… siamo un Paese balcanico …
Aldo Ettore Quagliozzi - 27-03-2005
( … ) … siamo un Paese balcanico quando osserviamo tanti segni esteriore di trasandataggine, di squallore piuttosto che di povertà, i marciapiedi sconnessi, l’immondizia per le strade di periferia, le grondaie arrugginite delle stazioncine secondarie, i finestrini sporchi e le latrine dei treni, l’aspetto dimesso di tanti pubblici uffici; e siamo un Paese balcanico quando pensiamo alle lungaggini delle pratiche nella pubblica amministrazione, alla lentezza dei processi, alla qualità e alla litigiosità degli uomini politici che reggono il Paese, al loro linguaggio e alla loro moralità, ai loro rapporti con la giustizia, che li rendono così poco presentabili; alle leggi ‘ ad personam ‘, alla tortuosità del testo che le rende spesso incomprensibili; per non dir nulla della corruzione diffusa.

Un Paese balcanico, con la difficoltà di rapporti fra regione e regione quale esisteva nella Jugoslavia di altri tempi, tenuta insieme, faticosamente, da un dittatore. ( … )


Così ha scritto nell’ultimo numero del settimanale “ Il Venerdì “ Piero Ottone; non per altro, l’egoarca scelse, a suo tempo, proprio un paese balcanico per emanare gli editti di epurazione dalla televisione di pubblico servizio, che forse in un altro contesto non gli sarebbe stato possibile farlo.
E la balcanizzazione del bel paese continua, secondo un ben programmato ruolino di marcia; non più un dittatore con i carri armati, ma un unico detentore e/o controllore dei mezzi di comunicazione.
Tale appare oramai il bel paese al resto d’Europa, e come tale lo descrive Philip Willan corrispondente da Roma da più di vent'anni nella sua ultima cronaca dal titolo “ Fango benefico “.
Si stanno chiudendo forse gli ultimi spazi di libera e compiuta democrazia nell’indifferenza generale?
Quali prospettive di riscatto e di sano antagonismo e concorrenza con il resto dell’Europa e del mondo potrà mai avere un paese che sorvola sugli aspetti giudiziari di chi lo governa, che disdegna le regole condivise e pone sugli altari gli intrallazzatori occasionali o di mestiere?

I mass media inglesi hanno mostrato grande interesse per le conclusioni dell'inchiesta dei pubblici ministeri milanesi su presunte irregolarità nell'acquisto di diritti cinematografici da parte di Mediaset. I motivi sono politici, ma questa volta non riguardano l'Italia. David Mills, l'avvocato londinese accusato di aver creato una rete di società offshore per frodare, secondo i pm, il fisco italiano, è infatti il marito di Tessa Jowell, ministro della cultura nel governo di Tony Blair. Questa parentela rende più piccante per il pubblico inglese qualsiasi scorrettezza possa aver commesso Mills.

È stato dunque con grande curiosità che abbiamo letto sul Corriere della Sera che Mills aveva negato ai magistrati milanesi di aver parlato con Silvio Berlusconi della società All Iberian, per poi correggersi subito quando i pm gli hanno mostrato un appunto scritto di suo pugno sulla conversazione. E ha destato stupore la rivelazione dello stesso giornale secondo cui Mills sarebbe sotto inchiesta a Milano per l'ipotesi di essere stato "pagato per mentire".

Se questi scoop possono essere imbarazzanti per il ministro Jowell, toccata marginalmente dalla vicenda, l'imbarazzo del premier italiano dovrebbe essere ancora più forte. Secondo i magistrati, si sarebbe servito di intermediazioni fittizie per drenare profitti all'estero per 280 milioni di euro, figurando nello schema segreto di Mills come un anonimo "Mister x".

Uno dei presunti mediatori truffaldini sarebbe un certo Frank Agrama, produttore cinematografico di origini egiziane e autore di classici del trash come Queen Kong o Sesso e pazzia. Gli sforzi per occultare le prove del raggiro, sempre secondo i magistrati, avrebbero avuto anche momenti esilaranti. Di fronte alla richiesta dei pm di fornire la documentazione finanziaria al riguardo, gli uffici parigini della Mca-Universal avrebbero spiegato di averla persa "in un allagamento". Idem i rivali della Mgm, ma la colpa stavolta era del fuoco anziché dell'acqua: i documenti richiesti, infatti, erano andati distrutti in un incendio.

Ma forse è sbagliato immaginare che la pubblicazione dei risultati dell'inchiesta dei pubblici ministeri Alfredo Robledo e Fabio De Pasquale possa danneggiare politicamente Berlusconi. Il centrosinistra sembra intenzionato a non parlarne, avendo già sperimentato l'effetto boomerang delle offensive politico-giudiziarie. Anzi, l'emergere delle nuove accuse può addirittura favorire il fondatore di Mediaset e Forza Italia.

Ne sembra convinto il quotidiano Libero, che ha titolato in prima pagina: "Arriva la Bomba, verso un rinvio a giudizio per Berlusconi". "L'arma giudiziaria sarà anche spuntata però è l'unica a disposizione dell'Unione", ha commentato il direttore, Vittorio Feltri. "Da dodici anni lo accusano di ogni nefandezza e non sono ancora riusciti a incastrarlo". Un altro articolo si concludeva con sondaggi rassicuranti, osservando: "Il grosso degli elettori non cambia idea per uno scoop di Repubblica sulle presunte ‘scatole cinesi' create da Mediaset per non pagare le tasse. Si indignano per altro".

È comprensibile che gli elettori italiani non vogliano prendere lezioni di voto dalla stampa straniera – The Economist docet – e nemmeno dal quotidiano la Repubblica, ma sorprende che la figura morale o il curriculum giudiziario di un leader politico sia diventato quasi un argomento tabù, un tema logorato. Ormai il fango delle inchieste giudiziarie sembra tonificante come quello di Ischia o Vulcano, rende politicamente più belli e più forti: un altro paradosso del Bel Paese. “


interventi dello stesso autore  discussione chiusa  condividi pdf