Valutazione: guardare avanti.
Agostino Frigerio, Elio Gilberto Bettinelli - 19-03-2005
(...) Discutere sulle prove INVALSI nei termini in cui ciò sta avvenendo in alcune scuole dimostra una concezione dell’autonomia scolastica “legibus soluta” che è del tutto incompatibile con il quadro vigente. Non solo, l’opposizione “a prescindere” alle prove INVALSI rivela una visione della scuola che non si pone in alcun modo il problema grande di far sì che tutti i cittadini, in questo caso gli alunni, possano fruire di un’offerta formativa equivalente che consenta il raggiungimento di obiettivi di apprendimento non troppo diversi da scuola a scuola, da alunno ad alunno. Si tratta del tema dell’armonizzazione della qualità del sistema di istruzione e del suo miglioramento. Se questo è il fine, esplicitato – lo si è già rilevato – nel regolamento dell’autonomia prima ancora che nella legge di riforma Moratti, la rilevazione degli esiti di apprendimento degli alunni costituisce un elemento essenziale per conoscere i livelli di istruzione, individuare le zone di eventuale sofferenza, rintracciare le possibili molteplici ragioni, definire linee di intervento ecc.

In realtà la discussione più utile e interessante non è relativa al dilemma “prove sì prove no”, una discussione di retroguardia, ma riguarda, a nostro parere, altri aspetti:

a) mettere in relazione gli esiti degli alunni, rilevati mediante le prove INVALSI, con le caratteristiche delle scuole e i processi di insegnamento;
b) in questo quadro, evidenziare gli scostamenti relativi intervenuti durante il processo di scolarizzazione, oltre ai risultati finali;
c) l’uso possibile degli esiti delle prove;
d) gli effetti delle verifiche sui processi di insegnamento / apprendimento.

Relativamente al primo punto è del tutto evidente che gli esiti scolastici degli alunni non fioriscono in ambienti neutri e tanto meno in situazioni che si assomigliano come gocce d’acqua. La ricerca educativa e le esperienze valutative, condotte su tali temi all’estero ma scarsamente presenti in Italia, hanno evidenziato quanto i dati relativi agli apprendimenti degli alunni non possano essere considerati come il solo indicatore della qualità della scuola ma debbano essere collegati a un insieme di fattori situazionali (quali la tipologia dell’utenza, le strutture scolastiche, il tempo scuola obbligatorio/facoltativo, la conduzione dell’istituto ecc.), e agli effettivi processi di insegnamento (gli approcci didattici e metodologici, le relazioni fra alunni e insegnanti ecc.). La domanda da porsi sarebbe dunque se e in che modo l’INVALSI si attrezzi per affrontare tale complessità.
In tale quadro diventa particolarmente importante conoscere anche le variazioni intervenute nei processi di apprendimento; conseguire un certo risultato non costituisce mai un valore assoluto, ma un dato che diventa significativo nel confronto: non solo, sincronicamente, con altri dati omogenei, ma anche diacronicamente, e cioè con le informazioni raccolte in ordine alle situazioni di partenza. A qualificare una scuola concorrerebbe, più che il risultato rilevato, la documentazione dei progressi compiuti, dato il contesto. Una tale impostazione consentirebbe fra l’altro di individuare il “valore aggiunto” che un istituto scolastico fornisce. Ma per fare questo, occorre conoscere.

Riguardo l’uso possibile dei risultati rilevati, occorre ricordare che nel decreto legislativo che istituisce l’INVALSI si prevede che “agli esiti di verifica il Ministero, nel rispetto della vigente normativa sulla protezione dei dati personali, assicura idonee forme di pubblicità e conoscenza”. Si tratta di una questione di non poco conto. Che cosa sono gli esiti di verifica? Sono gli esiti delle prove stesse o piuttosto i risultati di ricerca condotta dall’INVALSI secondo l’approccio multipolare cui si è accennato sopra ? Se si fa riferimento alle prove stesse, è pensabile e utile, per i fini previsti dalle legge, che si pubblicizzino i risultati delle prove di apprendimento magari scuola per scuola ? Non è una domanda peregrina: questa è la strada percorsa ad esempio in Inghilterra, per quanto riguarda in particolare le scuole superiori. Certo ne può sortire una sorta di graduatoria delle scuole in relazione ai risultati degli studenti che le frequentano, con gli effetti collaterali di genitori e studenti migranti verso le scuole che assicurano esiti “migliori”. Occorre dire che questa prospettiva non è stata la conseguenza improvvida di una smania di trasparenza ma la scelta consapevole di puntare sulla competizione fra scuole come leva per il miglioramento delle stesse. Scelta criticabile, a nostro parere, ma che sta dentro un ragionamento che riguarda le modalità per migliorare la qualità di un sistema d’istruzione. Insomma che uso fare degli esiti di verifica? L’opzione inglese non è l’unica: in Francia i risultati restano a disposizione dell’Amministrazione, per gli opportuni interventi di sostegno, riorientamento, ecc. Crediamo che questa sia la strada migliore, almeno nei primi anni: la pubblicizzazione infatti, anziché migliorare la qualità delle scuole in generale attraverso una “sana” competizione, finisce infatti – questa è l’esperienza di molti Paesi che ci hanno preceduto su questa strada – per migliorare solo alcune scuole, quelle già “buone”, ove finiscono per confluire gli studenti migliori. Paradossalmente, sarebbero i buoni alunni a migliorare alcune scuole, e non le buone scuole a migliorare il rendimento degli alunni.

Una critica alle prove muove dalla considerazione che le verifiche, una volta istituzionalizzate, finiscono per convogliare su poche conoscenze e abilità tutta l’attenzione e il lavoro dei docenti, preoccupati di conseguire buoni risultati, più che di insegnare e di favorire apprendimenti significativi. Crediamo che questo fenomeno indotto, questa specie di “controfinalità”, sia però legato, ancora una volta, non tanto alle prove in sé, bensì all’uso che ne può fare l’Amministrazione: questo il punto nodale, a nostro parere, non la rilevazione dei livelli di apprendimento degli alunni.
Infine, elemento da non sottovalutare, la creazione di una mappa dei livelli di istruzione produce un effetto che crediamo vada opportunamente considerato, soprattutto in questa contingenza: essa sposta l’attenzione sugli standard, sui “traguardi comuni” del fare scuola, cioè su ciò che va garantito a tutti gli alunni, su ciò che può contribuire a “tenere insieme”, anzichè su quello che separa, come sembrerebbe invece indicare l’enfasi sulla cosiddetta “personalizzazione” (almeno nell’accezione veicolata dalle Indicazioni Nazionali).
Tutte queste considerazioni naturalmente valgono, se valgono, a partire, e non a prescindere dalle prove INVALSI: è proprio a partire dalle prove che poi si potrà discutere sul loro valore e cioè se verifichino apprendimenti davvero significativi oppure no.



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 Fabbri    - 22-03-2005
Sono completamente d'accordo con quanto affermato nell'articolo.
La scuola italiana va svecchiata: bisogna puntare di più sugli apprendimenti degli alunni, sulle metodologie, sui percorsi individuali e opzionali.
Le prove INValSI vanno migliorate e impostate secondo il metodo del problem solving. Sono comunque da considerare come un utile strumento didattico.