, delle proprie insicurezze. Siamo tutte un po' raffazzonate… C'è una parola che forse riassume tutto…

Qual è?
Inadeguatezza.

Cioè?
Il senso di non riuscire mai a far fronte alle cose nel modo migliore, con serenità, con il necessario distacco. Credo che sia un problema di tutti. Ma da parte delle donne significa anche la responsabilità di non potere essere una madre come vorresti. Allora provi rabbia, tristezza. E ogni tentativo di creare delle cose diverse fallisce. Ti senti sola. Ci sentiamo tutti soli.

Torniamo a te, agli anni dell'università.
La mia famiglia non è mai stata benestante, quindi ho sempre lavorato e studiato nello stesso tempo. Sempre lavoretti precari. Anche per questo motivo ci ho messo un sacco di tempo a laurearmi.

Dopo la laurea?
Avevo dato vita a una piccola agenzia, lavoravo in una scuola privata, sempre con l'aiuto di mia madre.

Tua madre, oggi, cosa pensa di te?
E' angosciatissima. E' una persona molto apprensiva, ed è ovviamente molto preoccupata della mia precarietà. Ho sempre disatteso le sue aspettative. E lei ha sempre cercato, comunque, di non giudicarmi. Mi aiuta. Ma è molto tesa. Anche perché a questo punto, alla mia età, dovrei essere io, a aiutare lei.

C'è stato un momento in cui hai sentito che le cose erano cambiate per sempre?
Negli ultimi due anni. Ho incominciato sempre più a pensare di ritornare a casa e non è facile, quando in tutti i modi hai cercato di costruire qualcosa, per decenni… Vent'anni non sono nulla. Continuo ad avere legami affettivi forti, a Cosenza. Quest'autunno ho pensato seriamente di chiudere tutto e tornare là.

Ma il problema è il lavoro. A Cosenza è peggio che a Roma...
Molto peggio. Perché qui facendo 44 lavori contemporaneamente e lavorando 15 ore al giorno sopravvivo, mentre in Calabria il lavoro non esiste proprio. Ho pensato anche che era un peccato mio d'orgoglio, il rifiuto di tornare indietro, ma più che orgoglio è proprio la realtà. In Calabria lavoro non ce n'è. In realtà, più che tornare, era il desiderio di potermi fermare, di poter riposare a spingermi al pensiero del ritorno…

Pensiero pienamente legittimo.
Legittimo. Ne ho un gran bisogno. Ma non me lo posso permettere. Se mi fermo adesso che succede? In realtà, la fuga è dal quotidiano. Ma il quotidiano è dappertutto. Se avessi i soldi per farlo lo farei. Ma sono così stritolata dal circuito della vita al dettaglio che non riesco ad alzare il tiro delle previsioni per il mio futuro… Da qualche anno a questa parte penso ad avere un figlio, ma non lo posso fare, un figlio. Non posso proprio.

Perché?
Perché non sono autonoma. Non è solo un fatto di soldi. Trent'anni fa facevi un figlio e anche senza soldi c'era una struttura che ti reggeva in un ruolo. Adesso sei sola. Completamente sola. E' una sensazione di vuoto pneumatico. Anche solo vent'anni fa non era così. Oggi, fare un figlio è un lusso. Un lusso inaudito. Le statistiche dicono che ci vogliono 230.000 euro per far crescere un bambino. E un'altra tristezza ancora si aggiunge a tutto questo.

Quale?
Sentire che il desiderio di avere un bambino, oggi, è semplicemente illegittimo. Perché tutti te lo ripetono. Perché tu stessa hai interiorizzato questa cosa. Così alla fine non capisci neppure più quali sono i tuoi desideri. Ti senti irrisolta emotivamente. Ti senti una bambina di 40 anni. Non credo che anche solo una generazione fa le cose fossero così.

A questo punto mi viene da farti una domanda alla Marzullo, ma credo che dopo questa conversazione abbia senso: cos'è la felicità, per te?
E' la possibilità di prendersi il tempo di capire. Di prendersi spazio per comprendere che cosa sta succedendo senza correre per sopravvivere. Significa potermi fermare per farmi una domanda sulla mia esistenza che non sia schiacciata dal peso condizionante della quotidianità che deforma tutto, che ingloba tutto…

Ancora, e sempre, la quotidianità…
Sì, le cose scorrono e io non riesco a collocarmi in una posizione di senso. Il che non vuol dire che ciò che faccio non mi piaccia. Ma ogni tanto arriva la domandina cattiva: «Che senso ha tutto questo? Come ti collochi nello spazio e nel tempo, come ti collochi qui?». Ecco, la felicità, per me, adesso, è trovare le condizioni per articolare una risposta a questa domanda che si fa sempre più pressante.

In questo quotidiano, se le condizioni per trovare questa risposta non ci sono, come si fronteggiano le sue pressioni?

In tanti modi. Senz'altro ricorrendo all'autoironia. E' un'arma fortissima. Riuscirsi a non prendersi troppo, sempre sul serio è una forma di salvezza empirica. Funziona. Ma alla fine ci vuole un equilibrio notevole.

Sei sempre stata di sinistra…
Sì.

Cosa vuol dire, oggi, essere di sinistra?
Accogliere con estremo rispetto la domanda che sorge non solo nel tuo immediato circondario ma dappertutto, nel mondo intero, di giustizia, di rispetto per la vita umana. Per me essere di sinistra significa anche che un cambiamento è possibile.

Ancora. Malgrado tutto.

Dall'altra parte, a destra, oggi cosa c'è?
Il cinismo. L'ipocrisia dei valori. Della stessa parola "valore". Mi fa orrore pensare che Roma sia tappezzata di manifesti che inneggiano all'idea della "patria". E' difficile attivare un antidoto a questo malcostume, a questa volgarità.

Tu insegni. Come li vedi i ragazzi di oggi?
Smarriti. Condizionati da una semplificazione della realtà che è difficile da reggere perché non è la verità, e ciò crea ansia. Allora come insegnante inevitabilmente mi chiedo: «Come inserire dei margini di dubbio, di criticità in delle persone che sono già terrorizzate?» Oggi i ragazzi sono aggressivi perché hanno bisogno di un riconoscimento umano, affettivo. Per collocarsi nel mondo senza terrore. Per pensare appunto che un cambiamento sia possibile.

Aldo Nove da Liberazione del 23/3/2005

 Damiano    - 19-05-2005
Sono d'accordo. Aggiungo che sono usciti libri sulla condizione insegnante (della Mastrocola, di Parresiade, di Giovannone) che non dovrebbero essere sottovalutati dal ministero per capire qual è oggettivamente la condizione attuale della classe docente. Anzi il ministro dovrebbe leggerseli attentamente!